Elenco dei mobili dei RR.PP. della Chiesa Nuova, esistenti nel casino di Tivoli

Nell’archivio della Chiesa Nuova ho rintracciato un lungo elenco di quadri dei Padri dell’Oratorio che essi conservavano nel “Casino di Tivoli”, redatto nel 1697. (Roma, ACOR, A V, 19, cc.43 ss)

Nonostante capillari ricerche non è chiaro il motivo per cui detti quadri fossero conservati in quel luogo, sito peraltro oggi di difficile identificazione. E’ forse possibile ipotizzare che il “casino”, nome con cui in genere si definiva un luogo di villeggiatura, fosse stato lasciato ai Padri Filippini dal cardinale Bartolomeo Cesi che per pochi mesi, nel 1621, fu vescovo di Tivoli, cittadina nella quale amava soggiornare.

Purtroppo l’inventario non riporta i nomi degli artisti, ma solo i soggetti e le misure. Non sembra inoltre che detti quadri si possano rintracciare  nel territorio di Tivoli; tuttavia desidero pubblicare questo elenco nella speranza che possa essere utile a qualche studioso di storia locale.

  1.  Un quadro con S.Carlo e S.Filippo in tela di testa con cornice di noce
  2. Una Madonna in tela di testa con cornice di noce
  3. Un quadretto in tela di mezza testa con la Madonna,con cornice nera       filettata d’oro
  4. Un quadro senza cornice in tela di sette e nove con un S.Filippo in habito  di sacerdote
  5. Tre quadretti con cornice dorata in rame cioè un S.Lorenzo, una Pietà et un S.Girolamo
  6. Un S. Christoforo in tela senza cornice
  7. Due altri quadri in tela di quattro palmi cioè un S.Sebastiano, et un S. Francesco moribondo con più figure, ambidue con cornice nera simile

Nella stanza contigua alla cappella

  1.  Due quadretti in rame con cornice dorata cioè un S.Antonio et una Circoncisione

Nella sala del piano di sopra

  1. Due quadri grandi di facciate con cornice negra profilata d’oro, in uno dei quali vi è la madonna e S.Giuseppe andando in Egitto e nell’altro una santa eremita, in tela di 7 e 9 palmi

Nella cappella

  1. Un quadro di S.Filippo in habito di sacerdote in tela di quattro palmi con cornice colore di noce profilata d’oro con suo baldacchino di tela dipinta
  2. Un quadretto in rame con l’immagine di S.Elena,con cornicetta negra
  3. Un altro simile con l’immagine di S.Orsola

Piano di sotto

  1. Tre quadri in tela di testa cioè S.Pietro, S.Paolo et un Ecce Homo
  2. Un altro parimenti in tela di testa con la Coronazione di Gesù Christo, con cornice nera
  3. Una Madonna in tela fuor di misura larga palmi due e lunga cinque

Nella stanza al detto piano contigua alla cocina

  1. Un S.Francesco in tela di testa
  2. Un S.Giuseppe con la Madonna et il bambino in tela simile

Sala al detto piano terreno

  1. Quadri tre cioè uno di S.Filippo,S.Cecilia e l’altro di S.Caterina, in tela di testa fuor di misura tutti con cornice dorata
  2. Un S.Francesco di Paola
  3. Un S. Andrea apostolo
  4. S.Maria Maddalena
  5. S.Catarina da Siena
  6. S.Maria Maddalena ignuda
  7. L’incoronazione del Salvatore, tutti sei in tela di testa con cornice nera simile
  8. S.Lucia in tela di quattro palmi che si dice del Guercino da Cento con cornice dorata
  9. S.Pietro in tela di quattro palmi con cornice di noce
  10. Un S.Carlo in tela di testa con cornice simile
  11. Beato Guido Spada e S.Virgilio Vescovo, ambedue in ottangolo con cornice tondina profilata d’oro
  12. Un ritratto del cardinal Spada vecchio in tela di tre palmi con cornice dorata e nera
  13. Un paese in tela di quattro palmi con figura ignuda con sua cornice nera
  14. Un altro paese parimente in tela di quattro palmi
  15. S.Cecilia
  16. La decollazione di S.Giovanni Battista, ambedue in tela di tre palmi con cornice nera simile
  17. Un altro quadro in tela di testa con il Bambino, la Madonna,S.Giuseppe e S.Giovanni Battista
  18. Due paesini piccoli in ovato con cornice piccola intagliata e dorata
  19. Un altro paese piccolo tondo con cornice piccola intagliata e indorata
  20. Un altro paese piccolo tondo con cornice piccola simile  indorata
  21. Due vasi di fiori dipinti in tavola ovati con cornice dorata
  22. Due quadretti di rame con cornice dorata uno di S.Filippo Neri et l’altro di S.Pio V
  23. Due altri quadretti parimenti in rame uno con S.benedetto e l’altro con S. Margherita,ambedue con cornice simile nera.

Un secondo inventario  di quadri reca la data 1713 (ACOR, A V, 19,cc.54 ss): molti sono già presenti nell’inventario del 1697, altri sono stati aggiunti

  1. Un S.Filippo Neri con cornice dorata in tela da testa
  2. Due quadri parimenti da testa per traverso con cornice dorata rappresentanti una che suona il violino e l’altra una Regina con putto
  3. Due quadrucci di rame di palmi uno con S.Benedetto, l’altro S.Marta
  4. Quattro quadri da testa con cornice nera,uno S.Catarina,l’altra S.Cecilia,la Maddalena, l’altra Giuditta
  5. Altro quadro un poco più grande con cornice ordinaria rappresentante S.Pietro
  6. Un paese di 5 e 4 palmi, senza cornice
  7. Un tondo di palmi uno con cornice d’oro rappr. un paese
  8. Due quadrucci in rame di palmi uno e cornice nera uno S.Francesco di Sales e l’altro S.Tommaso da Villanova
  9. Due da testa con cornice a otto angoli filettata d’oro rappresentante uno il B.Guido Spada,l’altro S.Virgilio Vescovo
  10. Altro da testa S.Carlo Borromeo con cornice colore d’oro altro pure da testa il card.le Spada detto Spadone, con cornice filettata d’oro
  11. Altri due ovati per traverso di palmi uno e mezzo con cornici dorate rappr. paesi
  12. Due altri ovati per altezza con vasi di fiori con cornice filettata d’oro
  13. Due quadri da testa con cornice nera uno con S.Francesco di Paola,l’altro S.Andrea
  14. Due altri da testa per traverso con cornice nera un Nostro Signore alla colonna, l’altro la Maddalena con testa di morto
  15. Un quadro di 5 e 8 palmi rappr. un Evangelista
  16. Un paese della suddetta grandezza per traverso con cornice nera

Prima stanza

  1. Due paesi di 6 e 8 palmi con cornice nera
  2. Dieci ritratti diversi in tela da testa senza cornici

Cappella

  1. Un quadro di S.Filippo con cornice noce e oro
  2. Un quadro con cornice nera et oro rappr. Nostro Signore che porta la Croce

Camera che risponde al giardino

  1.  Un quadro di S.Filippo Neri con la Madonna come quello della sua cappella in Roma

Nello stesso volume, ai cc.62-70 vengono riportate le ” misure e stime  delle pitture fatte per servitio di N.S. Sixto PP. quinto alla loggia delle benedizioni a S.Giovanni Laterano sotto condotta di maestro Cesare Nebbia et maestro Giovanni Guerra pittori et compagni misuratori et stimatori per noi sottoscritti…” a firma di Adriano Rainaldi pittore a Pasquino e Matteo Neroni da Siena pittore.

Seguono la “misura e stima delle dorature e ornamenti” firmata da Giacomo Rocchetti pittore.

Nel 1588 si fa la “misura e stima” dei lavori alla Scala Santa, firmata da Giovanni Capitio ( eletto dal Sig. Cav. Fontana)insieme a Giacomo Rocchetti.

Lo stesso giorno troviamo “i conti delle pitture et ornamenti fatti alla Libraria in Vaticano”, firmati dagli stessi; segue il conto “delli risarcimenti fatti nella galleria di papa Gregorio che già si guastavano”, firmato dagli stessi.

Ai cc.67r-70r, si ha la descrizione e la stima delle pitture fatte nella casa dell’Ospedale dei Mendicanti a Ponte Sisto. Questo documento si rivela di grande importanza in quanto si citano i prezzi. Paola Carla Verde nel suo recente studio L‘ospedale dei poveri mendicanti a Ponte Sisto in Quaderni dell’istituto di Storia dell’Architettura, Roma 2017, pp. 41-58, fa presente di non aver rinvenuto le spese dei lavori, mentre invece sia in questo che nelle sopracitate “misure e stime”, i costi vengono riportati analiticamente.

Il 22 novembre 1588 Cesare Nebbia e Giovanni Guerra e “compagni” sovraintendono  ai lavori  di pittura degli interni. Segue poi la stima firmata da Giovanni Capitio pittore  insieme a Giacomo Rocchetti.

” per prima due quadri nel salone l’uno il Crocifisso et l’altro la Pietà con suoi ornamenti, ritocchi a secco con i colori fini, vagliano l’uno scudi 23 et tutti due insieme li stimiamo scudi 46. nella scala a Torrino sopra la volta, un arme di Nostro Signore in forma ovata larga palmi dodici alta palmi sedici, ragguagliata vale scudi 15. Un’altra arme che va di sopra presso la scala a Torrino, vale scudi 5. Un’altra arme di Nostro Signore nella facciata nuova della fabbrica dalla parte di dentro,vale scudi 20″. Tutti questi interventi sommano scudi 86 e furono realizzati con denaro dato da Sisto V all’inizio del 1588.

LIBER DOMORUM ET ALIA Proprietà immobiliari ed “entrate” del convento di S. Agostino in Roma nei secc. XV-XVI

Anna Maria Pedrocchi

“Liber domorum et alia”

Proprietà immobiliari ed “entrate” del convento di S. Agostino in Roma nei secc. XV-XVI

La chiesa di S. Agostino costituiva nel XV secolo uno dei grandi poli religiosi di Roma, insieme all’Ara Coeli dei Francescani ed a S. Maria sopra Minerva dei Domenicani. Sicuramente la nostra chiesa si trovava nella zona a più alta densità di popolazione dell’Urbe, con le prestigiose dimore di ricchi prelati e illustri personaggi. In particolare il convento di S. Agostino rappresentava uno degli elementi fondamentali di quel tessuto urbano. Come si evincerà dai documenti, per lo più inediti, che qui si pubblicano,siamo di fronte ad una situazione sociale, economica e storica già messa a fuoco da recenti studi sul Rinascimento nella Capitale, di cui questo contributo vuole essere un complemento. (n.1-per maggiore semplicità, poichè tutti i documenti provengono dagli archivi agostiniani dell’Archivio di Stato di Roma e dall’Archivio della Curia Generalizia , si riporta soltanto il numero del faldone da cui è tratta la notizia, mentre per  motivi tecnici e per facilitare la lettura, le note sono inserite nel testo) Sempre più di frequente, da inizio Quattrocento, i fedeli avevano cominciato a privilegiare, per le loro sepolture, le chiese degli ordini religiosi con la conseguenza che le elemosine, per i riti funebri, aumentarono sensibilmente le “entrate” dei conventi. Legati alle sepolture erano i lasciti testamentari che destinavano denaro, case o altri immobili per la dotazione di cappelle e altari gentilizi che, in S. Agostino, ad inizio Cinquecento, risultano  essere in numero di 27. Le notizie ricavate dai documenti hanno sensibilmente aumentato le conoscenze relative alle famiglie che, a vario titolo, avevano rapporti con gli agostiniani. Gli amministratori,preposti alla gestione delle entrate e delle uscite, avevano tutto l’interesse ad accrescere il numero sia dei parrocchiani che delle famiglie abitanti nei rioni vicini, proponendo l’acquisto dello juspatronato  di una cappella o di un altare, fonte di considerevoli redditi, legati all’esercizio del ministero religioso.I proprietari avevano l’obbligo,stabilito nel contratto notarile,di costruire, ornare e dotare la cappella di tutto il necessario.Il problema dell’assegnazione delle cappelle, particolarmente sentito al momento della costruzione della nuova chiesa, si ripresentava circa cento anni dopo; nel 1584, nel Libro delle proposizioni (n.2-b.2, c. 198r) si legge “Havendo noi Padri di S. Agostino nella nostra chiesa alcune cappelle quali non hanno padroni, non essendoci da 60 o 70 anni uscito mai nessuno e stando mal in ordine per colpa dei padroni, si è proposto se si devono dare ad altri, soddisfacendo però gli obblighi che ci sono, fu concluso che prima se decidesse si possono levare l’armi e le sepolture, e visto certificarsi che non si possono levare, fu determinato di dare sopra di ciò un memoriale al Nostro Generale con narragli quanto si è detto di sopra ed venendo segnato in favore che si diano a quelli gentiluomini che l’hanno ricercato, con patti e condizioni che si faranno”. Molte delle notizie fornite dalle carte d’archivio illuminano anche sull’architettura interna della chiesa:l’elenco delle sepolture infatti riporta spesso il luogo preciso nel quale erano situate rivelando l’originaria collocazione di cappelle e altari, molti dei quali scomparsi nel corso dei secoli e soprattutto a seguito dei fondamentali interventi vanvitelliani di metà Settecento. Con il ritorno di Martino V, Roma diventava sempre più una città cosmopolita. Come è noto , la percentuale delle presenze dei “forestieri”, legati alla corte papale, variava a seconda della nazionalità del pontefice regnante: da metà Quattrocento sono citati infatti cardinali, vescovi e numerosi personaggi di Curia (a questa facevano capo un gran numero di uffici e mansioni) , oltre a banchieri, per lo più fiorentini e senesi, a mercanti di oggetti di lusso, anche questi toscani, a maestranze edili in genere lombarde,ad artigiani come i calzolai ed i fornai tedeschi, agli “stufaroli” anche questi d’oltralpe, ai medici, agli speziali  e agli “aromatari” italiani. Intorno al complesso monastico di S. Agostino, protetto dall’influentissimo cardinale Guglielmo d’Estouteville( 14…-1483) , cui  si doveva la sua costruzione, gravitava la numerosa corte del prelato francese, formata da quasi cento persone. Sebbene la sua figura sia tra le più studiate e note, sotto ogni aspetto, tuttavia le carte dell’archivio agostiniano hanno rivelato i nomi, finora sconosciuti, di diversi suoi “familiari”. Questa non era una situazione rara perchè alcuni alti prelati avevano famiglie composte anche da duecento persone tra scudieri, segretari,maestri di casa e personale addetto alle varie necessità.Queste piccole corti avevano bisogno ,non solo per prestigio, ma per necessità, di vasti palazzi con ambienti privati, sale di rappresentanza, biblioteca, cappella ,stanze di servizio e vani per alloggiare gli addetti. Comunque,durante tutto il Quattrocento, i personaggi citati nei documenti, sono per lo più romani,i forestieri italiani ed in numero inferiore gli stranieri.(n. 3-Per una visione generale della costruzione della chiesa si veda R. Samperi, L’architettura di S. Agostino a Roma, 1296-1484, Roma 1999 con bibliografia precedente;più in generale B. Montevecchi, Sant’Agostino, Roma 1985 con bibliografia precedente; sulla chiesa di S.Trifone cfr. O. Montenovesi, Le antiche chiese di S.Trifone in “posterula” e di S.Agostino in Roma, in ROMA, XIII,1935, pp. 307-320 (con i documenti più antichi); A.Esposito, La parrocchia agostiniana  di S.Trifone, in Melanges de l’Ecole francaise de Rome, 93,2,1981 ,pp.495-523; per notizie relative alla cappella di S. Nicola da Tolentino: A. M. Pedrocchi, La cappella di S. Nicola da Tolentino in S. Agostino a Roma: risvolti di un’annosa diatriba, in Bollettino d’Arte, 135-136, 2006, pp. 97-116; per le maestranze attive nel cantiere di S. Agostino: A. M. Pedrocchi, Artisti, artigiani, maestranze pigionanti e non del convento di S. Agostino in Roma, in AA.VV., La Chiesa, la Biblioteca Angelica, l’Avvocatura Generale dello Stato, Roma 2009, pp. 373-422; A.Esposito,L’entourage del convento romano di S. Agostino in Roma nel Rinascimento,2009,pp.289-310; per i personaggi sepolti nella cappella di S.Monica: A. M. Pedrocchi, La cappella di S. Monica in S. Agostino a Roma: da Maffeo Vegio al Cardinal Montelparo, in Bollettino d’Arte, 11, 2011, pp.107-122; A. Mazzon, Il patrimonio documentario delle più antiche fondazioni agostiniane a Roma in Alle radici dell’Ordine Agostiniano. Atti Convegno,Roma 2006,in Analecta Augustiniana 70(2007), pp. 473-506; A. Mazzon, La cappella di S. Monica in S. Agostino. Riflessioni sulla documentazione dei secoli XV-XVI, in S. Monica nell’Urbe dalla tarda antichità al Rinascimento, a cura di M. Chiabò, M. Gargano, R. Ronconi, Atti Convegno, Roma 2011, pp. 205-226;  per le zone ed i personaggi interessati da questa ricerca: A.Esposito, La parrocchia”agostiniana” di S. Trifone nella Roma di Leone X , in Melanges de l’ecole Francaise de Rome, 1981, 93 , pp. 495-523; J.Delumeau, Vita economica e sociale di Roma nel Cinquecento, ed. Firenze 1979; A.Esch, Aspetti della vita economica e culturale nella Roma del Quattrocento, Istituto di Studi Romani, Roma 1981,pp.79 ss; A.Esch, Mercanti stranieri a Roma nel sec. XV nei registri della dogana di terra, in Studi Romani,1987, pp.12 ss; A. Esposito, Matrimoni “in regola”nella Roma del tardo Quattrocento, in Archivi e Cultura, 1992/1993, pp. 150 ss; I.Polverini, Fosi, I mercanti fiorentini, il Campidoglio e il papa:il gioco delle parti, in Roma e lo Studium Urbis. Spazio urbano e cultura dal Quattroceno al Seicento, atti convegno 1989 a cura di P.Cherubini, 1992,pp.169-185;I. Ait, Tra scienza e mercato.Gli speziali a Roma nel tardo Medio Evo,Roma 1996; A. Modigliani, Mercanti, botteghe e spazi di commercio a Roma tra Medio Evo ed Età Moderna, Roma 1998;A.Esposito,La popolazione romana dalla fine del sec. XIV al Sacco, in Popolazione e società a Roma dal Medio Evo all’Età Contemporanea, a cura di E.Sonnino, 1998, pp.37-50; I.Fosi, La nobiltà a Roma nella prima metà del Cinquecento, in Roma nel Rinascimento, 1999,pp.61-77; A.Mazzon, Il convento agostiniano romano di S.Trifone e Sant’Agostino e il più antico inventario dei suoi documenti (1431),in Ricerche di storia sociale e religiosa,XL (2010),77,pp.15-64; A. Esposito, Famiglie aristocratiche e spazi sacri a Roma tra Medioevo e prima età moderna, in Ricerche come incontro, Roma 2013, pp. 471-481; A.Vauchez (a cura di) Roma medioevale, Roma 2001;Roma del Rinascimento, a cura di A.Pinelli, Bari 2001; A.Esposito, Il notaio Benimbene,in Studi e materiali, 2004/1, pp.593-604; Economia e società a Roma tra Medio Evo e Rinascimento. Studi dedicati a A.Esch,a cura di A.Esposito-L.Palermo, Roma 2005,pp.147-179; A.Esposito, Notai a Roma nel ‘400 e primo ‘500, in Roma nel Rinascimanto, 2008, pp. 15-24;  Vivere a Roma.Uomini e case nel primo Cinquecento(dai censimenti del 1517 e 1527, a cura di A.Esposito-M.L.Lombardo,in Archivi e Cultura,39,2006 (2008); A.M.Pedrocchi,Michelangelo,Fiammetta ed il vescovo di Crotone.Tre personaggi per una cappella in Sant’Agostino a Roma, in Studi di Storia dell’Arte, 24,2013,pp.71-82;A.Caporali,Bernardo Bini:un banchiere fiorentino alla corte papale de Rinascimento, in Progressus. Rivista di Storia,I,2,2014, pp.1-26; A. Esposito, L’area di Piazza Navona tra Medioevo e Rinascimento: istituzioni, famiglie, personalità, Roma 2014, pp. 481-504; E.Lee, Foreigners in Quattrocento Roma, in Renaissance and Reformation, 19-1983, pp.135; E. Lee, Gli abitanti del Rione Ponte, in Roma Capitale, a cura di S. Gensini, Roma 1994, pp. 317-343; per gli argentieri citati nel testo si rimanda a Argenti perduti nella chiesa di S.Agostino in Roma, 2016, sito web. annamaria pedrocchi.it; per artisti e maestranze citati nel testo: A.M.Pedrocchi, SS.Trinità dei Pellegrini di Roma-Maestranze artigiane attive dal 1560 al 1630:novità e precisazioni, 2017,sito web annamariapedrocchi.it; per le strade citate nel testo si rimanda a U. Gnoli, Topografia e toponomastica di Roma medioevale e moderna, Roma 1939); per le iscrizioni sepolcrali: V. Forcella, Iscrizioni nelle chiese di Roma e d’altri edifici dal sec. XI fino ai nostri giorni, Roma 1874, V, pp. 1-112. Per le famiglie romane citate nei documenti: T. Amayden, Storia delle famiglie romane, I-II, Roma ed. 1987.

La decisione di contenere l’indagine entro i secoli XV e XVI, è motivata dal fatto che questi comprendono il lungo lasso di tempo, relativo alla costruzione della nuova chiesa, con il trasferimento di beni e altari dall’antica S. Trifone, e la costruzione di nuovi altari e cappelle ad ornamento dell’interno.  Sono venuti alla luce i nomi, molti dei quali sconosciuti, di personaggi spesso importanti per la storia economica, sociale e religiosa dell’Urbe. E’ stato piuttosto arduo talvolta risalire alla giusta identificazione del personaggio citato nel documento per diversi motivi: ad esempio i nomi degli stranieri sono sempre italianizzati, ma erroneamente, alcuni sono citati soltanto con il soprannome difficilmente reperibile;sovente i nomi di  romani o comunque italiani sono sbagliati. Nonostante tutto si è cercato di dare un volto alla maggior parte delle persone citate, inserendole nel contesto sociale del momento, anche se tuttavia molti nomi restano del tutto ignoti. Si è evitato di approfondire diversi argomenti perchè già molto studiati, come si può vedere dalla bibliografia generale.

Il rapporto tra le famiglie aristocratiche e gli spazi sacri è già stato affrontato dalla Esposito: si deve sapere che, oltre alle tombe singole, ovviamente più numerose,erano presenti i sepolcri familiari costituiti da piccoli monumenti, da altari o da cappelle gentilizie; queste“fondazioni” servivano a rendere palese l’affermazione di una famiglia o di un casato con il possesso di un luogo privato in chiesa, cioè “il possesso di una piccola parte della chiesa come preludio di un posto privilegiato nell’aldilà”.

I documenti presi in esame mettono ben in risalto il ruolo svolto dagli enti ecclesiatici nella crescita urbana, mediante la lottizzazione dei terreni di loro proprietà, sia coltivati che abbandonati. Venivano concesse in affitto aree edificabili per lunghi periodi, con l’obbligo, per il locatario, di costruirvi una casa. Al termine del contratto, se per una ragione qualsiasi non veniva rinnovato, l’ente religioso ne recuperava il possesso, con un valore aggiunto per l’erezione dell’edificio. Il beneficiario della concessione, durante il periodo di affittanza, aveva la facoltà di alienarla, previo consenso del proprietario. Dai contratti stipulati nei due secoli presi in esame, si deduce che si andò sempre più accentuando la tendenza alla concentrazione della popolazione all’interno di uno spazio urbano più definito, con la nascita di rioni ben delimitati. I contratti infatti tendevano ad intensificare la trama delle costruzioni già esistenti, piuttosto che ad estenderne i confini. A tal fine il Senato Capitolino aveva provveduto alla creazione di un “ufficio regolatore” costituito da “Magistri edificiorum et viarum Urbis”, competenti su tutte le questioni relative ad edifici, case, terreni, vigne, strade e piazze; la carica infatti comprendeva alche il controllo degli spazi pubblici.La maggior parte delle proprietà del nostro convento si trovava “in circuitu monasterii”, cioè nei rioni di Ponte, Parione e Campo Marzio, quest’ultimo formato da estesi vigneti che arrivavano fino alle pendici dei Parioli. La politica urbanistica del papato, già prima della “Renovatio Urbis” di Sisto IV, aveva mirato a larghe concessioni e privilegi al fine di invogliare a costruire in aree libere entro i rioni più popolosi della città, grazie alla loro vicinanza al Vaticano. Si cercava di riorganizzare la situazione all’interno delle mura, dove i terreni costituivano  i 2/3 dello spazio urbano non ancora edificato. Oggi conosciamo non solo la tipologia delle persone che abitavano le “case” di S.Agostino, ma anche spesso i loro nomi e le loro professioni o mestieri.

Lo spoglio degli Stati d’Anime, risalente purtroppo soltanto al 1597, ha rivelato un interessante consuetudine: accanto al numero “civico” della casa compare anche il mestiere dell’inquilino; questo vuol dire che, ad esempio, la casa del fabbro veniva sempre riaffittata allo stesso tipo di artigiano, probabilmente perché già adatta alle esigenze del suo mestiere

Nella Roma rinascimentale non esistevano quartieri di ricchi e quartieri di poveri, ma abitazioni modeste e palazzi monumentali si trovavano nelle stesse strade. Il censimento della parrocchia di S. Trifone, voluto da Leone X nel 1517 e quello redatto alla vigilia del Sacco (1527), sotto Clemente VII, rivelano non solo l’eterogeneità degli abitanti ma soprattutto la diversa e, al giorno d’oggi, discutibile promiscuità all’interno di uno stesso edificio: una cortigiana (al tempo del censimento del 1517, nella sola parrocchia di S. Trifone, se ne contavano dodici) poteva abitare tranquillamente nella stessa casa dove era presente anche un artigiano con la sua famiglia; questo dimostra che i frati non si facevano nessuno scrupolo di locare case alle cortigiane e alle “stufe” gestite da figure di dubbia reputazione. Oltre a questi due censimenti, sia prima che dopo, sono gli elenchi degli stabili del convento di S. Agostino a completare il quadro; specialmente nei rioni di Ponte, Parione e Campo Marzio, si trovano artigiani ed artisti di ogni specie, bottegai, ricchi mercanti, medici, speziali, aromatari, personaggi di Curia, banchieri, vescovi e cardinali di diverse nazioni. Tra le categorie che in questi due secoli,hanno maggiori rapporti con il convento compaiono speziali ed aromatari,per lo più presenti nei rioni del centro,dove più intensa era l’attività mercantile e bancaria, con aggregazioni a Campo de’ Fiori e alla Rotonda dove, nelle sue vicinanze si trovava la via Aromatariorum.  Un approfondito studio sull’argomento di I. Ait ha dimostrato che gli speziali erano anche”mercatores”potendo, dati i loro ingenti profitti,  acquistare immobili e anche prestare soldi ad usura, mediante sistemi di copertura.  E’ noto il grande rilievo assunto dai toscani nell’importazione di beni e prodotti di lusso finiti o semilavorati; in questo settore le merci importate dalla Toscana costituivano la base della ricchezza mercantile romana,nel suo ruolo di intermediaria;e proprio in questo ambito, tra i primi,troviamo  gli speziali che, con il loro vasto campo di azione videro una enorme crescita economica e sociale.Il maestro-speziale,oltre ad appartenere alla sfera sanitaria,era anche un artigiano-imprenditore,attivo nel commercio di svariati generi merceologici,sia all’ingrosso che al minuto; elevatissima era infatti la domanda delle merci da loro controllate,tutte molto costose.

Tornando al settore immobiliare del convento,troviamo che nei contratti di locazione, quando una abitazione era fatiscente o comunque non in buono stato, i padri la davano ad architetti, capimastri o muratori,con l’obbligo di restaurarla ; questo accordo incideva naturalmente sul prezzo dell’affitto. Si cercava, in questo modo, di riorganizzare la situazione dei terreni, che costituivano i 2/3 dello spazio urbano non edificato all’interno delle mura. I palazzi dovevano avere ambienti privati, sale di ricevimento, una biblioteca, una cappella e molte stanze per i numerosi membri della “famiglia”, cioè della corte del prelato: segretari, scudieri, maestri di casa e persone di servizio, che talvolta, nel caso di personaggi particolarmente ricchi, raggiungevano il numero di duecento: il censimento del 1527 registra, nel Rione di Ponte, il cardinale Cybo con una famiglia di 192 persone e, accanto alla chiesa di S. Apollinare, il cardinale Ridolfi con 180. Il frequente passaggio da un pigionante all’altro, fa pensare che i palazzi fossero completamente arredati. Se la maggior parte delle case quattrocentesche mostrava ancora un aspetto medioevale, le case dell’aristocrazia si andarono sviluppando su più piani, per un maggior conforto dei suoi abitanti. Spesso per costruire o ampliare un edificio già esistente, si potevano acquistare le case adiacenti, se non abitate, per ottenere così un complesso immobiliare organico. Un esempio di questa politica urbanistica è rappresentato nel Quattrocento, come si vedrà, dalle vaste proprietà immobiliari del padre agostiniano Paolo Mattabuffi. I due censimenti di inizio XVI secolo dimostrano che circa la metà della popolazione attiva (il 63%) si concentrava in quattro quartieri Ponte, Parione, Regola e Campo Marzio: una popolazione che era un coacervo di tante nazionalità con un numero di “forestieri” maggiore dei romani. C’erano poi stranieri legati alle estese esigenze costruttive della città: in questo campo il nucleo maggiore era formato dai lombardi architetti, capimastri, muratori, scalpellini. Sicuramente il Rione di Ponte era caratterizzato dalla più alta mescolanza sociale; tra i residenti si contavano sia antiche famiglie romane che recenti, queste ultime di diversa provenienza; molti dei nuovi arrivati erano membri della Curia; tra questi gli scrittori apostolici e gli abbreviatori potevano fregiarsi del titolo di familiaris papae. Qui si concentrava tutta l’attività bancaria dell’Urbe, mentre i numerosi e ricchi mercanti fiorentini, ricordati dalle fonti, commerciavano in beni di lusso; accanto a loro, c’erano artigiani altamente specializzati in grado di rispondere ad ogni richiesta della ricca ed esigente clientela. Nella seconda metà del Cinquecento vedremo l’alta presenza di “aromatari”, ossia profumieri. Situazione simile presentava il Rione Parione: qui si trovavano il Palazzo Orsini di Piazza Navona, il Palazzo Borgia o della Cancelleria Vecchia, il Palazzo del cardinale Condulmero al Teatro di Pompeo. A inizio Cinquecento vi abitavano numerosi cardinali, più di un terzo del Sacro Collegio. La presenza di librai, editori, scrittori fece del rione un attivo centro di vita culturale. (n.4 A. Esposito, La prima rilevazione parrocchiale cittadina della parrocchia di S. Trifone, in Un’altra Roma, Roma 1995, pp. 43-56)

Ma entriamo nel vivo della ricerca:

1401 “Franceschella di Santi di Cola, moglie di Marco Coccio detto “strappa catene”, dona i suoi beni a S. Agostino”. (n.5 b.15, n.2060) Un Giovanni Coccio di Vicovaro risulta presente a Roma a metà Quattrocento.

1401 Le più antiche notizie riguardanti una cappella risalgono al 1401 quando Giovanni e Nardo Vivaldi ne fondano una, dedicata a S. Caterina, ancora nella vecchia chiesa di S. Trifone, officiata dagli agostiniani. (n.6 b.22, c.18r) Nello stesso anno Agnese,vedova di Giovanni Vivaldi vende a Vittore de Pace de Venezia “decretorum doctor” una casa. Questo stesso anno, la badessa e le monache di S. Silvestro in Capite, fanno una donazione al convento, per detta cappella  di “otto pezze di vigna fuor di Porta del Popolo, dove si dice S.Valentino”. (n.7 b.15, n.52) Sempre nel 1401 “Rogiero de Tosetti et Agnese, moglie del q.m Giovanni Vivaldi de Romanucci, e madre del q.m Nardo, donano alla cappella di S. Caterina, otto pezze di vigna al Popolo”(n.8 b.15,n.53;nell’inventario di sacrestia del 1430, risulta che Agnese ha donato anche un “pallio rosso con suo stemma”(n.9 b.34,c.14r). Nel 1406 “Rogiero de Tosettis et Agnese del q.m Giovanni Vivaldi de Romanuccis e madre del q.m Nardo, donano due case unite, dove si dice la Taverna della Corona, nel Rione di Ponte, con orto, alla chiesa di S. Agostino e cappella di S. Caterina, dove sono sepolti i detti Giovanni e Nardo Vivaldi”. (n.10 b.15, nn.53, 59; Montenovesi, cit.,1935,pp.310-311) Un atto notarile del 1383 cita “nobilis vir Johannes filius olim viri Vivaldi domini Leonardi de regione Campi Martis”il quale istituisce suoi eredi la figlia Jacobella,moglie “Cole filii Sanguigni de Sanguineis”,sua figlia Giovanna moglie di “Johannis Petri de Tostis de reg.Pontis”,suo figlio Nardo e sua moglie Agnese; le figlie hanno il permesso di abitare per tutta la vita, se vedove, nelle case che comprò dai frati di S.Agostino,poste nel Rione di Campo Marzio. Nel 1425 è citato nelle carte d’archivio Fra’ Paolo Vivaldi genovese, appartenente alla Congregazione degli Osservanti di Lombardia, riformatore del convento di Genova e fondatore di quello di Crema, probabilmente un parente. Come riporta un documento del 1509, la casa di famiglia si trovava a Tor di Nona, dove era l’Osteria della Corona, gestita da fine ‘400 da Vannozza Cattanei. (n.11 b.14, c.26 r) Nel Quattrocento, nel Rione Colonna, esisteva una “contrada de Tosettis”, presso Piazza Sciarra, dove si trovavano le case di questa famiglia romana. (n.12 Amayden,cit.,ed.1987, p.215) Circa un secolo dopo, nel 1504 la famiglia Mutini, succeduta ai Vivaldi nello juspatronato, trasferiva la cappella in S. Agostino (prima a dx): “Il Sig. Stefano Mutini alli 1504 lassa che sia fatta la cappella di S. Catarina”. (n.13 b.15, n.32) Nel 1530 Paola Pichi, moglie di Stefano Mutini confermava il legato fatto da Ettore Mutini a favore della cappella. (n.14 b.15, n.868) A novembre 1549 il capitano Stefano Mutini, nel suo testamento, ordina che della metà della sua eredità, si fabbrichi e doti la cappella (n.15 b.15, n.250); così il 1549 costituisce il termine post quem per il nuovo intervento decorativo, terminato con la pala d’altare, raffigurante S. Caterina della Rota, ad opera di Marcello Venusti.  Nessuno degli studiosi che si sono occuparti dell’artista è stato in grado di datare con precisione l’opera, da ritenersi in genere  realizzata post 1565.( n.16 S.Capelli, La S.Caterina d’Alessandria di Marcello Venusti. Diffusione del modello iconografico tra repliche e copie, in Studi di Storia dell’Arte,26,2015,pp. 137-146)

1402 All’inizio del XV secolo, e precisamente a settembre del 1402, leggiamo nel Liber Domorum (n.17 b.15, n.301): “Giovanna, figlia del q.m Filippo de Baglionis de Perugia, nel suo testamento, lascia tre pezzi di vigna, fuori di Porta del Popolo, dove si dice la selciata”,per avere una sepoltura in chiesa. Non è escluso che la donna appartenesse alla famosa famiglia di Perugia che dominarono dal 1438 al 1540.Già nel 1382 Giovanna aveva venduto a “Biasio del q.m Antonio di Pietro di Lorenzo”, le suddette pezze di vigna; successivamente, nel 1393 “Biasia, moglie di Lello Fanello le rivendeva a Giovanna”. (n.18 b.15, nn.38,43)

1404 “Si da licenza dalli Maestri di Strada a Nardo Carissimo di fabricare case in uno spazio di terreno nel Rione di Ponte”. (n.19 b.15, n.56) L’anno successivo  Nardo obbliga, per la dota di sua moglie Vannozza,una casa nel Rione di Ponte. (n.20 b.15, n.57); nel 1415 Giacomo Ceccarelli da Formello vende a Nardo Carissimo una casa con orto nella piazza dell’Apollinare”. Nel 1464 “Anselma, moglie del q.m Nicola Carissimo rinuncia al P. Fra’Girolamo del q.m Nardo Carissimo, agostiniano, fratello et erede del detto, tutte le ragioni che gli possono competere sopra la detta eredità”; (n.21 b.15, nn.66, 137) nello stesso anno Pietro Paolo di Lorenzo Belpetto, vende al P. fra’ Girolamo Carissimo agostiniano, un canneto fuor di Porta del Popolo”. (n.22 b.15, n.138) Nel 1458 Antonio di Nardo Carissimo elegge la sua sepoltura in S. Agostino ed a tal fine lascia 5 fiorini,istituendo suo erede il P. fra’ Girolamo, suo fratello.Questo documento è il primo che testimonia come i beni lasciati dalla famiglia ad un agostiniano, come stabilito nel Capitolo Generale del 1394,restavano in usufrutto al religioso e, alla sua morte, passavano definitivamente al convento (n.23 b.15, n.130) Sebbene si ritenga che la magistratura dei Magistri Viarum fosse stata ristabilita nel 1425 da Martino V, questo documento testimonia che, ad inizio Quattrocento, esercitava normalmente i suoi compiti. I due maestri di Strada sono Bascino Jacobelli Basci e Luca Paoli Francisci. Nardo doveva appartenere ad una famiglia di Viterbo di cui nella prima metà del Quattrocento si ricorda Giacomo di Pietro Carissimo, membro della Curia della città.

1404 Nel Rione di Ponte è citato un “Andreotius magistri Raynaldi alias Scapuzo,abitante dal 1397 a S. Lorenzo in Damaso, in una casa di proprietà del Capitolo di S.Pietro.Questo,definito“nobile vir”,pagava dal 1397  anche l’affitto di un banco da mercante, situato sempre a S.Lorenzo in Damaso, al Capitolo di S. Pietro.Nel 1415 troviamo “Angelus Andreotius de Scapuccis mercator”; nel 1441 Angelo e Andrea Boccamazza, Guardiani della Compagnia del SS.Salvatore,vendono la metà di una casa nel rione di Ponte,che poi perviene al convento. (n.24 b.15,n.108) A metà secolo Mario,figlio di Giacomo, è medico dello Studium Urbis; nel 1464 Gaspare Scapucci è sepolto nella chiesa di S.Barbara, dove la famiglia possiede una cappella dedicata a Sant’Angelo,già prima del 1440; nel 1442  la cappella passava, in testamento al fratello Cola: rimase di loro proprietà fino al 1635.Nel 1422 Cola e Angelo,speziali nel Rione Ponte,fanno un contratto con alcuni macellai di Velletri. Nel 1466 Jacobus scrittore apostolico e penitenziere risulta abitare nel palazzo fatto costruire da Pietro Grifo, dietro l’abside di S.Agostino; nel 1471 troviamo”Sulpitius Colae de Scapuccis e Marcello de Regione Ponte”. Nel 1493 risulta un contratto tra i fratelli Assuntio e Angelo con Pietro de Sette per la conduzione di una spezieria a Campo de’Fiori. Nelle lotte tra Orsini e Colonna, nel 1484 rimaneva ucciso Assuntio. Nel 1514 i padri agostiniani concedono la Torre della Scimmia a Modesta Dolce,moglie di Mario Scapucci che, alla sua morte la lascia al marito; a fine secolo Giovanni Scapucci fa rinnovare il palazzo con la torre dall’architetto Giovanni Fontana. (n.25 per gli Scapucci si veda anche L.La Monica Indagini,problematiche e precisazioni intorno alla chiesa di S.Barbara della Confraternita de Librari, in Le Confraternite Romane. Arte Storia Committenza, a cura di C.Crescentini-A.Martini, Roma 2000,pp.162-171)

1407 I Padri danno in enfiteusi perpetua, con contratto da rinnovarsi ogni 19 anni, a Petruccio di Cola di Pasquale della regione de Monti le quattro pezze di vigna fuori di “Porta Salara, in vocabolo Gergini”. (n.26 b.15, n.2061; Montenovesi, cit.,1935,p.311)

1407 “Lorenzo Naro vende alli Padri un terreno vignato al Trullo”. (n.27 b.15, n.2060) Il nome dei marchesi Naro compare spesso nelle carte del convento durante il ‘400 e il ‘500: la loro presenza a Roma è accertata già nel sec.XIV, dove risultano proprietari di immobili e di tenute agricole. Avevano le case a Campo Marzio e a S.Eustachio. Nel 1475 Giovanni Antonio è sindaco del monastero di S.Silvestro in Capite.Nel 1515 Francesco ricopre la carica di conservatore di Campidoglio,ufficio che poi avranno altri membri della famiglia.( n.28 Amayden,cit.,ed.1987,pp.108-109)

1408 “Alli 11 de’ aprile i Padri di S. Agostino concedevano una casa posta nella strada dritta nel Rione di Ponte, parrocchia di S. Salvatore in primicerio, a Bernardo Bongiovanni,  eximio artium et medicine doctori, e li suoi figli e nipoti”.  (n.29 b. 15, n. 60;Montenovesi, cit.,1935,pp.311-312) Questi dovrebbe essere il fondatore di una famiglia di medici, di origine marchigiana (Recanati) che esercitarono la loro professione a Roma, per oltre due secoli e che furono sempre vicini all’Ordine Agostiniano. Nel 1499 risulta che un altro Bernardo Bongiovanni, marito di Bartolomea Antici, medico personale di Alessandro VI, abitava di fronte alla chiesa di S. Agostino in una casa di proprietà del convento: “Item recepimus ducati tredecim per manus famosissimus medici domini Bernarde de Recanati per resposta della casa dicta la Vulpe”. (n.30 b. 107, c. 30 r) Questo era il nome di un’osteria che si trovava tra via della Pace e i Coronari. Nel 1512 è citata una Alessandra, di Gio: Paolo Mattioli senese, vedova del q.m Bartolomeo Bongiovanni, la quale, nel suo testamento lascia al convento un censo di otto scudi sopra una sua casa alla Scrofa, con peso di tre messe l’anno” e inoltre nel 1513 affitta in perpetuo a Vincenzo de Ferrariis una sua casa in Campo Marzio ed i Padri “come padroni di essa danno il consenso”.(n.31 b.15,nn.210, 2086) Nel 1533 si trova scritto “Essendosi mossa lite tra i Padri e Geronimo de Bongiovanni, erede di Alessandro de Bongiovanni, sopra un censo annuo imposto sopra una casa nel Rione di Campo Marzio alla Scrofa, posseduta da Jacomo de Aregal, i Padri concordano col detto Gironimo di poter esigere il detto censo”. (n.32 b.15, n. 914) Nel 1568 è sepolta in S. Agostino Nannina, moglie di Maffeo Maffei, cavaliere di S.Stefano. Questa famiglia originaria di Volterra aveva il proprio sepolcro nella cappella Sancta Sanctorum ed abitava, almeno dal 1519 in una casa del convento: nel 1519 infatti risulta che “Missere Mario episcopo de Aquino”, paga l’affitto. Mario era nato a Roma nel 1463; dopo gli studi aveva intrapreso la carriera curiale:fu scrittore della Penitenzieria,canonico di S.Pietro e custode della basilica; nel 1516 veniva eletto vescovo di Aquino poi, nel 1524 ottenne il ricco vescovato di Cavaillon in Provenza.; è inoltre noto per essere stato un dotto umanista. Risulta aver avuto diverse proprietà immobiliari : due case a Parione, dove abitava; una casa a S.Eustachio;una a Campo Marzio, una a Trastevere e due vigne all’Aventino. (n.33 b.184,c.198r) A Roma, a inizio Cinquecento, si trovava anche Raffaele Maffei, fratello di Mario, noto come “Raffaello volterrano”, grande umanista legato ai maggiori circoli culturali del tempo. (n.34 S.Benedetti, in D.B.I.,67-2006) A fine Cinquecento si aprì una lite con la famiglia Bongiovanni che   rivendicava la proprietà della cappella. Nel 1601 è scritto che la “Cappella Sancta Sanctorum dei Bongiovanni era molto buia e umida”. (n.35 b.17, c.125 r) Nel 1605 i Padri concedevano “al Ill.mo Sig.re Oratio Bongiovanni che potesse levarsi quel deposito che è innanzi la cappella del Sancta Sanctorum acciò potesse dar lume nell’istessa cappella si come appare nell’istesso libro a c.80. Il mese di aprile propose il medesimo Sig. Bernardino Bongiovanni, essendo determinato di fabricare detta cappella dinanzi altre volte l’esecuzione della sopradetta propositione… il Padre Priore propose che il Sig. gentiluomo potesse fabricare et levare quel deposito et spostarlo intieramente sotto l’organo, anzi restasse la memoria intiera de benefattori. Li padri non si contentarono vi fosse il placet dell’Ill.mo Card. Maffei hauto quello sepulcrum, o depositio l’urna et l’iscritione di detta Ill.ma casa”. (n.36 b.3, c.117 v) Tre anni dopo il problema non è ancora risolto in quanto sopra la porta di detta cappella vi era ancora lo stemma dei Signori Maffei. A tal punto i padri richiesero che la famiglia Bongiovanni dimostrasse che ne era proprietaria e dicessero quanto vi voleva spendere per ornarla e che dote volessero assegnarle per il suo mantenimento. (n.37 b.3, c.123v)  Risulta che nel mese di gennaio 1608 Bernardino Bongiovanni avesse versato 1500 scudi di moneta al P. Baccelliere Gio: Batta da Bologna. (n.38 b.221, c.1v) Si arriva infine al 1612: “Concessione papale cappella Bongiovanni – Die 10 octobris 1612 Patres capitulariter congregati… determinaverunt concedere, sicut de facto concesserunt Domini Nostris Bernardino et fratribus de Bongiovannis, ut possent cappellam suam, sub nomina Sancta Sanctorum, prope cappellam Sanctae M.a Monicae positam honorifice sicut promixerunt rehedificare”. (n.39 b.6, c.25v) Comunque i lavori non erano ancora cominciati perché a febbraio 1613 si legge: “Item per far levare tutti li marmi della sepoltura de’ Maffei et altre pietre che erano dentro Sancta Sanctorum, si diede a quattro facchini, uno scudo e bb. quaranta”. (n.40 b.118, c.76v) I membri della famiglia Maffei sepolti nella cappella prima che passasse ai Bongiovanni erano il cardinale Agostino, che nel 1479 aveva venduto una casa a Girolamo Riario, nel Rione di Ponte, per 1500 ducati d’oro, e il vescovo Mario Maffei. Purtroppo le loro lapidi devono essere andate disperse in questo momento ed infatti non sono riportate dal Forcella. ( n.41 Amayden,cit.,ed.1987, pp.168-169)

1410 “Andrea di Cecco Fuordivoglia, detto Andrea Mattabuffo, elegge la sua sepoltura a S. Maria del Popolo”; lo stesso anno la moglie Caterina  di Simeone lascia a S. Agostino 10 fiorini. Andrea era il padre, del P. Maestro Paolo Mattabuffi, famoso predicatore agostiniano, definito “alter Paulus”. Nel 1410, nel suo testamento (muore nel 1435) lasciava unico erede il figlio.  Nel 1439 il nome di Andrea compare ancora nelle carte d’archivio: “Maria, figlia del q.m Andrea Mattabuffi, moglie del q.m Stefano de Quatracci et allora di Lorenzo Benedetto Obicione, rinuncia alla sua eredità in favore del convento”. (n.42 b.15, n.106) Il Quattracci apparteneva ad una famiglia che contava medici e senatori, mentre l’Obiccione fu senatore nel 1407. (n.43 Amayden,cit.,ed.1987, pp.114,154-155) Nel 1449 Paolo era stato eletto vicario generale degli Agostiniani e,nel 1452,cappellano pontificio di Nicolò V e Callisto III. Nel 1483, il padre agostiniano, nel suo testamento, eleggeva  la sua sepoltura in S. Agostino “nella cappella di S. Maria Maddalena noviter edificata”. (n.44 Forcella,cit.,1874, n.13) Alla sua morte, avvenuta nel 1483, la cappella non doveva essere  ancora completata perché a novembre del 1492 si pagava “Mastro Stephano per parte de pagamento della cappella de Maestro Paolo”; si davano inoltre 56 ducati di carlini a mastro Francesco “scarpellino per acconciare la pietra dell’altare de M.o Paolo. (n.45 b.107, c.65v) Si tratta della prima cappella della navata sinistra, prima che, nel 1500, prendesse il titolo di Cappella della Pietà, passando a Fiammetta. (n.46 Per l’ingente eredità immobiliare di casa Mattabuffi si veda A. Mazzon, Ad tollendum discordiam inter monasteria. Riflessioni e brevi note sull’eremitano Paolo Mattabuffi, in Roma e il Papato nel Medio Evo. Studi in onore di M. Miglio, I, a cura di A. Di Vincentiis, Roma 2012, pp. 439-447) Nel Tesoro di san Pietro si conserva un reliquiario della testa di S.Sebastiano, dove è presente lo stemma Mattabuffi, reliquiario che originariamente conteneva resti di S.Monica e S.Maria Maddalena; ciò fa supporre che sia pervenuto, in epoca imprecisata, dalla chiesa di S.Agostino.

1411 “Lella di Gualtiero della regione di Ponte, con suo testamento, nomina suoi eredi universali la figlia Vannozza e i nipoti, morendo i quali tutti senza discendenza legittima, succederà loro la chiesa di S.Trifone, dove vuole essere seppellita vuole essere seppellita ”. (n.47 b.15, n.63; Montenovesi, cit.,1935,p.312)La donna abitava nel Rione di Ponte e nel 1411 aveva fatto testamento.

1412 “Bartoluzzo di Cola Porcari vende a Cosmata, moglie di Cola Tomarozzi, una vigna al Trullo”. (n.48 b.15, n.64) Cola Porcari era un banchiere ed aveva il banco a Campo de’ Fiori; fu priore della Società della Ss.Annunziata; nel 1425 era Maestro di Strade, mentre Cola Tomarozzi de Stati aveva sposato Cosima (o Cosmata), figlia di Cola Porcari abitante nel Rione di S.Eustachio. Nel 1422 “Antonio Stati Tomarozzi vende a Grazia di Simeone Grazioli, una casa nel Rione di Ponte”. (n.49 b.15, n.72) Questa famiglia è ricordata già nel 1370 con “Lellus Stati speziale a S.Eustachio”; nel 1372 è testimone ad un atto notarile “Mattutius Stati aromatario del Rione Ponte”; a fine secolo, altri membri della famiglia risultano speziali. Nel 1430 un Giovanni è nell’elenco dei soci dell’ospedale di S.Lorenzo in Miranda  I Porcari erano nobili romani, abitanti nel Rione Pigna, presso la Minerva; la loro fortuna, nel settore immobiliare, nelle magistrature capitoline, negli uffici di Curia, nel notariato e come cambiavalute, si ebbe nel Quattrocento. Ad essa appartenne anche Stefano, giustiziato nel 1463 per la rivolta “repubblicana”. (n.50 Amayden,cit.,ed.1987,pp.151,198; A.Modigliani, I Porcari, Roma 1994)

1420 “Chiara, moglie del q.m Cola Musi, lascia a Menico, figlio di Antonella, sua figlia, la metà di un casino fuori di Porta del Popolo, et alla chiesa di S.Agostino, per la fabbrica, 12 fiorini”. (n.51 b.15, n.69; Montenovesi, cit.1935,p.312) La donna abitava in Campo Marzio; il marito era sepolto in S.Trifone.

1421 È citata nei documenti la cappella di S.Rufo, dotata da Matuzzo della Riccia, come riporta una iscrizione menzionata dal Forcella, di una sua casa con orto nel Rione di Campo Marzio: “Casa e bottega nella strada de S. Triphone per andare verso S. Luigi” (n.52 b.15, n.70; Forcella,cit.,1874,n.122;Montenovesi,cit.,1935,p.312) Questo edificio “rovinò la notte di Natale del 1573 e fu rifatto”. Passò successivamente a Giuseppe Martini coronaro e quindi a Pietro Antonio “rappezzatore”.(n.53 b.20,cc.24r,25r) Nel 1430,nell’inventaio del convento è elencato un pallio rosso di seta donato da “D.nus Johe de Montanis qui fecit edificari cappella S.Johe Baptista in ecclesia S.ti Thriphonis”.(n.54 b.34,c.13v) E’ possibile quindi ipotizzare che nel 1430 la cappella avesse cambiato proprietà e titolo. Un documento del 1475 ricorda che la cappella era stata “fabricata et constructa”(contratto stipulato dal notaio Mariano di Giovanni Scalibastri); nel 1458 è citato il “nobilis vir Dominus Petri Mactuzij de Rubeis”; questi, definito “Alme Urbis perpetuus cancellarius”, aveva istituito la “Sodalitas Parionis”, un sodalizio o cenacolo umanistico con lo scopo di celebrare ogni anno i “Parionalia”, il giorno della sua morte (19.4.1517); nel 1477 il convento prendeva possesso di una casa nel Rione di Ponte, vicino all’Orso, donata dalla “q.m Antonia [Arrighetti] di Michele de Prata alla sua cappella di S. Giovanni Battista in S. Agostino”. (n.55 AGA, Archivio Generalizio Agostiniano, Fondo S. Agostino, A 10, cc.116v-120v) Nel 1492 Matuzzo della Riccia veniva sepolto nella cappella della navata destra che a metà ‘500 avrebbe preso il titolo di S. Elena.(n.56 Forcella,cit.,1874, n.49) Nel 1509 “Leonardo di Leonardo de Riccijs, nel suo testamento, lascia al convento una bottega nella piazza de Ricci”. (n.57 b.15, n.2083) Risulta inoltre che il padre,nelle sue volontà, dichiarava di voler essere sepolto nella sua cappella in S.Trifone (1453),lasciando suo erede il nipote Evangelista. Nel 1518 si legge: “Concessione della cappella di S. Giovanni Battista in S. Trifone a Geronimo de Riccis”. (n.58 b.15, n.2083) Sembra quindi che l’originaria cappella della famiglia Ricci si trovasse in S. Trifone: quando i frati fecero demolire parte di questo antico edificio, i fratelli Mariano e Giulio Ricci dovettero spostarla in S. Agostino. Nel 1520 si fece dire una messa per “Missere Nicolò della Riccia” nella cappella di S. Anna Vecchia”. (n.59 b.110, c.20r) Nel 1544 Andreozza della Riccia dona ai Padri una sua casa a Ripa Grande, passata S. Cecilia”. (n.60 b.15, n.840) Infine nel 1594 un altro Mariano Ricci, nel suo testamento, dichiarava di voler essere sepolto nella sua cappella ( transetto destro) ed a tal fine lasciava al convento la terza parte di una sua casa in Banchi. (n.61 b.15, n.462)

1421 “Mattia de Tostis, canonico di S. Pietro, lascia a S. Agostino le sue case che furono del q.m Giovanni Meo de Saracenis, nel Rione di Ponte”. (n.62 b.15, n.71; Montenovesi, cit.,1935,pp.312-313)  In un atto notarile del 1380 è citato “Petrus Blaxii Johannis de Regione Campi Marti”il quale aveva istituito suo erede Johanne Mei de Saracenis de Regione Pontis”. A questa nobile famiglia romana apparteneva Girolama de Tostis, l’amante del cardinale d’Estouteville, cui aveva dato sei figli. Risulta che la gentildonna abitava in un palazzo a Tor Sanguigna. In un rogito stilato da Camillo Beninbene nel 1481 la donna è definita “noster amatissima”; il notaio, intimo del prelato francese, nel 1483 aveva stilato il suo testamento. Nel 1435 “Vannozza de Tostis, dopo la morte di Sanità, sua figlia ed erede, lascia la sua casa in Campo Marzio et un’altra da comprarsi a S. Agostino”. (n.63 b.15, n.92) Alla morte del cardinale d’Estouteville,nel 1483, Girolama, figlia del nobile Francesco, del Rione di Ponte, sposava Strozzo Strozzi. Nell’inventario di sacrestia del convento è elencato un calice donato da Geronima e da Strozzi di Firenze, quindi post 1483.

1422 “Pietro di Cecco Ritii vende al convento di S. Agostino, una casa con orto e pozzo, nel Rione di Campo Marzio, parrocchia di S. Trifone”. (n.64 b.15, n.73; Montenovesi, cit.,1935,p.313) In precedenza la casa era stata data alla moglie Giovanna.

1423 Fiora, moglie di Antonio Allegrucci e sua nipote Anastasia di Lello di Giovanni Antonio De Rubeis, vendono a Maria, moglie di Poncello Orsini, una lor casa nel Rione di Parione”. (n.65 b.15, n.2062; per notizie su questa famiglia cfr. F.Allegrezza, Gli Orsini,Roma 1998)

1423 Paolo di Nuccio, “Nuntius Joannis Romani Casalis, dictus alias Parente, de Regione Campi Martij” detto “lo Falluto” lasciava un legato di 1000 fiorini per dote della cappella di S. Maria Maddalena, in S. Trifone, dove l’anno successivo furono sepolti lui e la moglie Lorenza. La famiglia risulta presente a Roma già dal 1308 con “Casale de Parente”. Nel 1428 anche Giovanna Casali,moglie del q.m Lorenzo Paolo Clodio,lasciava una casa in dote di questa cappella.(n.66 b.15,nn.74,295;Montenovesi, cit,1935,p.313) La stessa nel 1429 lasciava a Lorenza,moglie del q.m Lorenzo Giovanni Caffari, alias “piglialtorto”, l’usufrutto di una casa a Campo Marzio e,dopo la sua morte,alla cappella di S.Maria Maddalena in S.Trifone, nella quale elegge la sua sepoltura”. (n.67 b.15,n.79) Quasi certamente Lorenzo Caffari apparteneva alla stessa famiglia di Stefano Caffari,curiale ed autore di un “diario di Roma”. La famiglia Caffari aveva le case dietro palazzo Altieri. Nel  1447 si trovacitato “Nutius Johannis Romani Casalis dictus Parente, de Regione Campi Martii”. La famiglia Casali abitava in via della Stelletta. Nel 1461 Perna,moglie di Romano Casale, vendeva al priore dell’Ordine una sua casa nel rione di Ponte. (n.68 b.15,n.132) In questo stesso anno viene sepolta Francesca de Casalibus e,nel 1468, Battista de Casali, priore di S.Agostino. Nel 1463 Antonio Casali,con rogito del notaio Mariano Scalibastri,otteneva una cappella in chiesa,detta di “S.Agostinello”; piuttosto che una cappella, quello di “S.Agostinello” doveva essere un altare addossato alla parete destra del transetto destro. Sempre nella seconda metà del secolo è ricordato un Raffaele Casali, Maestro delle Strade, abbreviatore apostolico e priore dei Caporioni e, nel 1480, Lelia Casali moglie di Giovanni Luca Boccamazzi, sepolta nella cappella di S.Agostinello. Nel 1500 i padri di S.Agostino affittano ad Andrea Casali e Angela sua moglie una loro casa a Campo Marzio.(n.69 b.15,n.186) Nel 1505 “Giovanni Battista del q.m Romano Casale vende al convento la così detta “Casa Nuova”, nel Rione di Campo Marzio”.(n.70 b.15,n.197) Nel 1506 è sepolto davanti all’altare Messer Nuccio Casali.(n.71 b.109,c.12r). Nel 1509,tra le case del convento,è citata “una casa posta nel rione di Campo Marzio qual fu commutata…de Messer Raphaele Casali qual sta appresso alla casa de messer Raphaele e dove lui habita”.(n.72 b.14,c.25v) In questo stesso anno è nominata una casa (forse la stessa) che si trova “in faccia le monache di Campo Martio”,posseduta dal convento dal 1464 ; la teneva Evangelista Casali e poi l’ebbe Vannozza (Cattanei) e quindi Nardo Luzi. (n.73 b.14,c.44r) Nel 1510 “Giovanni Battista de Casalibus fa quietanza alli Padri di 200 ducati per parte del prezzo d’una casa venduta loro a Campo Martio”.(n.74 b.15,n,203) In questo stesso anno si cita un’altra casa in Trastevere “casa  posta nella strada che va a S.Cecilia, a man dritta in una piazzetta e fu lassata dalla signora Cecilia Casali,rogito di Alessandro Fiorentino,con l’obbligo di una messa la settimana all’altare di S.Agostino de’ Casali”.(n.75  b.14,c.79r)  Si è visto che Giovanna Casali aveva sposato un membro della famiglia Clodiis; altri sono ancora elencati nella carte dell’archivio:nel 1430 Giovanni Petronio de Clodiis; nel 1452 Lorenzo di Petronio, nel 1458 Gismondo, nel 1486 Pietro di Giovanni e Marcello, canonico di S.Lorenzo in Damaso, che abitava in una casa del convento; (n.76 b.15, n.322) Nel 1503 Sebastiano, nel 1509 Antonio. (n.77 Amayden, cit.,ed.1987,p.362)

1426 Giovanni di Alessio Matalocchi, alias Pagliaro, e Perna sua moglie, vendono a Giacobello di Checco di Giovanni Checco, una lor casa in Campo Marzo”. (n.78 b.15,n.2063)

1427 “Romano Cecco Deo vende a Ursina, figlia di Giacomo de Ursinis, una casa nel Rione di Ponte, nella strada dritta vicino l’Immagine”; nel 1431 la rivende al convento. (n.79 b.15,n.76) Giacomo Orsini, conte di Tagliacozzo (1360-1431), fu un importante uomo d’armi, inizialmente al servizio del Regno di Napoli poi, negli anni ’20, militò al soldo della Repubblica di Firenze. Una sua figlia Angelella sposò nel 1426 Giacomo Caetani. ( n.80 B.Pio, in D.B.I., s.d.)

1428 “Giorgio di Giovanni da Civitella e Gemma sua moglie vendono a Maria, moglie di Poncello de Ursinis, una casa con orto nel Rione Colonna”. (n.81 b.15, n.78)

1429 “Angelo di Petruccio de Normandis, detto “Angelo Pennuto”, vende a Maria de Cenci, moglie di Poncello de Ursinis, una vigna fuor di Porta S. Pancrazio”. (n.82 b.15, n.80) “Pennuto” doveva essere il soprannome della famiglia perché, sempre nella prima metà del secolo si ricorda un “Cristoforo Pennuto”, attivo in Curia. I Normanni erano una famiglia baronale, già nota a Roma a fine sec. XII, abitante nel Rione di Ripa: nel 1348 è ricordato nel Rione Colonna un “Normandus de Normandis” e nel 1461 un Innocenzo è citato in un atto notarile.(n.83 Amayden,cit.,ed.1987,pp.111-112)Erano imparentati con i Tedallini, come testimonia l’uso frequente del doppio cognome.

1430 “Madonna Pasqua vedova del q.m  maestro Giacomo Cartari, lascia al convento tutte le sue ragioni dotali et in specie sopra alcune case nel Rione di Ponte”. (n.84 b.15, n.81;Montenovesi,cit.,1935,p.314)

1430 “Sentenza nella lite tra Rita, moglie di Pietro de Sanguinei et Angelozzo di Cola di Pietro de Sanguineis, sopra certe case a Tor Sanguigna, al Popolo e terreni fuor di Porta Castello”. (n.85 b.15, n. 2065) Nello stesso anno risulta che Rita aveva donato una tovaglia “pro altare S.ta Trinitatis”. (n.86 b.34, c.16r) I Sanguigni erano tra le famiglie più famose dell’Urbe. (n.87 Amayden,cit.,ed.1987, pp.185-186) Abitavano in un palazzo, confinante col convento, che aveva inglobato l’antica torre dei Frangipane.

1430 Biagio Molin,juris utriusque doctor et famosissimus, eletto patriarca di Grado e primate di Venezia dall’amico Gabriele Condulmer, poi P. Eugenio IV, donava ai padri di S. Agostino i beni del suo predecessore il cardinale agostiniano Pietro Amely, della diocesi di Narbona, sacrista e confessore di Bonifacio IX. Il prelato, mentre visse, fabbricò ed acquistò in Roma alcune case e vigne; morto senza testamento, fu sepolto nella nostra chiesa. (n.88 b. 15, n.82; Montenovesi,cit.,1935,p.314)

1430 Maria “de Cinciis” romana, figlia di Paolo di Cecco Cenci, moglie di Poncello Orsini, fratello del venerabile fra’ Cesario de Ursinis agostiniano, rettore delle Mantellate, edificava in S. Trifone, una cappella dedicata ai SS. Andrea e Stefano, per la quale donava ai frati 604 ducati d’oro, oltre a case e vigne; l’anno successivo un certo Gervasio Blaxii da Teramo,pievano di Contraguerra, erede di Lello Blaxii calzolaio, vendeva al convento una casa libera nel Rione di Ponte per 420 fiorini, sulla via Recta, presso Monte Giordano, per dote di questa cappella; (n.89 b.15,n.296;  Montenovesi,cit.,1935,pp. 314-315) anche un Jacobello di Paolo di Lello Rubeis vendeva una casa, con orto a Parione, al convento, per lo stesso fine. (n.90 b.15, nn. 83, 85, 296) Nel 1431 “Ursina, figlia del q.m Giacomo delli Ursinis di Nepi, vendeva al convento, per dote della suddetta, una casa nel Rione di Ponte, vicino l’Immagine di Ponte”. (n.91 b.15, n.86) Nel 1444  la stessa“Ursina de Ursinis, contessa di Soana, cedeva a Pacifica Salvati, mantellata di S. Agostino, una sua casa nel Rione di Ponte, parrocchia di S. Apollinare”, pervenuta poi al convento. (n.92 b.15, n.111) Orsina, della famiglia dei Conti di Tagliacozzo, aveva sposato il Conte  Carlo Monforte di Termoli,abile uomo d’armi. (n.93 Amayden,cit.,ed.1987, pp.295-299) Come si è già visto e si vedrà ancora nei prossimi anni, Maria Cenci compra diverse case per metterle a reddito affinchè sia dotata la cappella da lei fondata.

 1434 Fioruccia, moglie del q.m Pasquale Perroni de Gonessa, della regione di Ponte, fa suoi eredi li Padri di S. Agostino”. (n.94 b.15, n.87; Montenovesi,cit.,1935,p.315)

1435 “Antonia, moglie di Angelo Tomacelli, lascia ad Angelello, suo figlio, una casa nel Rione di Campo Marzio, con questo che, venendo a morire, ne ricada la metà a S. Agostino”. (n.95 b.15, n.91) Angelo Tomacelli doveva essere un parente di Bonifacio IX (1389-1404); è noto che questo pontefice favorì molto i  suoi familiari con incarichi e prebende.

1435 “Francesca, moglie del q.m Lorenzo Mangliano, alias Ceccholella de Fante,della regione di ponte, istituisce suo erede Paolo, alias fra’ Clemente, vescovo di Veroli, suo figlio”; a sua volta il prelato lascerà i suoi beni al convento. (n.96 b.15, 6n.88; Montenovesi,cit.,1935,p.31) Il prelato è l’agostiniano Clemente Bartolomei, morto nel 1457. Questo documento conferma la data di elezione al vescovato al 1427 e non al 1437, come si riteneva.

1435 “Nardo de Buccamazzi, protettore di Maria sorella di Mons. il P.fra’ Agostino di Gonessa, vescovo Bovense, e moglie di Antonio Cecco della Villa”, lascia i suoi beni al convento. (n.97 b.15, n.95) Nel 1463 “Mariola, moglie di Antonio Cecco e figlia del q.m Buzio Nardo, elegge la sua sepoltura in S.Agostino, cappella di S.Angelo, e lascia a questa una sua casa nel Rione di Ponte in contrada e parrocchia di S.Salvatore alle Coppelle”. (n.98 b.15, n.136) Nardo de Boccamazzi fu senatore di Roma fino al 1466. Il prelato citato è Agostino Campello che tenne la diocesi di Bova (Reggio Calabria); nel 1435 morì ed fu sepolto a S. Agostino. (n.99 Forcella,cit.,1874,n.5)

 1435 “Giovanna, figlia spirituale del q.m Giacomo de Tedalinis, canonico di S. Pietro, de Regione Columna”, eleggeva la sua sepoltura in S. Agostino “a’ piedi del Crocifisso, allo quale lascia dieci fiorini e, per la fabrica di essa, novanta altri fiorini”. (n.100 b.15, n.93) Già nel 1431 Giovanna aveva donato alla cappella un pallio. (n.101 b.34, c.3r) É evidente che un altare “del Crocifisso” doveva già esistere a tale data e che l’intervento di metà Cinquecento, ad opera di Virginio Orsini dell’Anguillara, si riferisce ad una nuova costruzione. Giacomo de Tedalinis, da parte sua, lasciava alla sua morte al convento una casa al Pozzo delle Cornacchie, “alla Cirasa”, nei pressi di piazza Rondanini, casa che dal 1470 risulta abitata dalla famiglia Alessi. Vi risiedettero Alessio di Paolo, Caterina d’Alessio e Domenico d’Alessio; nel 1510 gli agostiniani l’affittarono “a vita” a Giovanni Stella e suoi figlioli, che la tennero fino al 1521. Gli Alessi, famiglia di origine fiorentina, risultano presenti a Roma dal XIII secolo con un Alessio de’ Pianellari, toponimo della via che costeggia il lato della nostra chiesa. Nel 1404 Lelio de Alexiis è caporione; nel 1407 Giovanni de Alexiis è conservatore; nel 1459 risulta che Jacobus de Alexii de Cincis è proprietario di un fondaco nel Rione Regola; nel 1462 Girolama di Antonio de Alexiis sposa Ludovico Mattei; nel 1496 è citata la “cappella di Menico de Alexiis” che doveva esistere già nel 1430 quando viene donato “un piviale con l’arme de Francesco de Alexiis de Florentia”, forse in S.Trifone. (n.102 b.34, c.14r) Nel 1542 i Padri davano in enfiteusi a Cornelia de Alexis, moglie del q.m Porfirio de Magistris e Pompeo suo figlio, a terza generazione, una lor casa nel Rione Colonna, dove si dice la “Cerasa”; (n.103 b.15, n.433) di questa importante famiglia si dirà in seguito. Un foglio del 1543 riporta che una cappella del Crocifisso era stata eretta al pilastro di sinistra, rispetto all’altare maggiore, da Virgilio Orsini dell’Anguillara (1498-1548). Nel 1548 si dice che la cappella era stata fondata “dall’Ill.ma Sig.a Principessa Justina moglie et Madalena e Caterina Ursine figliole dell’Ill.mo Sig. Virgilio dell’Anguillara e fu dotata di 500 scudi; non è finita perché l’architetto Jacomo della Porta nola vol finire se non è prima pagato”. Da documenti, resi noti da Masetti Zannini, risulta che l’altare era ornato da marmi policromi con un grande crocifisso in bronzo, al centro. (n.104 G. L. Masetti Zannini, Cappelle, sepolcri e coro cinquecenteschi di Sant’Agostino, in Strenna dei Romanisti, 2003, pp. 423-433) In questo stesso anno è scritto: “Cappella del Crocifisso vicino l’altare maggiore – Questi 500 scudi con altri se sono investiti nella fabrica di tre botteghe che confinano con il nostro portone e la stufa, come appare per testamento rogato da Antonio Massa da Gallese, notaio all’Archivio li 18 giugno 1548. Erede il Sig. Duca de Cere quale non vole finire detta cappella havendo in mano l’eredità e per questo effetto dona 1000 scudi”. (n.105 b.17, c.124v; b.21, cc.120r-126v) Nel 1568: “Fu proposto ai Padri che la principessa di Scalia, figliola già del Conte dell’Anguillara, faceva instantia che si trovasse da noi da investirsi cinquecento scudi per dote dell’altare del Crocifisso, qual hora si fa secondo il lassito del detto Conte…”; tre anni dopo, nel 1571 “fu esposto alli Padri del Capitolo se si contentavano che quelli cinquecento scudi della felice memoria del Sig. Conte dell’Anguillara, ricevuti dalla Signora Principessa di Scalia si mettessero nella fabrica del Torrione per investirli si come era intentione della soprannominata principessa esecutrice di questo legato”. (n.106 b.2, ff. 21r, 28v) Caterina  Orsini aveva sposato Troiano Spinelli di Scalea (+1566) e Margherita, Gianpaolo dell’Anguillara, duca di Ceri (+1560). La complessa storia di questa cappella continua: nel 1574 risulta che “fu dotata da Gio. Batta Pallavicino de scudi 18 e che si impegnava di mantenerla di tutte le cose necessarie e quando fosse di bisogno risarcirla, pingerla, adornarla in modo conveniente etiam de paramenti”. Il pallavicini, milanese, abitava nella parrocchia di S.Pantaleo; morì nel 1575. ( n.107 b.22, c.22r). Nel 1575 si legge nel documento: “Quintiliano Mandosi a nome dei suoi figli, come eredi del q.m G. B. Pallavicini, loro avo materno, vendono a Mons. Pietro Camaiano, vescovo di Ascoli, una casa nel Rione di S. Eustachio, assegnata dal Pallavicini per dote della Cappella del Crocifisso”. (n.108 b.15, n.758) Pietro Camaiano nel 1539 era entrato al servizio di Cosimo I che nel 1546 lo aveva inviato al Concilio di Trento. Fu protetto da Giulio III di cui era “cubicolario segreto” e “continuus commensalis”; il pontefice lo incaricò di numerose missioni diplomatiche; nel 1566 ottenne il vescovato di Ascoli; morì in questa città nel 1579. ( n.109 G. Rill, in D.B.I.,17-1974) Nel 1587 si ha un altro lascito: “Pro capella S.mi Crucifixi in testamento quod fuit productum in atto Dominus Juvenalis Not. Cap.ni factum per Ludovicum Francisci Mariae de Campo… et mandavit dotare capella S.mi Crucifixi in ecclesia S. Augustini, scutis quindecim moneta”. (n.110 b.25, c.14r) Nel 1505 nel Libro delle Entrate ( n.111 b.108, c.152r) è citato il “deposito de misser Baptistino de Campo Fregoso de Genua”; questi, nato a Genova nel 1452, si era dedicato alla carriera militare, ma sembra essere stato anche un dotto umanista; nel 1503 si era recato a Roma per assistere all’elezione di Giulio II e qui, poco dopo era morto. Finora si ignorava che fosse stato sepolto in S. Agostino. Nel 1596 avviene “l’instituzione de un censo de scuti 229 al Mandosio della dote della cappella del Crocifisso in chiesa nostra dati al Sig. Fabio Mandosio, imposto sopra una sua casa vicino a S. Pantaleo a’ ragione de scudi 8 per cento. Rogato il Romauli”. (n.112 b.25, c.20r) I Mandosi, famiglia di Amelia, ma presenti a Roma già nel Quattrocento, contavano anche un Giacomo che fu senatore negli anni 1486-1487 e un Antonio protonotario apostolico (1517), sepolto a S. Agostino; Quintiliano (1514-1593), famoso giurista e Governatore di Narni, aveva sposato Erminia Pallavicini (+1571), attraverso la quale, come è detto nel documento, aveva ottenuto la cappella in eredità. Nel 1626 troviamo registrato un legato di cento scudi che Tarquinia d’Arcangelo lascia in testamento “con un peso per il monastero de S.to Agostino debba dire tante messe… che saranno d’accordo li Padri con il Sig. Girolamo Mandosio, erede di detta Tarquinia de Arcangelo, sepolto in S.to Agostino, nella sepoltura delli Sigg.ri Mandosi”. (n.113 b.25, c.45v) Nel 1618 la cappella, o piuttosto l’altare, veniva dedicato a S. Tommaso da Villanova, dichiarato beato, e il Crocifisso rimosso. (n.114 Amayden,cit.,ed.1987, pp.30-32, 208-209)

1436 “Stefano Cerrone e Perna sua moglie vendono a Giacobella, figlia del q.m Giovanni de Tostis, tre pezze di vigna fuori di Porta Castello, alli Prati”. (n.115 b.15, n.98) Tre anni dopo, “Suor Giacobella, figlia del q.m Biascio di Bartolomeo de Tostis, mantellata, lascia a S. Agostino una sua casa contigua al Macello, detto del convento”. (n.116 b.15, n.104) La famiglia de’ Tostis è già citata nei documenti nel 1421.

1436 “Rita, moglie del q.m Vanni de Cento, vende a Maria del q.m Poncello de Ursinis, una casa vicina alla chiesa di S.Maria in Aquiro”. (n.117 b.15, n.99)

1437 “Catarina, moglie del q.m Massarone, elegge la sua sepoltura in S. Trifone e istituisce suo erede Mariano di Cecco Cipolla e poi il convento”. (n.118 b.15, n.100) Dovrebbe trattarsi di Mariano Scaparoni detto Cipolla che è citato in un atto di vendita nel 1453.

1438 “Mons. Agostino de Roma, arcivescovo Nazareno, dona a S. Trifone e S. Agostino, la sua vigna fuori e vicino le muraglie di Roma, vicino la Porta del Popolo e una casa vicino S. Trifone”. (n.119 b.15, n.102) Il prelato è Agostino Favaroni, priore generale dell’Ordine dal 1419 al 1431, eletto da Eugenio IV arcivescovo di Nazareth (Barletta). Fu autore di scritti eretici per i quali fu condannato; morì nel 1443.

1439 “Lorenzo di Paolo Solari e Francesca sua moglie vendono a Maria de Cenci una lor vigna fuor di Porta del Popolo, nella strada a’piedi della Selciata”. (n.120 b.15, n.105)

1439 “Il Padre fra’ Cesareo de Ursinis, sindaco del convento, fa istanza di avere l’eredità del q.m Antonio di Lello Petrucci, ricaduto al convento in ragione di fra’ Giacomo agostiniano, figlio di essi”.  Antonio è già citato in un documento del 1394 quando fa una donazione alla Compagnia del SS.Salvatore;in questo stesso anno Francesca Romana fondava un’associazione di Oblate di Maria, insieme ad alcune pie  donne tra cui figura Agnese di Paolo di Lello Petrucci. (n.121 b.15, n.309) Nel 1445 Paola, moglie del q.m Antonio di Lello Petrucci, istituisce suo erede il P. fra’ Giovanni agostiniano, in 25 fiorini e un macello nel Rione di Ponte. Nel 1430 Anastasia di Antonio di Lello Petrucci del Rione Campitelli, sorella di fra’ Giovanni,aveva donato una pianeta. (n.122 b.34, c.16r)

1439 “Rita, moglie di Angelo Viti, nel suo testamento, elegge la sua sepoltura in S. Agostino”. (n.123 b. 15, n.2065)

1439 È ricordata la cappella dei SS. Crispino e Crispiniano, nella chiesa di S. Trifone, appartenente alla Confraternita dei Calzolai Tedeschi, prima di costruire la loro chiesa confraternale di S.Maria in Cannella. Successivamente questi artigiani si riunivano nella cappella di S.Monica, celebrando i loro riti su un altare portatile. Dall’inventario di sacrestia del 1550 si rileva che i calzolai avevano donato alla chiesa “un calice d’argento con l’arme de calzolari,con sua patena, qual tengono loro”:le suppellettili liturgiche per la celebrazione della messa venivano conservate, in chiesa sotto protezione della compagnia.(n.124 b.34,c.105r) Sebbene questi non sembrano aver donato case al convento in dote della cappella, tuttavia le Entrate di Sacrestia, per tutto il Quattrocento, rivelano moltissime offerte ed elemosine per messe funebri e anniversari anche da parte dei “calzolari lombardi” probabilmente affiliati alla confraternita. (n.125  Osbat, Lo statuto della confraternita dei SS. Crispino e Crispiniano dei calzolai tedeschi, in Confraternitas, 12/2, 2001, pp. 3-33) Gli artigiani tedeschi erano insediati prevalentemente nel Rione di Ponte. “Teutonici” erano anche i fornai, i tavernieri, gli “stufaroli”. Il documento più antico che testimonia il rapporto tra i calzolai tedeschi e gli agostiniani, ancora in S.Trifone,risale al 1375 quando si concedono tutti i beni nel rione di Campo Marzio,già di “Roffredo vescovo a Tyse calzolaro de Alemania e sua moglie Alise e fra’ Pietro teutonico agostiniano”.(n.125a  Montenovesi,cit.,1935,p.309)

1440 In questo anno Maria Cenci, rimasta vedova, lasciava una casa alle “suore mantellate” di S. Agostino e Jacobella de Tostis, mantellata, donava una sua casa presso il “macellum S.ti Augustini”. (n.126 b.15, n.2093); questo luogo era la prosecuzione di Via del Gallo, nei pressi di Campo de’ Fiori. Alla sua morte Jacobella, già citata nel 1436, venne sepolta in S. Agostino nella cappella di S. Monica, come tutte le mantellate. (n.127 Forcella,cit.,1874, n.6) Già l’anno prima Maria Cenci lasciava al convento una casa nel Rione di Campo Marzio e ne pigliava possesso Fra’ Cesareo de Ursinis, con decreto di Mons. Astorgio Agnesi, arcivescovo di Benevento, vicario e governatore di Romagna”. (n.128 b.15, n.310) Risulta che Maria Cenci apparteneva alla “Penitenzieria agostiniana”.  Ancora nella seconda metà del XVI secolo vengono sepolte in S.Agostino delle discendenti della nobildonna: Ortensia Cenci,sposa di Roberto della Riccia, rimasta vedova nel 1568, moriva nel 1582; Lavinia Cenci, nata nel 1570, nel 1593 aveva sposato Emilio di Antonio della Morea, conte e cavaliere palatino, sepolto in S.Agostino nel 1607. (n.129 per le “mantellate” vedi A. Esposito, Female religious communities of fifteenth-century Rome, in Women and religion in Medieval and Renaissance Italy, a cura di D. Bornstein – R. Rusconi, Chicago 1996, p.206)

1444 Nel transetto di sinistra è citata una cappella dedicata a S. Michele Arcangelo (altre volte detta di S. Raffaele o soltanto dell’Angelo) “in ecclesia Sancti Augustini novi de Urbe, retro acchorum, et versus ecclesiam Sancti Apollinaris” di juspatronato della famiglia Vergorelli. (n.130 b.17, c.125r) L’atto notarile relativo alla cappella viene fatto da Francesca “uxor  q.m Nardi Mei Vergorelli”, nel 1444. Nel 1464 la famiglia dona al convento una casa nel Rione Colonna, confinante “con l’horti di Angelo del Bufalo, per dote della cappella suddetta”. (n.131 b.15, n.2090) Lo stesso anno viene ricordata un’altra cappella, sempre nel transetto di sinistra, dedicata ai SS. Pietro e Paolo, dotata da “Maestro Francesco de Nardo Mei Vergorello alias Monteverde”, passata successivamente alla casa Aragonia, almeno dal 1493 quando vi viene sepolto il cardinale Antonio Piccolomini d’Aragona. Risulta che nel 1509 la famiglia possiede lo jus in persona di Maestro Andrea de Aragonia lanarolo. (n.132 b.15, n.93; AGA, A.10, c.112v) Nel 1430 “Ceccolella” ( Francesca) aveva donato una tovaglia “altari majori retrum nostrum chorj ubi posuit jmaginem S.ti Michaelis”, testimoniando che l’altare già esisteva. e aveva una pala raffigurante l’Arcangelo Michele.(n.133 b.34, c.15v)  Nel 1522 Madonna Ludovica faceva un’offerta per la festa del suo altare dei SS.Pietro e Paolo, posto accanto a quello di S. Michele arcangelo, nel transetto sibistro. (n.134 b.110,c.36r)  Nel 1532 vi è sepolto il medico Ferdinando Aragonia .Rinunciano alla cappella nel 1635 che fu rimossa nel 1670.

1447 “Pietro Paolo di Cola Giacobelli, col consenso di Vannozza, sua moglie et anche di Cola Angelo da Rieti, Rettore di S.Salvatore alle Coppelle, vende a Lucrezia, moglie del q.m Mattheo di Mazza, una vigna fuor di Porta del Popolo”. (n.135 b.15, n.113) Nel 1453 Antonello di Giacomo di Civitella e Agnese, sua moglie, vendono a Lucrezia,” moglie del q.m Matteo Mazza una lor casa con forno nel Rione di Campo Marzio, proprietà di Paola, moglie del q.m Pietro Petroni de Clodiis”. (n.136 b.15, n.119)

1447 “Alli 8 luglio il Sig. Cardinale Antonio, titolo di S. Crisogono, chiamato Portogallense, facendo testamento, in conformità dell’indulto concessogli da Eugenio IV nel 1444, dispone che la facoltà da lui concessa al priore della Minerva, appartenga al priore di S.Agostino, circa la fondazione e visita del Hospitale di S. Antonio de Portoghesi”. Si tratta di Antonio Martines de Chaves che nel 1439, eletto cardinale, aveva iniziato la costruzione della chiesa lusitana, dietro il convento di S. Agostino, allargando l’annesso l’ospedale. (n.137 b.15, n.311) Nel 1467 Paolo II ratifica il testamento del cardinale, tramite la bolla Superne Dispositionis. (n.138  M. de Lurdes Pereira Rosa, L’ospedale della Nazione Portoghese di Roma, sec.XIV-XX, in Mèlanges de l’Ecole francaise de Rome, 1994, 106, pp.73-128)

1450 “Matteo dello Cinotto vende a Francesco Mariani de Firenze, detto “della Zecca”, una vigna di tre pezze al Trullo”. (n.139 b.15, n.116) Il Mariani, durante il pontificato di Callisto III, diresse la Zecca che si trovava allora presso la chiesa di S. Biagio, in Banchi. A lui si deve il conio del ducato di camera d’oro.

1451 “Niccolò de Mattia de Marganis lascia a Mattia, Alessandra e Stipetta suoi figli, tutte le ragioni che gli competono nell’eredità della q.m Paola, moglie del q.m Antonio Lello Petrucci, sua sorella”, già citata nel 1439. (n.140 b.15, n. 313) I Margani erano, nel Quattrocento, una delle più importanti famiglie mercantili romane ed abitavano in una casa ai piedi del Campidoglio, nella piazza che ancora porta il loro nome. Avevano inoltre un fondaco in Piazza Giudea. Diversi membri ricoprirono la carica di conservatore. Nicolò nel 1436 andò a Firenze in qualità di ambasciatore di Eugenio IV e risulta di nuovo a Roma, come conservatore, nel 1440. Nel 1501 è sepolto in S.Agostino Francesco Margani, citato tra i “nobiles viri” nel 1484, persona vicina ai padri agostiniani. (n.141 Amayden, cit.,ed.1987,pp. 54-56; I. Ait, I Margani e le miniere di allume di Tolfa, in Archivio Storico Italiano, Firenze 2010, pp. 231-262)

1452 “Antonio di Giuliano Egidi, alias Ortolano, vende alla chiesa di S. Agostino, la sua metà di casa a Campo Marzio”. (n.142 b.15, n.118)

1452 “I Padri danno in enfiteusi a Paolo di Benedetto dello Mastro, Giacobella sua moglie e loro figli, una casa nel Rione di Ponte a S.ta Cecilia di Torre del Campo a Monte Giordano”. (n.143 b.15, n.285) Nel 1486 lo stesso lascia a Gentile, uno delli suoi figli e eredi, una casa,come sopra”. (n.144 b.15, n.286) Paolo, noto per aver scritto il “Diario e memorie di diverse cose accadute in Roma dal 1422 al 1484” usa ancora il cognome “dello Mastro”, prima che i suoi discendenti lo latinizzassero in “de Magistris”; aveva sposato Jacobella nel 1437 e da lei aveva avuto Agapito, morto nel 1500 e sepolto nella chiesa dei SS. Celso e Giuliano. Benedetto, un calzettaio, era figlio di Nicolò, caporione di Ponte e, nel 1449, “Magister Aedificiorum”.(n.145 per Paolo dello Mastro cfr.Il Buonarroti, 1875,4,pp.211-217;  R. Mordente, in D.B.I.,38-1990)

1453 È sepolto in S. Agostino il novarese Anselmo Maggi,esponente dell’entourage del Cardinale d’Estouteville “principale scrittore apostolico qui in corte e suo intrinseco e cordiale servitore”. Il cardinale francese lo aveva raccomandato a Francesco Sforza per un vescovato, ma senza riuscita. La sua iscrizione tombale non è citata dal Forcella perché non più esistente.

1453 Lello di Romanello Marzio vende a Giovanni di Cangietto una pezza di vigna, vocabolo Lopertoio seu Parioli, fra le mura di Roma”. (n.146 b.15, n.2068)

1455 “Antonio di Giovanni Cola, a nome di Bartolomeo di Giovanni Patena, affitta in perpetuto ad Antonio di Giacomo Meoli, alias Gammariello, una vigna di 4 pezze, fuor di Porta Castello”. (n.147 b.15, n.121)

1455 “Angelo Vinito (sic) rinuncia alle sue ragioni contro Vannozzella, moglie del q.m Giorgio, per ragione di dote, assegnata alla q.m Rita, sua figlia, moglie di detto Angelo”. (n.148 b.15, n.314)

1459 “I Padri affittano a Pietro Cola di Lauro da Spoleto, una lor casa nel Rione di Ponte”. (n.149 b.15, n.128)

1459 “Giovanni di Giacomo Destri, vende a Mons. Pietro Clerici referendario, tutte le sue ragioni sopra una casa in Parione, vendutagli dalli Padri di S. Agostino”. (n.150 b.15, n.129)

1459 “Gio. Luca de Boccamazzi, a nome suo e delli altri Maestri di Strada (Vangelista de Crescentiis e Antonio Alexi), concede licenza a P. fra’ Evangelista de Giacobazzi agostiniano, di fare un mignano et altri miglioramenti in una sua casa nel Rione di Campo Marzio”. (n.151 b.15, n.318) Il nobile Giovanni Boccamazza è una figura vicina ai padri agostiniani; di lui si hanno ancora notizie nel 1484.

1463 Casa al Pellegrino – data in enfiteusi a Giacomo di Paoletto e suoi eredi; l’anno successivo si legge:“La casa al Pellegrino, incontro la Strada de Cappellari, si loca ad Andrea de Paoletto”. (n.152 b.15, n.343) Nel 1501 la abitano Enea Paoletto calzettaio e Francesca, moglie di Tommaso Paoletto. Nel 1528 gli eredi la vendono all’orefice Pompeo de Capitaneis. Nel 1555, Gandolfo Gandolfi, suo erede, l’affitta per sette anni ad Alessandro Pellegrini; sorgono dei contrasti con Bartolomeo della Mirandola che ha sposato Claudia, figlia dell’orefice. Nel 1563 la casa passa a Cesare Odescalchi: “I Padri, cedendo ad una lite, affittano in perpetuo una lor casa con fondaco al Pellegrino a Cesare Odescalchi”. (n.153 b.14, c.39r; b.15, n.401) Quest’ultimo è un mercante di origine comasca che non ha nulla a che fare con la nobile famiglia romana. Infine nel 1585 la tiene Pompeo Pellegrini.E’ possibile che  quest’ultimo appartenesse  ad una famiglia di orafi, attivi a Roma per tutto il Cinquecento,ipotesi avvalorata dalla consuetudine di affittare una bottega a persone che esercitavano lo stesso mestiere; come è noto via del Pellegrino era infatti la strada degli orafi e degli argentieri.

1463 “Filippa de Comitibus, moglie del q.m Odoardo de Colonna, Duca de Marzi e Lorenzo Oddo Protonotario e Giordano de Colonna, dichiarano aver hauto in prestito dal P. M. Giacomo dell’Aquila, 86 ducati d’oro”. (n.154 b.15, n.135) L’anno successivo si legge: “Essendo che il Maestro Giacomo dell’Aquila… havesse pagato ducati 86 per i debiti di Odoardo Colonna, Duca de Marzi [1414-1503], Vittoria Colonna de Malatestis, sorella di detto Odoardo et esecutrice sua testamentaria, dà in solvendo al detto Padre Generale, l’infrascritti terreni…”. (n.155 b.15, n.300) Entrambi erano nipoti di papa Martino V; Vittoria aveva sposato Carlo Malatesta – Pesaro. Risulta che il papa incaricò il card. d’Estouteville di dirimere la questione relativa all’eredità di Vittoria, contesa tra Antonio e Giordano Colonna. É noto che i Colonna ricorsero più volte ai prestiti del cardinale francese.

1464 È sepolto in S. Agostino Giovanni Battista Artezaghi degli Arcidiaconi di Cremona, poeta, archiatra pontificio e segretario del cardinale d’Estouteville, che si era adoperato per fargli avere il vescovato di Cremona, ma senza successo.  Nel 1461 gli agostiniani gli avevano dato in enfiteusi una loro casa nel Rione di Ponte “con questo che spenda in riparazione 100 fiorini d’oro”. (n.156 b.15, n.133) Anche di questo personaggio non c’è traccia nel Forcella.

1464 “Fu preso possesso della casa avanti S.ta Maria in Trastevere, lasciata dal P. fra’ Antonio spagnolo”, quasi certamente agostiniano. (n.157 b.15, n.293) Questa abitazione nel 1465 la teneva Antonia d’Ottaviani, poi nel 1479 Guglielmo da Como  e Dorotea thedesca.(n.158 b.20,c.2r)

1465 “Anastasia, figlia del q.m Lorenzo Infangaccio, moglie di Giovanni di Antonello da Nola, lascia una sua casa nel Rione di Campo Marzio, alli Padri”. (n.159 b.15, n.139)

1467 “Bartolomeo di Gennaro vende a Pietro di Nicolò de Alemania e Gemma sua moglie, tutte le sue ragioni sopra una vigna fuor di Porta Castello”. (n.160 b.15, n.140)

1467 “Elena, moglie di Giovanni Fontana dona alli Padri una casa in Campo Marzo”. (n.161 b.15, n.2094) Questa casa nel 1490 è data in concessione ad vitam a Tomaso de Senis”.

1467 È sepolto in S. Agostino, nella cappella del Battesimo, l’agostiniano Fra’ Nicola Palmieri, famoso teologo siciliano; fu vescovo di Cathaci (Catanzaro) e di Orte. Non è chiaro dove si trovasse questa cappella all’interno della chiesa: forse era situata nella nicchia di sinistra della controfacciata, dove poi nel Cinquecento si eresse la cappella di S. Apollonia. (n.162 Forcella,cit.,1874, n.25)

1467  Il cardinale d’Estouteville ottiene un mutuo di 1000 ducati da Paolo de Rusticis (n.163  ASR,Collegio Notai Capitolini,v.176,cc.40r,67, notaio Benimbene), molto probabilmente per acquistare case e terreni dove costruire il suo palazzo in piazza S.Apollinare. Contemporaneamente compra tre case da “Magister Christoforo de Martignano, carmelitano”. Paolo de Rustici era legato agli ambienti del notariato e di Curia.Tra i primi si ricorda Cencio di Paolo di Cencio scrinario e segretario apostolico (1417-1443); nel 1457 Pietro di Giuliano e Paolo risultano guardiani del SS.Salvatore. Negli anni ’80 sono sepolti alla Minerva Agapito e Cencio.

1468 “Alli 16 aprile, Giovanni de Baroncellis istituiva suo erede il convento dei SS. Agostino e Trifone”. (n.164 b.15, n.336) Fu avvocato concistoriale al tempo di P. Callisto III e segretario del cardinale d’Estouteville dal 1468 al 1483. (n.165 Amayden,cit.,ed.1987, pp.117-118) Era sicuramente un suo parente quel Matteo Baroncelli, sepolto a S. Trifone che,ante 1430 aveva donato una navicella d’argento.(n.166 b.34,c.7r) Nel 1500 si ha “la permuta di un censo pervenuto dal testamento di Giovanni de Baroncellis, sopra la pesca del lago di Bolsena, con Mariano de Dossis, per un censo di cinque ducati, sopra una casa nel Rione di Campo Martio. Se ne rogò Andrea de Carusijs”. (n.167 b.15, n.2085) Nel 1468 fra’ Battista Casali, padre provinciale del convento, scrisse una relazione sull’eredità di Giovanni de Baroncelli  utriusque juris doctoris, morto il 18 aprile di questo anno lasciando erede universale il convento.

1468 “Pizzicheria alla Scrofa – nel 1465 la teneva Paolo ferraro e poi Raimondo d’Antiochia e, per successione, dal 1500 fu data a 3a generazione mascolina, ad Andrea Casali speziale et Angela sua moglie, per ducati 24 l’anno, con obbligo di miglioramenti per 240 ducati, provenienti dai 500 ducati del vescovo di Crotone, per una cappella”. (n.168 Pedrocchi, cit.,2013, pp.71-82) Raimondo doveva essere un parente del notaio Corradino d’Antiochia. La casa era ancora in suo possesso nel 1499 come riferisce una ricevuta emessa dal convento:” Domus P-Raymundus de Antiochia- Eodem die recepimus carlenos triginta quinque per manus Raymundi de Antiochia  per resposta della casa signata lettera P,per sei  mesi principiati die prima presentis mensis”.(n.169 b.182,c.27r) Dal 1517 passa a Mastro Morgante e Francesco ferrari compagni ,quindi, nel 1571 a Giovanni Battista, fratello di Jacomo Zacco, erede ultimo di Morgante. Nel 1584 i frati concedono una proroga a Paradisa, sua moglie; alla sua morte nel 1594 la casa passa a Marco Zacco ed infine nel 1597 a Giovanni Battista calzolaro. (n.170 b.14, f.48r) Dovrebbe trattarsi della spezieria citata più volte nelle locazioni.(n.171, vedi infra)

1471 “Giacomo di Andreozzo de Toffia, detto “Fascio”, vende al Rev.mo Sig. Guglielmo Card.le Rotomagense, una sua casa nel Rione di Ponte, strada de Scorticatori, al vicolo che va ai Matriciani, ad uso di macello”. (n.172 b.15, n.144)  Dovrebbero appartenere a questa famiglia “Domenico di Ventura detto “Fascio”, citato in un atto notarile del 1491, e quel Giovanni Paolo Orsini de Toffia che nel 1525 è conservatore di Campidoglio.

1471 “Alli 8 luglio 1471 la casa nella strada che va dalla Scrofa all’Orso, a mano dritta, passato il vicolo di S.ta Lucia, fu affittata a Monsignore di Nantes”. (n.173 b.15, n.288) Si tratta di Amauri d’Acignè (1420-1476), appartenente ad una nobile ed influente famiglia bretone, consacrato vescovo a Roma proprio  nel 1471 dal cardinale d’Estouteville. Morì a Roma di febbri. La casa era di proprietà del convento dal 1463 quando l’aveva a pigione un certo Giovanni Battista; nel 1472 risulta affittata a Gregorio de Puteo, conte palatino e nel 1484 a Lucia de Puteo. Nel 1562 vi abitava Emanuele Rocha:” I Padri affittano una lor casa nel Rione di Ponte, Strada dell’Orso, altre volte locata a Camilla d’Orte, ad Emanuele de Rocha a terza generazione,con obbligo di miglioramenti per 300 scudi”.(n.174 b.15,n.390) Nel 1562, da un documento dell’archivio, si apprende che il de Rocha era “Soldato di S.Jacopo de Lisbona, cirusico in Roma,con spezieria”. E’ probabile che il chirurgo esercitasse la sua professione nel vicino ospedale portoghese. (n.175 b.20,c.77r) Nel 1564:” Si fa quietanza a Dominus Emanuelem Arroccia (sic) chirurgicum lusitanum pro melioramentis…in domo nostra eidem locata eoque Magister Michael [da Carpi] carpentarius murator”.(n.176 b.2,c.10v) Nel 1574 il Rocha la cede alla figlia Prudenza, moglie di Emanuele da Lisbona. I loro figli terranno la casa fino al 1625.(n.177 b.14,c.22r;b.15,n.288)

1472 “Maria, moglie di Giovanni Marco Cardello, vende a Lucrezia de Rubeis, moglie del q.m Matteo de Mazza, un suo orto nel Rione di Campo Marzio”. Nel 1478 la medesima Lucrezia, dona al P.fra’ Evangelista, suo figlio, tutti i suoi beni”. (n.178 b.15, nn.145,150; cfr. 1447) Nel 1478 Lucrezia lo fa seppellire in chiesa;(n.178a Forcella,cit.,1874,n.36) fra’ Evangelista Jacobacci de Franceschis era agostiniano  e penitenziere di S.Giovanni in Laterano.

1472 “Giovanni Paolo del q.m Alfonso, vende al P. M. fra’Giacomo dell’Aquila, Generale dell’Ordine, una sua vigna di 3 pezze, con canneto, fuor di Porta del Popolo, dove si dice lo Sasso”. (n.179 b.15, n.146)

1472 È sepolto in S. Agostino, presso la porta della navata sinistra, l’arcidiacono lombardo Raimondo de Garraneiro, familiare del card. d’Estouteville. (n.180 Forcella,cit.,1874, n.29)  In questo periodo sono presenti a Roma altri “familiari” del cardinale d’Estouteville: il bretone Alain de Taillebur, conte di Coetivy, morto nel 1474, e Jean la Balue (1421-1491), presente a Roma dagli anni ’60, che fu vescovo di Angers e di Avignone.Negli anni 1476-1483 è maestro di casa e suo tesoriere Giovanni Caveau ( Caveu o Chaveau), presente a tutti i rogiti stilati da Camillo Benimbene per il cardinale.

1473 È sepolto in S. Agostino lo scozzese Giovanni Blachadir, “scutifero” del card. d’Estouteville. (n.181 Forcella,cit.,1874, n.30)

1474 “Affitto della vigna di S. Matteo ad Antonio di Andrea di Gioacchino de Meo”. (n.182 b.15, n.2060)

1475 “Antonia, moglie del q.m Michele Arighetti de Prato, lascia alla Cappella di S. Giovanni Battista delli Ricci ( nel transetto destro), una casa nel Rione di Ponte, vicino la chiesa di S. Orso, a Tor di Nona”. (n.183 b.15, n.148) Nel 1477 I padri prendono possesso di una casa nel Rione di Ponte, vicino S. Orso, donata dalla q.m Antonia di Michele da Prato, alla cappella di S. Giovanni Battista in S. Agostino”.(n.184 b.15, n.297) Antonia era la madre dell’agostiniano fra’ Bartolomeo; ante 1431 aveva donato un turibolo d’argento.(n.185 b.34,c.7r)

1475 “I Padri fanno sicurtà per la tutela di Paolo pupillo, figlio di Giovanni Giacomello, alias Gallina, esercitata da Francesco di Leonardo Stefanelli a richiesta del P. M. Antonio agostiniano, zio del detto Paolo, che morendo donerà la metà [della sua eredità] al convento e l’altra metà a Francesco, Stefano e Domenico di Nardo Stefanello”. (n.186 b.15, 319) Nel 1485 in un atto notarile Giacomo Mandosi di Amelia, giudice palatino e collaterale di Campidoglio, acconsente alle istanze di Domenico Stefanelli de Tegolis. Quest’ultimo è citato ancora in un documento del 1488 con il nome completo “Domenico Nardi Stefanelli de Tegolis de Regione S. Angeli”.

1476 È sepolto in S. Agostino, nella cappella del Battesimo, Lodolfo Fortin normanno, tesoriere e canonico, segretario del card. d’Estouteville. (n.187 Forcella, cit.,1874,n.32)

1477 “Catarina, moglie del q.m Luca di Andrea da Ragusa, elegge la sua sepoltura in S. Agostino e lascia alla chiesa un calice indorato”. (n.188 b.15, n.152)

1477  A questo anno risale l’erezione del pregevole  monumento funebre di Costanza Ammannati Piccolomini, commissionato dal figlio il cardinale Jacopo, morto nel 1479. Originariamente si trovava nel coro della chiesa, di fronte a quello del figlio;dopo i restauri di metà Settecento, entrambi i cenotafi vennero spostati nel cortile dell’attuale Avvocatura di Stato. La Cavallaro che di recente ha studiato l’opera la attribuisce ad Andrea Bregno.  La donna, rimasta vedova, vestì l’abito agostiniano.(n.189 Si veda il disegno del  monumento in F.Federici-J.Garms, cit, 2010, n. 106; A.Cavallaro, Un’indagine storico-artistica delle sepolture femminili nel Rinascimento romano, in Melanges de l’Ecole francais de Rome, 127-1,2015)

1477 “Aurelia, moglie del q.m Antonio de Ponte, abbreviatore di Parco Maggiore, dona al P. Maestro Paolo de Mattabuffo, penitenziere Minore di Sua Santità, agostiniano, una casa nella parrocchia di S. Trifone”. (n.190 b.15, n.151) È ipotizzabile che Antonio de Ponte appartenga alla famiglia del card. Giovanni Berardi de Ponte inoltre, a metà Cinquecento, Ludovico de Ponte, insigne giurista, esercitava la sua professione a Roma. (n.191 J.Coste, La famiglia de Ponte di Roma, in Archivio Soc. Romana di Storia Patria, 1988,pp. 49-73.

1478 “Angelo del Bufalo de Cancellieri nel suo testamento fa un legato al convento sopra una casa nel Rione Colonna”; lascia inoltre venti fiorini di elemosina. (n.192 b.15, nn.155,2077) Angelo apparteneva alla nobile famiglia romana dei del Bufalo Cancellieri, con casa nel Rione Colonna. ( n.193 Amayden,cit.,ed.1987, pp.187-197)Molti membri della casata furono guardiani della Compagnia del SS. Salvatore,altri ebbero importanti incarichi in Curia e benefici ecclesiastici.

1478 “Sabba, fratello di Lorenzo Pietro del q.m Giovanni Antonio Paolo Nari, dà il consenso che detto fratello possa vendere al convento la quarta parte de 4 pezze di terreno tra le mura di Roma, dove si dice lo Trullo”. (n.194 b.15, n.298)

1479 In questo anno muore il cardinale Giovanni da Montemirabile (Jean de Montmirail), vescovo di Vaison (1473-1479); Sisto IV, nel 1473, lo aveva creato referendario e abbreviatore apostolio; sembra abitasse in una casa di proprietà dell’Ordine in via della Scrofa; fu sepolto a S. Maria del Popolo.

1479 È citato nei documenti il Cardinale di Taranto protectoris nostris; si tratta di Domenico della Rovere, nato a Torino nel 1442, detto il Cardinale di Taranto, sede che tenne dal 1478 fino alla morte nel 1501. Nipote di Sisto IV, abitava in un palazzo in Borgo a piazza Scossacavalli. (n.195 b.108, c.31v)

1480 “Sabba di Domenico de Missoriis dona a Prospero del q.m Giovanni dell’Aquila e Jacobella, sua moglie, tutti i suoi beni”; nel 1485 Matteo del q.m Sabba, fa eredi la chiesa di S. Maria del Popolo e la chiesa di S. Agostino”. (n.196 b.15, nn.320-321)

1480 In questo anno viene affittata “la casa grande incontro la porticciola della chiesa” ad Ugone, familiare e segretario del card. d’Estouteville. (n.197 b.15, n.294) Nel 1485 si ha la “conferma di concessione di casa in enfiteusi a Hugone di Giacomo di Reims, Abbreviatore della Cancelleria Pontificia”. (n.198 b.15, n.2090) Secondo alcuni questa casa era stata donata da Mons. Pietro Griffi, vescovo di Forlì, in dote della cappella di S. Monica. Altri invece dicono che si chiamasse “Casa del Crocifisso, ma perché Agostino Maffei, havendo dato ducati dugento a conto di maggior somma, per dote della Cappella del Crocifisso, il convento li obligò questa casa nuovamente acquistata a giugno 1480”. (n.199 b.14, c.3r) Sta di fatto che l’immobile apparteneva al convento dal 1450, acquistato “dalla contessa Orsina de Ursinis, moglie di Carlo Monforte, Conte di Termoli”. (n.200 b.15, n.2102) Ugone era un familiare del card. d’Estouteville, tra i dieci che abitavano nelle vicinanze del convento, già identificato dalla Esposito in un documento dell’archivio agostiniano: “Hugo Jacobi francioso de parco maiori officiale in curia romana, alias secretario del rev.mo card. Rothomagense”; risulta essere anche notaio: nel 1467 aveva redatto un atto relativo all’edificazione della chiesa agostiniana di S.Oliva a Cori”. (n.201 A. Esposito, cit., 2009, pp.289-310)

1484 Bernardo Sabba de Ricci, notaio e avvocato del convento, abitante nel Rione di Campo Marzio, è sepolto in S. Agostino. ( n.202 Forcella,cit.,1874, n.81)

1486 “Paolo Giubilei di Pietro Paolo Manilli dona al P. Maestro fra’ Claudio de Stella Francese, agostiniano, una sua casa nel Rione Colonna, vicino alla stalla del palazzo delle due Torri”. (n.203 b.15, n.158) In un documento del 1499 si specifica che la donazione è per dote della cappella di S. Maria Maddalena in S. Agostino. (n.204 b.15, n.184) Come si vede, la cappella, fatta costruire dal P. Paolo Mattabuffi nel 1483, è ancora dedicata alla Maddalena. Agli inizi del Cinquecento, troviamo Cesare medico e Jacopo, abitanti in via Monserrato.

1486 “I Padri, considerando che una lor casetta nel Rione Colonna, minaccia rovina, la danno in affitto a vita a Prospero Boccaccio de Ursis”. (n.205 b.15, n.159) Prospero, membro di  una nobile famiglia romana, nel 1470 risulta Guardiano del SS. Salvatore. Nel 1487 è conservatore Mariano Boccaccio e nel 1509 un Marcello Boccaccio de Orsi è senatore. Nel 1492 Alessio Boccaccio sposa Nicoletta, figlia di Paolo Millini. La casa risulta ancora affittata a Prospero nel 1497. (n.206 b.107, c.6v) Forse il capostipite fu quel “Joannes Ursis alias Boccacci”, presente a Roma nel 1447. Nel 1514 Lucrezia,moglie di Marcello de Buccaccis,ereditava una casa in Trastevere dal padre Paolo de Rubeis. (n.207 Amayden, cit.,ed.1987,pp.140-141)

1487 “Lorenzo Rubeis de Pandolfello, Canonico di S. Pietro, elegge la sua sepoltura in S. Agostino, nella cappella nuova, cioè la terza a man dritta, qual vuole che si chiami di S. Andrea apostolo, lasciando una vigna dietro Castel Sant’Angelo”. (n.208 b.15, n.160) Muore nel 1489. Il documento ci dà la data precisa della costruzione di questa cappella che passa quindi in juspatronato ai Benimbene. (n.209 Amayden,cit.ed.1987, p.174; Forcella, cit.,1874,n.66) Quasi certamente, subito dopo questa data, la cappella cambia intitolazione, con dedica a S. Marco, e diventa di proprietà del famoso notaio Camillo Benimbene, attivo a Roma dal 1467; abitava in un palazzo in piazza Lombarda con due ingressi “uno in contrada Scorteclaria, alio verso platea saponariam [piazza Madama]”, comprato nel 1492 dal notaio “Dominus Jacobellus quondam Palutii de Subactariis”. Camillo era il notaio di fiducia di Alessandro VI per il quale aveva rogato, almeno dal 1491, molti atti, tra cui le Tavole Nuziali tra Lucrezia e Don Cherubino Juan de Centelles”. Aveva dato in moglie al figlio Giorgio, anch’egli notaio, l’ultima figlia del cardinale Guglielmo d’Estouteville, Giulia. Nel 1483, anno di morte del cardinale,Girolama Tosti, figlia del nobile Francesco, sposa Strozzo Strozzi ; in prime nozze la donna era stata sposata con Battista de Goiolo, morto nel 1471.La cappella era ancora di proprietà della famiglia nel 1563 quando Ascanio Benimbene lascia al convento 10 scudi annui “con peso di messe alla cappella di S. Marco, hoggi della B. a Rita da Cascia”; ancora nel 1568 Fabrizio Benimbene da due scudi annui per messe. (n.210 b.16, c.10v) In questo stesso faldone è riportato l’albero genealogico della famiglia: “Gregorio B. ultimo di detta famiglia morì dell’anno 1650. (n.211 Amayden,cit.,ed.1987,pp.124-126) Giulio Cesare Petronio suo nipote ex sorore fu erede ab intestate con fare inventario di atti e singoli suoi beni, come apparisce dall’instrumento rogato Massari il 13 luglio 1650. “Da detto Giulio Cesare Petronii discesero tre di lui figliole femine cioè l’Ill.ma Sig.a Olimpia maritata in Casa Palombara, l’Ill.ma Sig.a Ortensia maritata in Casa Ottoni, l’Ill.ma Sig.a Anna Maria maritata in Casa Androsilli quali hebero l’eredità sotto li 30 dicembre 1670″. (n.212 b.16, c.78r; A. Esposito, 2004, pp.593-604; eadem, 2005, pp. 163-181; Il notaio e la città, a cura di V. Piergiovanni, 2009, pp.100-104) Post 1674 la cappella, non più dei Benimbene, viene nuovamente ornata dal vescovo Giuseppe Eusanio e dedicata a S.Rita.

1487 “Benedetto, figlio del q.m Andrea Panicagallis, vende a Lorenzo Maluffi una casa a S. Salvatore de Primicerio, nel Rione di Ponte”. (n.213 b.15, n.323) Il Panigallis apparteneva ad una famiglia emiliana, mentre la famiglia Maluffi risulta  avere case vicino al Carcere Mamertino. Nel 1488 “I Padri danno in enfiteusi a Gio. Francesco de Panigallis e Adriana sua moglie, una lor casa nel Rione di Ponte a Piazza Fiammetta”. Questa casa risulta ancora affittata alla famiglia nel 1496. (n.214 b.15,n.162; b.107, c.2r)

1487 “I Padri affittano in enfiteusi ad vitam a Maria e suoi figlioli e nipoti del q.m Bartolomeo de Modena, moglie del q.m Bardo Ungaro, una casa nel Rione di Ponte”. (n.215 b.15, n.161)

1488 “Alli 23 dicembre Mons. Giovanni de Cerretanis, vescovo nocerino dal 1478 al 1479, eleggeva la sua sepoltura nella chiesa di S. Maria del Popolo. Il prelato, morto nel 1492 abitava, col fratello, in una casa di proprietà del convento di S. Agostino. (n.216 b.15, n.324)Nel 1508 i documenti ricordano Faustina, figlia del q.m Paolo de Roma de Cerretanis e moglie di Gherardo de Bersanis de Correggio, cittadino romano, nominandolo suo erede di una casa a Campo Marzio.(n.217 b.15,n.503) Nel 1508 Paolo è sepolto in S.Agostino. Nel 1542 Rita della Torre, moglie del q.m Giulio Cerretani, nel suo testamento, eleggendo la sua sepoltura in S. Agostino, lascia a S. Giacomo degli Incurabili, la sua casa et ordina che li 100 scudi, di cui lascia l’usufrutto a Ludovico Bussi, suo secondo marito, e dopo la di lui morte, ricadano al convento”. (n.218 b.15, nn.514,703) Molto probabilmente Giulio Cerretani appartiene alla famiglia di Mons. Giovanni.

1489 “Concordia con i figli di Nardo del q.m Antonio detto “morto di freddo”, sopra la casa del convento con orto e forno, nel Rione di Campo Marzo”. (n.219 b.15, n.164)

1490 Nicolò de’ Bagattini dona al convento: ” tre case poste dietro al palazzo del Altemps, la prima tiene sopra la porta l’arme de Bagattini con queste parole Domus S. Augustini de Urbe, quondam Simeonis Bagattini pro dote Cappella Corporis Christi che fu demolita e trasportata, qual cappella era quella de SS. Trifone, Respicio e Ninfa, posta nel pilastro a cornu epistole…, rogato Mariano Scalibastri li 20 febraro 1498″. Nella cappella di famiglia nel 1491  fu sepolto Joannes Antonius, nel 1503 sua moglie Pellegrina e nel 1528 suo figlio Simone. (n.220 b.14, c.14 r; b.15, n.340) Nel 1521 Simone de Bagattini faceva dire una messa per la moglie Madonna Giulia, sepolta davanti alla cappella del Crocifisso.(n.221 b.110,c.23v; Amayden,cit.,ed.1987, pp.204-205)

1490 La cappella, di proprietà del fiorentino Domenico Attavanti, era dedicata a S. Martino (seconda della navata sinistra). Domenico (+1493) era “clericus” e registratore delle suppliche. (n.222 Forcella,cit.,1874, n.48) Nel 1506 si celebrano messe cantate “per quelli dell’Attavanti”. (n.223 b.109, cc.16v, 17v) Dal 1493 e fino almeno al 1512 la cappella appartiene a “Aloisius de Attavantis,che  nel suo testamento, lascia per dote della cappella di San Martino, le ragioni sue sopra le vigne di Canepina e di Vallerano. (n.224 b.15, n.2080) Aloisius, probabilmente figlio di Domenico, anch’egli registratore delle suppliche, viveva con il nipote Francesco chierico; un Girolamo Attavanti fu sepolto nella cappella nel 1522; Francesco fu notaio della R.C.A negli anni 1530-1532 e Pietro Paolo dal 1532 al 1540. (n.225 Amayden,cit.,ed.1987, pp.90-91) I diritti sulla cappella decaddero nel 1640, quando gli agostiniani passarono lo juspatronato ad Angelo Pio. (n.226 I. Lavin, La cappella Pio in S. Agostino, in Bernini e l’unità delle arti visive, Roma 1980, pp.58-61, 203-205; Montevecchi, cit., pp. 71-73)

1491 È sepolta nella cappella di S. Monica, Paolina, moglie di Tommaso Matarazzi, maestro delle strade nel 1499. In questa occasione la donna lascia alla chiesa 500 fiorini. Il Forcella  riporta la lapide ma senza data.(n.227 b.21, c.152v;Forcella,cit.,1874,n.67)

1491 “All’ultimo di maggio Caterina, alias Grechetta, confessandosi debitrice a Francesco de Bosis per lavori fatti in una sua casa nel Rione di Ponte, nella parrocchia di S. Trifone, per il pagamento, obbliga la medesima casa”. (n.228 b.15, n.328) Caterina era una cortigiana che esercitava la sua professione a Campo de’ Fiori; in casa sua nel 1486 fu pugnalato Bernardo Sanguigni. L’artigiano citato nel documento è Francesco de Bosis di Milano, falegname attivo negli anni 1475-1481. (n.229 Gregorovius, Storia di Roma nel Medio Evo, V, ed. Roma 1980, p.162) Oltre a questa donna, negli anni ’90, risultano affittuarie degli agostiniani diverse meretrici: Sabina, Lucia de putto, Graziadea, Caterina napoletana.

1491 “Vicolo de’ Spagnoli – casa lasciata al convento nel 1491, affittata a Maestro Giovanni dell’Aquila. Nel 1498: “Obligo di casa nel Rione di Ponte fatto da Lorenzo di Pietro a favore di fra’ Giovanni dell’Aquila”. (n.230 b.15, n.2079) Ed ancora nel 1509: “Casa a Campo Marzio allocata a M.o Giovanni dell’Aquila”. (n.231 b.14, c.48v) Nel 1550 vi troviamo Bernardino Corezza di Correggio che vende le sue ragioni a Nicolò de Giudici, fino al 1575. La casa passa poi a Cesare sarto e Ginevra sua moglie. Nel 1576 e fino al 1598 la tiene Giovanni Domenico Calcina “materazzaro”. ( n.232 b.14, c.50r)

1491 “I Padri danno in enfiteusi una lor casa con orto e torre detta la “Casa della Torre” in Campo Marzo, a Beltramo di Giorgio da Milano”. (n.233 b.15, n.167) Nel 1497 i padri danno in enfiteusi perpetua a “Giacomo del q.m Battista de Bellovitis e Giacomo di Antonio taverniere, certe loro case nel Rione di Campo Marzio, dove si dice la Scrofa, altre volte affittate a Beltramo e Giovanni Antonio fratelli tavernieri”. (n.234 b.15, n.175) A Beltramo nel 1497 succedono “Messer Alisandro fiorentino, paga 11 ducati de carlini per una casa che tiene in affitto Jacomo e il suo compagni tavernieri, detta la Torre, con l’obbligo di spendervi 200 ducati de carlini in reparatione de essa casa per tutto l’Anno Santo”. (n.235 b.107, c.6r) Nel 1508 gli agostiniani rinnovano il contratto “ad effetto di restaurarla”. (n.236 b.15, n.201)

1491 Muore il card. Giovanni de Balue (1421-1491) ed è sepolto in S.Agostino; nel 1463 era stato eletto vescovo di Angers; dal 1480 circa si trovava a Roma in qualità di ambasciatore del re di Francia e abitava presso il cardinale d’Estouteville insieme al bretone Alain Coetivj (1407-1474), conte di Tailleburg. Una sua nipote Gilette de Coetivj aveva sposato Jacques d’Estouteville, figlio naturale del cardinale.

1492 È sepolto in S. Agostino, Robino “Presbitero Costantinopolitano”, familiare del card. d’Estouteville, morto a 85 anni. (n.237 Forcella,cit.,1874, n.50) Da un elenco di sepolture in chiesa risulta che “Robinus de Costantia” era sepolto davanti all’altare del Corpus Cristi. (n.238 b.21, c.152r) Nel gennaio 1493 è pagato il muratore Stefano “per portare via della terra cavata dalla sepoltura di Rubino”. (n.239 b.107, c.67r)

1492 “Alli 7 gennaro i Padri di S. Agostino danno in enfiteusi una lor casa et orto, nel Rione di Campo Marzio a Stefano da Milano architetto”. (n.240 b.15, n.168) Questo architetto,o piuttosto un misuratore, altrimenti sconosciuto, è tra le numerose maestranze edili lombarde abitanti nella zona. Si tratta di una casa con forno che nel 1467 era abitata da Pietro tedesco, probabilmente fornaio, poi nel 1492 gli era subentrato Michele tedesco; infine nel 1530 vi abita Alessandro de Consonibus. (n.241 b.20, c.65r)

1492 “Gironimo di Lorenzo di Paolo affitta una sua casa nel Rione di Parione per 15 anni ad Andrea di Frumento (Formento) di Cincio, fattore di Luigi Mugiasca”. (n.242 b.15, n.289) Quest’ultimo era un mercante di drappi di Como, morto nel 1510. La casa si trovava a S. Lucia del Gonfalone.

1493 “Casa a Monte Giordano – Questa fu lassata da Jacomo Riccione da Verona per dote della cappella di S. Jacomo in chiesa nostra, dentro la cappella di S.ta Monica, ove fu sepolto e Mario Millini, esecutore testamentario, la consegnò al convento”. Quello dedicato a S.Giacomo doveva essere un piccolo altare in legno appoggiato ad una parete all’interno della cappella di S.Monica. Questa casa, “sul cantone che va a Sforza”, fu comprata da Mario Millini. (n.243 b.14, c.88r; b.15, n.345) Il documento ci fa conoscere la data di morte del Riccione, ignota al Forcella. (n.244 Forcella,cit.,1874, n.243) Mario Millini, figlio di Pietro, era scrittore apostolico e, dal 1481, cancelliere perpetuo di Roma. Nel 1491 aveva sposato Ginevra Cybo, nipote di Innocenzo VIII; lo zio Francesco Millini, vescovo di Senigallia, era agostiniano.

1493 “Dominus Joanni del q.m Cola Aprile et Aurelia sua moglie vendono al convento una lor casa nel Rione di Ponte”. (n.245 b.15,n.169)

1493 “I Padri danno in affitto a Luigi Paganino de Faziis da Vigliano e Maria sua moglie, una casa nel Rione di Ponte”. (n.246 b.15, n.171)

1493 “I Padri danno in enfiteusi una lor casa nel Rione di Campo Marzo ad Alessandro di Christoforo da Bologna e Romana sua moglie, vita loro durante; casa per andare a’ Medici, a man dritta”. (n.247 b.15, n.170) Nel 1496 ne “compra le ragioni Scentio de Sinebarbis” che nel 1511 vende a Giovanni e Orazio de Statis. I Sinebarbi avevano anche il cognome della Rovere; possedevano  case a Tor di Nona. Esiste il disegno del monumento funebre di Scentio de Sinebarbis, bargello, che era stato sepolto a S.Maria del Popolo.(n.248 Tombs of Illustrions Italians at Rome. Royal Library Windsor, a cura di F.Federici-J.Garms, Bollettino d’Arte 2010, n.32) Nel 1599 la casa è abitata da Giovanni Guarro e Dorotea Casneda, sua moglie, comaschi. (n.249 b.14, c.46r) Risulta che nel 1578 un Tobia Casnedi , mercante comasco, era attivo per i banchieri Olgiati.

1494 “Fantino di Giovanni de Gracchis lascia suo erede fra’ Evangelista agostiniano, suo figliolo”. (n.250 b.15, n.183)

 1494 “Catarina di Gio. Cola Cozza dona alli Padri una casa con giardino e pozzo nel Rione di Campo Marzo e una vigna fuor della Porta del Popolo”. (n.251 b.15, n.2093)

1495 “I Padri danno in enfiteusi a Lorenzo Crescenzi una lor casa nel Rione della Pigna, de retro alla Minerva, con canone di sei fiorini”. (n.252 b.15, n.2093; b.107, c.6v) Nel 1505 “I Padri permutano una lor casa nel Rione di sant’Eustachio con Mario, Marcantonio e Giovanni Battista, figli ed eredi di Francesco de Crescentiis, di una casa ad uso di macello nel Rione Colonna, posta nella Piazza della Rotonda”. (n.253 b.15, n.194)

1495 “Agnese del q.m Santi de Turtula, moglie altre volte del q.m Angelo de Rubeis, et hora de Nicolò Ridolfi, costituisce suo procuratore ad lites Camillo Beninbene”. (n.254 b.15, n.330) La famiglia Turtula era originaria di Ragusa. Nicolò Ridolfi invece dovrebbe essere padre di Piero e suocero di Contessina de’Medici, morto nel 1497.

1495 Casa alla Palombella – pervenuta al convento l’1 febbraio 1495 e affittata a “Dominus Fratris Gaspari de Roma”. Si tratta della casa dietro “la stufa delle donne”, nella parrocchia di S.Apollinare, “dietro li Scapucci”.(n.255 b.22,c.49v) Poi la prende “Mariano di Galera beccaro, con obbligo di spendervi ducati 50 in miglioramenti”; la tiene fino al 1530 quando paga l’affitto il figlio Onofrio. Nel 1537 subentra Andrea Carusio,“con obbligo di spendervi ducati 100 d’oro, a canone perpetuo, fino al 1541. Nel 1554 gli eredi la vendono al notaio Giovanni Minische. Gli eredi del notaio, nel 1559, la donano ad Agnesina Homines, figlia di Gerardo, erede di Giovanni Minische; nel 1571 Agnesina la vende a Girolamo Lebornie per 300 scudi; questi, nel suo testamento del 1589, la lascia al convento. (n.256 b.15, c.12v, n.337,823, 2166,2210)

1496 A novembre di questo anno è annotata un’offerta da parte di Lucrezia Borgia per una messa per i defunti:”Item recepi ducatos duos et bb. quatraginta quinque al Ill.ma Domina Lucretia uxore domini pesauriensis et carlenos decem  quos posuit in cassetta missarum”. (n.257 b.108,c.7v)

1496 “Joannes Baptista de Variis sepultus est in Ecclesia S.ti Augustini”. Abitava nel Rione Pigna. (n.258 Amayden, cit.,ed.1987, pp.223-224) Nel’ottobre del  1500 si paga il sacrestano “per uno officio facto per maestro Stefano Variis, all’altare de santo Pietro et Paulo, carlini octo”.(n.259 b.108,c.71r)

1496 “Ducato uno per sotteratorio del Cancelliere del vescovo di Orte, della parrocchia di S. Salvatore delle Cupelle”. (n.260 b.108, c.2r) Si ignora chi avesse la diocesi di Orte in questo anno, ma potrebbe essere Angelo Pichinolis che resse la diocesi dal 1486 al 1492.

1496 “Ducati 4 per la pietra di sepoltura di Baldo de Baldi di Firenze”. (n.261 b.108, c.12r) Questi era un mercante che, insieme al fratello Michele, volle essere sepolto nella cappella di S.Elena, allora dei della Riccia. (n.262 Forcella,cit.,1874, n.54)

1496 Ad ottobre il cardinale Ascanio Sforza fa un’elemosina al convento: “ Item recepi ducati sei d’oro larghi da Mons. Aschanio per la salute del re di Napoli, per le mani del P. Superiore fra’ Johi de Valentia”. (n.263 b.108, cc.5v,18v) Quell’anno era re di Napoli Ferdinando d’Aragona, detto Ferrandino, sul trono per soli due anni,1495-1496,figlio di Ippolita Maria Sforza, sorella di Ascanio. L’anno successivo il prelato risulta esecutore testamentario del cardinale di Parma, Gian Giacomo Schiaffinati, per il quale legge l’ufficio funebre nel suo palazzo all’Arco di Parma, presso la chiesa di S. Simone in Posterla; il feretro viene poi portato a S. Agostino  e qui sepolto. Esiste il disegno dell’originario monumento funebre ora ridotto, dopo il suo trasferimento nel chiostro.(n.264 F. Federici-J. Garms, cit.,2010,n.96)

1496 Si eseguono lavori di manutenzione nella cappella di Matuzzo della Riccia, di Domenico de Alexiis e di Marco Zaccaria, per danni provocati dallo straripamento del Tevere. (n.265 b.108, c.2r)

1496 Ambrogio pittore (notizie 1496-1500) paga l’affitto di una casa del convento: “ducati dui da ambrosio pentore per pegione de una casetta posta nel dicto  tenimento de Mastro Paolo [Mattabuffi], viviter la casa in vita sua et della moglie e soi figlioli maschi legittimi e naturali”. (n.266 b.182, cc.13r, 15v) Nell’Introitus per gli anni 1496-1497, sono elencati diversi pagamenti per l’affitto di case: “da misser Alessandro fiorentino ducati 11” (notaio); “da maestro Johanni de Napoli”; “da Michele fornaro ducati 12,5”; “da misser Ludovico familiare de S.to Giorgio, ducati 3”; “da  misser Carlo Canale per pigione della casa piccola del Lione”(marito di Vannozza); “ducati 25 per la casa in Trastevere da Johanni Jacomo de Pavia”; “ducati 3 da Domenico de Bellini”; “da maestro Juliano barbiere ducati 3,5”; “da misser Gentile de Paolo dello Mastro”; “ducati 2,3 per la casa picciola che fu de fra’ Ambrosio de Roma, da misser Carlo Camerario del card. de Napoli”; “ducati 7,2 da Lucia de Puteo”; “ducati 4 da Luca corso”; “da Bartolomeo fornaro per pegione del forno a Monte Giordano, ducati 2”; “ducati 6 da Sebastiano calzolaro per la butica nel portico de S.to Trifone”; “ducati 6 per la casa de fra’ Evangelista locata a messer Nicola greco e sua donna”; “da Antonio Paletto 12 ducati per la casa”; “casa de retro a banchi, ducati 8, da Juliano barbiero”; “ducati 6 da maestro Giovanni de l’Aquila calzolaro”; “ducati 3,5 da Raimondo de Antiochia per pegione della casa che tene allocatione dicta la Scrofa”. (n.267 b.107,c.6r;b.182, cc.1r-7r) Ambrogio pittore paga ancora l’affitto nel 1500:”Recepimus ducatos duos per manus Ambrosii pentore per resposta della casa posita in tenimento Mag. Pauli de Mattabuffi, viviter la casa in vita sua e della moglie e suoi figlioli maschi legittimi e naturali”.(n.268 b.107,c.5r)

1496 A dicembre  si paga “per acconciatura de tre sepolture :una del vescovo che morse in casa de Palma”.(n.269 b.108,c.7r) La casa citata è quella in via dei Leutari  ( vicolo della Palma) dove abitava Bartolomeo de Doxis, avvocato concistoriale e banchiere in società con Jacopo Gallo.Il prelato è quasi certamente Giovanni da Viterbo,vescovo di Crotone del quale il banchiere curò l’eredità.(n.270 Pedrocchi,cit.,2013,pp.71-82)

1497 A febbraio risulta avere una casa del convento “Messer Ludovico familiare de cardinale de S.to Giorgio”. (n.271 b.107, c.7r) Di questo personaggio non si è trovata notizia, mentre il prelato è Raffaele Sansone Riario, nipote di Sisto IV.

1497 “Mons.Giorgio de Bonagionta, vescovo milopotamense, giudice della Camera Apostolica, approva la permuta di una casa tra i Padri e G. B. de Pellegrinis, Abbreviatore… nel Rione di Campo Marzo”. (n.272 b.15, n.177) Tuttora si conserva il bel monumento funebre del prelato, fatto apporre da Girolamo della Rovere. Il Forcella,che riporta l’iscrizione,dà una data errata. (n.273 Forcella,cit.,1874, n.28)

1497 “Pietro Minichino subentra in una sua casa alla parrocchia di S. Pantaleo, altre volte affittata a Catarina Napolitana e Carlo de Summonte Canonico di Napoli”. (n.274 b.15, n.172) Quest’ultimo, nel 1496, risulta essere “Messer Carlo Cammerario” del cardinale di Napoli, Oliviero Carafa. (n.275 b.107, c.1v)

1497 “Alfonso Garzia de Cordoba, curato di S. Nicola de Prefetti, dà in enfiteusi a Paolo e Carlo de Alessis una peza de canneto fuori di Porta del Popolo”. (n.276 b.15, n.174) Nel 1542 questo terreno viene regalato al convento. Alcuni membri della famiglia Alessi avevano abitato in case del convento già nella prima metà del secolo. (cfr. anno 1435)

1497 “Quattro ducati di carlini a M.o Paulo scarpellino fiorentino de Geri, per factura de una pietra che fu posta sopra la sepoltura de Giovanni de maestro Antonio de Samminiato”. (n.277 b.108, c.9r)

1497 A maggio si pagano “carlini tre per fare acconciare la sepoltura de maestro Andrea da Siena, in calce e maestria”.(n.278 b.108,c.12r)

1498 “Bernardino de Amicis è il procuratore ad lites del convento; nel 1495 aveva fatto seppellire in S. Agostino, nella cappella di S. Agostinello, una sua figlia;(n.279 Forcella,cit.,1874, n.52) a novembre del 1506 si fa dire una messa cantata all’altare di S. Nicola, per la sua morte. (n.280 b.15, n.332; b.109, c.15v)

1498 “I Padri danno in enfiteusi a Prejenzio de Ayon, una lor casa con orto e stalla, vicino la chiesa con patto di restaurarla. (n.281 b.15, n.333) Il personaggio risulta essere un notaio attivo per l’Ospedale di Santo Spirito.

1499 In questo anno e nel successivo risulta pigionante di una casa con bottega di proprietà del convento “magister Johannis vetraro”. (n.282 b.182, cc.31v, 33v)

1499 La sacrestia riceve 12 carlini “per limosina del deposito de Mons. Luigi, preposto de Mons. Ascanio in chiesa nostra”. (n.283 b.108, f.47r) Di questo personaggio non è stato possibile rintracciare alcuna notizia, anche nei recenti studi sul cardinale milanese, tuttavia potrebbe ipotizzarsi che si tratti del mantovano Ludovico Agnelli che morì proprio alla fine del 1499. Il prelato è il card. Ascanio Sforza (1455-1505) che fu vescovo di Pavia dal 1484 al 1505. Abitava in piazza del Paradiso nel Rione di Ponte. L’anno prima era stato sepolto nella cappella di S. Nicola, il Maestro Giovanni Antonio da Milano, agostiniano, vice cancelliere e confessore del cardinale.. (n.284  A De Vincentiis, Cardinalato di servizio e cardinalato principesco nella Curia Pontificia. Biografia di G. Arcimboldi e Ascanio M. Sforza, in Roma nel Rinascimento, 2007) Il prelato milanese era sostenuto dal card. d’Estouteville che voleva l’appoggio di Galeazzo M. Sforza per la propria candidatura al papato.

1499 Elemosina di 4 ducati “per aram domini episcopi perusinus. Item recepimus ducatos quatuor per manus Sacristae Fratis Stephani de Roma que fuerint per elemosina conventum dati per aram Rev.di Domini Episcopi Perusini”. (n.285 b.108, c.30r) Il vescovo citato dovrebbe essere Francesco Gazzetta che infatti morì il 29 luglio del 1499; di lui non si ha alcuna notizia.  La sua lapide andò presto perduta ed infatti non è ricordata dal Forcella.

1499 A settembre: “Item recepi ducati cinque d’oro de camera presente el nostro padre priore Fra Seraphino de Fiorenza, per la sepoltura bone memorie Domini Episcopi de Fererj, Auditoris Rotae, quo posuit in deposito marmoreo”. (n.286 b.108, cc.31v, 55v) Dovrebbe essere Bernardino Ferrari che fu vescovo di Cosenza dal 1486 al 1498, anno in cui morì. Anche questa sepoltura non è ricordata dal Forcella.

1499 A novembre è sepolto in S. Agostino il vescovo di Arles, per la quale il convento riceve 4 ducati. (n.287 b.108, c.38r) Si tratta di  Nicolò Bucciardo Cybo, familiare di Innocenzo VIII, nato a Genova nel 1450; nel 1485 fu eletto vescovo di Cosenza. Abitava nel palazzo del cardinale di Benevento, Lorenzo Cybo, suo parente. Si ignorava che fosse sepolto in questa chiesa. (n.288 b.108, cc.31v, 57v)

1499 Risultano affittuari di un edificio del convento il cardinale di Benevento e il cardinale “sugurbensis”; il primo è Lorenzo Cybo de Mari, figlio illegittimo di Maurizio, fratello di Innocenzo VIII, eletto cardinale nel 1489; nel 1491 ebbe il titolo di S. Marco e andò ad abitare nel Palazzo S. Marco. Morì nel 1503. ll secondo è Bartolomeo Martì a Roma dal 1487, eletto cardinale nel 1496; fu vescovo di Segorbe dal 1496 al 1502, anno della sua morte. Nell’Introitus del convento per l’anno 1499 è registrato: “per manus D.ni Caroli familiaris Rev.mi D.ni Cardinalis neapolitani (Oliviero Carafa)”; “casa del card.le de Benavento, paga Nicholino suo familiare”; “casa de’ Magistri Do.nus Rev.mus Cardinalis Sugurbentis per parte de trecento fiorini per una casa che li fu venduta de mense aprilis”; a novembre risulta pigionante “Dom.nus Johi Yspanus familiaris papae”. (n.289 b.107, cc.30r-31v)

1499 “I Padri affittano ad Antimo di Cola de Sinebarbis e Marsilia sua moglie, una lor casetta a Campo Marzo” (n.290 b.15, n.18). Falco nel 1490 risulta tesoriere del papa; Jacopo fu un cardinale filofrancese (1494).(n.291 Amayden,cit.,ed.1987,pp.179-180) Nel 1500 il convento affitta una casa nel Rione di Ponte a Tor di Nona, “detta la Casa Grande del Leone” ad Antimo de Sinebarbis, a seconda generazione”. In questo palazzo si trovava la loro collezione di antichità, iniziata da Francesco Camerario, marito di Angelozza. (n.292 b.15, n.476) Si legge ancora:“I Guardiani dell’Ospedale di S. Giovanni in Laterano ed i padri di S. Agostino affittano ad Antimo de Sinebarbis la casa Grande del Leone, Rione di Ponte, lasciata loro da Sabina di Pietro Ceccolo de Terni, per metà”. (n.293 b.15, n.818) Antimo a sua volta la cede in dote alla figlia Lavinia, moglie di Alessandro de Tostis. Dal momento che l’edificio è in pessime condizioni, i frati glielo danno ad enfiteusi perpetua, al fine di restaurarlo. (n.294 b.14, c.28r)

1499 “I Padri danno in enfiteusi una lor casa, detta domus magna nel Rione di Ponte a Mons. Zanardo Bagarotti vescovo di Nepi e Sutri e suoi eredi”. (n.295 b.15, n.180) Aveva ottenuto questa diocesi nel 1497 e la tenne fino alla morte(1503). In origine era stato segretario dei Duchi di Milano, poi canonico della cattedrale di Cremona, diocesi che resse per conto del cardinale Ascanio Sforza. Era inoltre familiare del cardinale Alessandrino, il milanese Giovanni Antonio Sangiorgi, vescovo di Alessandria, nel cui palazzo romano abitava. (n.296 100) Nel 1509 il convento affitta “la casa grande a G.B. de Bagarottis”: questo, addottorato in utroque jure, intraprese la carriera ecclesiastica, chiamato a Roma da Innocenzo VIII. Morì a Milano nel 1522. (n.297 N. Raponi, in D.B.I., 5-1963) Questa abitazione, descritta come “casa grande con orto nel vicolo incontro li Scapucci”, nel 1578 passò a Paolo Quintilio. (n.298 b.20, c.59r)

1499 Nell’Introitus si legge: “Item recepi otto carlini e bb.30 da mastro Pasquale muratore per una messa cantata per uno suo nipote che morì di morbo”. (n.299 b.108, c.46v)

1499 Nell’Introitus: “Item per la sepoltura della figlia di mastro Ranieri ducati otto de carlini”. (n.300 b.108, c.50v; si veda anche Pedrocchi,cit, 2009,pp.373-422) Maestro Ranieri era un falegname ed ebanista di Pisa a lungo attivo per la chiesa nella prima metà del Cinquecento.

1499 “Itam recepi carlini 4 per la sepoltura de la figliola de Camilla che fu donna de maestro Jacobo da Pietrasanta”, marmoraro e capomastro attivo nella costruzione della chiesa negli anni 1452 – post 1499. (n.301 b.108, c.54v;Pedrocchi,cit.,2009,pp.373-422)

1499 “Item recepi carlini 4 da madonna Lucretia, donna de maestro Stephano barbiere, per una messa cantata de morti”. (n.302 b.108, c.57r)

1499 ” Da mastro Francesco spadaro ducati uno di carlini per sotterratura di un suo figliolo”.(n.303 b.108,c.52v)

1500 È sepolto in chiesa Carlo Verardi (1440-1500), il famoso arcidiacono di Cesena, cubiculario, segretario dei Brevi, scrittore apostolico durante i pontificati di Paolo II, Sisto IV, Innocenzo VIII, e Alessandro VI. È ricordato per aver scritto la Historia Baetica, tragedia latina sulla conquista di Granada da parte di Ferdinando II d’Aragona, edita a Roma nel 1493. Il Verardi deve considerarsi il classico esempio di quegli intellettuali che intrattenevano un rapporto di familiarità con i dignitari spagnoli residenti a Roma. Il suo monumento funebre, fatto apporre dai nipoti Camillo, Sigismondo e Ippolito, è costituito da un edicola marmorea che contiene la figura della Madonna col Bambino e S.Giovannino e un angelo orante. Si tratta di un’opera realizzata secondo un modello tipico dell’epoca da un modesto scultore.Un documento dell’archivio rivela che fu sepolto nella cappella di S.Nicola; nel 1504 viene pagato maestro “Cappelletto muratore” per acconciare una sepoltura nella quale fu sepolto il cubiculario del papa,bb.30″.(n.304 b.108,cc. 70v,91r; Forcella,cit.,1874,n.74)

1500 “Affitto di una casa nel Rione di Campo Marzo a due generazioni, a Nardo di Lutio, in faccia le monache di Campo Marzo”. (n.305 b.15, n.2082) Questa casa, di proprietà del convento dal 1464, era affittata ad Evangelista Casali; poi la ebbe Vannozza (Cattanei), poi Nardo Luti  quindi Faustina Luti, fino al 1568. Furono suoi eredi i fratelli G. B. e Vincenzo Cassini. (n.306 b.14, c.44r)

1500 “I Padri affittano a Giovanni Antonio de Fuscherijs da Urbino una lor casa nel Rione di Sant’Eustachio, contrada di S. Pantaleo”. (n.307 b.15, nn.18, 225) Nel 1517 “I padri locano una lor casa vicino a S. Pantaleo, altre volte fatta alli q.m Giovanni Antonio d’Urbino e Gironimo Fuscherio”. Nel 1571 il convento affitta una casa a “Ginevra cortesia Fuscaria, moglie del q.m Alessandro Fuscaria”. (n.308 b.15, n.408) Di questa famiglia è noto Vincenzo Fuscheri, figlio  di Geronimo, abbreviatore di Parco Maggiore, nunzio apostolico in Spagna e vescovo di Montefiascone negli anni 1578-1580.

1501 Nella cappella di S. Claudio (terza della nave sin.) in questo anno fu sepolto il penitenziere e maestro agostiniano Claudio Catellini, appartenente alla nobile famiglia romana dei Catellini de Barberinis, del Rione Regola. (n.309 Forcella,cit.,1874, n.79) La più remota notizia su questa famiglia risale al 1311 quando è conservatore di Campidoglio, Lucio Catellini. Nel 1372 in un atto notarile relativo a S.Trifone, è testimone Thomaxius de Cathelinis, canonico di S.Pietro e Buccio de Cathelinis, imbussolatore degli Ufficiali del Popolo. In S. Barbara dei Librari si conserva il trittico firmato e datato 1453 da “Leonardus pintor de Roma”, commissionato da Francesco de Barberinis per l’anima del fratello Giovanni Catellini, canonico di S. Pietro e scrittore apostolico. (n.310 La Monica ,cit. 2000,pp. 162-171) Nel 1479 il cardinale d’Estouteville aveva comprato “domus in regione Parionis a nobili viro Benedicto de Barberinis de Catellinis de Regione Arenula”, per costruirci il suo palazzo. Nel 1497 Girolamo di Giovanni Lepetit vendeva al P. Claudio Catellini una sua casa in Firenze, vicino a S. Spirito”. (b.15, n.176) Nel 1509 il romano Cecco di Palombara, figlio di Andrea, canonico di S. Giovanni in Laterano, lasciava alla cappella una dote di 200 ducati di capitale, esprimendo la volontà di venire sepolto “inanzi la cappella dello Spirito Santo che volle da suoi eredi si comprasse e dotasse”. (n.311 b.23, c.7r; b.15, n.366; Amayden,cit.,ed.1987, pp.120-121) Il contratto fu rogato da Sano Manutio il 4 febbraio 1509. Nel 1511 “Antonio Barberini de Catellini de Arenula” è caporione. Nel 1516 è sepolto in questa cappella Battista Mauri, marito di Romana Giacobazzi. (n.312 Forcella,cit.,1874, n.98) Nel 1523 il convento paga “bb.30 per far aconciare la Croce d’argento de Maestro Claudio”. (n.313 b.110, c.51v) Nel 1572 nel Liber Propositioni è annotato:” Item nel medemo giorno [23 agosto] fu proposto dal capitolo e determinato di dare la cappella di S. Claudio a una madonna Hippolita Firenonia acciò l’habbia da ornare e fornir di paramenti”, ma non se ne fece nulla. (n.314 b.2, c.31v) Nel 1586 “I Padri danno a Ilario Mauro parmegiano per sé e suoi successori in perpetuo, la cappella di S. Claudio, da dirsi di S. Ilario”. Il contratto fu rogato da Felice Romauli, l’1 settembre 1586. La cappella non prenderà mai questo titolo. (n.315 b.15, n.916) Lo stesso anno, il 9 settembre, sempre nelle Proposte sta scritto: “Fu proposto da M.Jacomo priore se si contentavano che al Sig. Hilario parmigiano si desse la cappella di S. Claudio in chiesa nostra, obbligandose di ornare detta cappella e di dargli in dote scudi trentacinque l’anno”. (n.316 b.2, c.121r) “A Hilario Mauri, al primo di settembre 1586, fu concessa detta cappella e adì 11 giugno 1589 detto Mauri assegnò per dote di detta cappella, scudi 500” (n.317 b.22, c.12r) Nel 1589 di ha “L’istrumento di concordia tra S. Agostino e Bernardo Mauri, erede et altri legatari di Ilario Mauri, dove si divide l’eredità sua”. (n.318 b.15, n.1003) Nel 1597 Bernardo, fratello ed erede di Ilario Mauri costituisce la dote della cappellania da questo eletta in S. Giovanni in Laterano. (n.319 b.15, n.1009) Nel 1599 “Si fa divisione del q.m Bernardo Mauri tra Marco Mauri, Giovanna Mauri e Alfonso Mauri e li Padri”. (n.320 b.15, n.1017) Lo stesso, nel suo testamento, rogato Gio. Prisco de Giovenali li 9 novembre 1599, lascia al convento la terza parte della sua eredità. (n.321 b.15, n.801) Il 26 novembre 1601 “Fu proposto si dovesse rescindere l’istrumento fatto della concessione della cappella di S. Claudio in persona delli sigg. Stefano et Horatio Graziani, quali così si attestano li padri, che si concesse detta cappella nessuno si ricordava e detta cappella era stata concessa et data a Hilario Mauri che haveva altra cappella a S. Gio. in Laterano ove è stato seppellito et così li padri si contentarono e determinarono che sotto l’istrumento della concessione si facesse istrumento et li stessi padri si dovesse rescindere et così fu determinato”. (n.322 b.3, c.63r)

1501 Elemosina di quattro ducati “per aram domini episcopi perusinus… per manus Sacriste Frati Stephani de Roma”. (n.333 b.108, f.30r) Dovrebbee trattarsi di Juan Lopez (1455-1501) di Valencia, familiare di Rodrigo Borgia, che nel 1492 ebbe la sede di Perugia. È noto che venne sepolto in S. Pietro, ma questo documento sembrerebbe testimoniare che la sua tomba si trovasse invece a S. Agostino. Ad ottobre si fa dire “una messa cantata per l’anima del vescovo che stava in casa di Recanati”.(n.334 b.108,c.83r) Il Cardinale di Recanati è Girolamo Basso della Rovere, presso il quale il Lopez aveva abitato.

1502 “Concessione a vita et una nomina a Francesca di Mariano d’Alessandria, d’una casa nel Rione di Campo Marzo”. (n.335 b.15, n.2080)

1502 Sano di Giovanni di Mascio, di Gualdo Tadino, nel suo testamento, elegge la sua sepoltura in S. Agostino e, dopo la morte di Polidora sua moglie ed erede, vuole che gli succeda il convento nella proprietà di una casa nel Rione di Ponte, vicino S. Apollinare, nella contrada dove si dice lo Introito”; (n.336 b.15, n.189) lascia inoltre duecento fiorini per la costruzione di una cappella da dedicare a S. Ansano e una vigna a Monte Secco, altura formata da “cocci” nei Prati di Castello. Nel 1486 Paradisa aveva fatto cessione a suo padre Sano di Mascio “delle sue ragioni sopra li suoi beni paterni e materni”. (n.337 b.15, n.2090) Nel 1519 nell’Introitus si legge: “Marzo 1519 – In primis in nel secundo dì ho receputi ducati quindeci e bb.55 per oncie dieci sette de argento, il quale ha donato Madonna Polinora per l’anima sua e de Misser Sano, suo marito, ad honore della sua cappella”. (n.338 b.110, c.3r) Nel 1520 Polidora, vedova di Sano di Mascio dona alla cappella di S. Ansano in S. Agostino, una vigna alli Padri”. (n.339 b.15, n.2082) Nel 1523 si fa la “concordia tra il convento e Paradisa, figlia di Sano di Mascio e Polidora, sopra l’eredità di detto Sano”. (n.340 b.15, n.871) L’altare, addossato all’ultimo pilastro centrale della navata sinistra, fu rimosso nel 1582, probabilmente in questa occasione andarono rimosse e perdute anche le lapidi.

1502 “Concessione de Padri di una casa con scoperto a Francesco e fratelli de Bellishominibus, sotto canone”. (n.341 b.15, n.2087) I Bellomini dovrebbero essere una famiglia senese, originaria di Piancastagnaio, abitante nel rione di S.Eustachio. Nel 1444 un Cecco Bellomini, figlio di Cosmata Porcari de Tomarozzi, fu conservatore di Campidoglio; altri membri della famiglia ricoprirono cariche civili fino al 1596. Agapito fu canonico di S. Pietro negli anni 1477-1500; Mario fu vescovo di Betlemme nel 1485. (n.342 Amayden,cit.,ed.1987, pp.123-124)

1503 “Mons. Rainaldo de Ursinis arcivescovo di Firenze, lascia ai Padri una vigna a Stimigliano”. (n.343 b.15, n.192) Il prelato resse la diocesi dal 1474 al 1508. Imprigionato da Alessandro VI, insieme al fratello Giovanni Battista, non divenne mai cardinale.

1503 Il nobile genovese Giovanni Antonio Lomellini è sepolto a S. Agostino. (n.344 Forcella,cit.,1874, n.82) Nel 1505 un Nicolò Lomellini fu conservatore; nel 1517 il convento riceve un’elemosina “per un deposito che sta allo pilastro dell’altare de la Trinità verso la porta, che fu de un genovese della casata de Lomellini, ducati cinque de carlini”. (n.345 b.109, c.128r)Nel marzo 1505 si da “un ducato al maestro che ha riconsato el tecto de la capella de lo genovese”.(n.346 b.108,c.97r) Nel documento di concessione dell’altare a Giovanni Goritz (13 dicembre 1510) è precisato che il pilastro di fronte aveva un altare “cum figura marmorea Pietatis et beatae Virginis”.  Erano presenti a Roma altri membri della famiglia: il banchiere Nicolò risulta a Roma dal 1495 al 1531); Pietro (1537), Marcantonio (1561), Giovanni Battista vescovo di Guardia (1563) e Giacomo, vescovo di Mazzara. L’altare dei Lomellini di trovava al terzo pilastro dx. Nel Registro degli Istromenti si legge: “Cappella dove è una Pietà (in marmo) sotto il pulpito nel pilastro, secondo l’iscrizione fondata dalli SS.ri Lomellini genovesi”. (n.347 b.17, c.285v) Attualmente i pezzi smembrati dell’altare sono posti nel piccolo andito della porta laterale: si tratta di una ricostruzione arbitraria formata dalla lapide sepolcrale, sormontata dal ritratto del defunto entro un clipeo; un sarcofago fa da base ad una Madonna col Bambino.

1504 “Maria, figlia di Silvestro de Bassanello e moglie del q.m Pietro di Donato, nel suo testamento, lascia a S. Agostino, 15 ducati di carlini”. (n.348 .15, n.477)

1504 Il medico milanese Dionisio Lunati risulta avere lo juspatronato della cappella dei SS. Cosma e Damiano, protettori del Collegio dei Medici. (n.349 Forcella,cit.,1874, n.128). Nel 1513 Leone X avrebbe istituito la festività dei SS.Cosma e Damiano. Bernardo de Lunate, familiare del cardinale Ascanio Sforza, ottenne la porpora nel 1493; nel 1496 fu legato di Alessandro VI nella guerra contro gli Orsini; morì nel 1497 presso Soriano (VT), dopo la sconfitta delle armate papali. Fu sepolto a S. Maria del Popolo, forse perché la cappella in S. Agostino non era ancora ultimata. Nel 1561 si legge: “Annuo censo sopra la casa alla Regola dato da Claudio Pilato per l’officiatura della cappella dei SS. Cosma e Damiano, fondata da Dionisio Lunati”. (n.350 b.15, n.2174) Nel 1546 Claudio Pilato, genero di Dionisio Lunati morto nel 1566 (n.351 Forcella,cit.,1874, n.163), “lassò due luoghi de monti della fede… rogato da Livio Prata, notaio dell’Archivio. (n.352 b.22, c.32r) Nel 1603 un altro Dionisio de Luna Cerusico, lasciava al convento 134 scudi per dote della cappella. (n.353 b.25, c.34r)  Parte del suo pregevole altare, dopo essere stato rimosso, è stato ricostruito nel piccolo andito della porta laterale della chiesa: si tratta di una pala d’altare in marmo raffigurante la Crocifissione ed i SS. Giovanni ev. e Maddalena ; sotto è l’iscrizione dedicatoria ed in alto, nella nicchia ,un angelo orante.

1504 Ad ottobre il sacrestano riceve un’elemosina “per una messa cantata de’ morti per l’anima del vescovo de’ Papilonia (sic), el quale stava in casa del Cardinale de Recanati”. Potrebbe essere lo spagnolo Alfonso Carrillo de Albornoz di Castiglia che ebbe la sede di Pamplona dal 1473 al 1491. Il cardinale di Recanati era Girolamo Basso della Rovere che ebbe la sede episcopale di Recanati dal 1498 al 1507. Trattandosi di una messa in suffragio, che probabilmente veniva celebrata ogni anno per la ricorrenza, si giustifica questa datazione piuttosto lontana dall’anno di morte. (n.354 b.108, c.56v)

1504 A novembre si versa un’elemosina di carlini sedici “per una messa cantata per l’anima de l’arcivescovo de Cosenza”. (n.355 b.108, c.58r) Dovrebbe  trattarsi del mantovano Ludovico Agnelli, notaio e chierico di camera, figura di grande rilevanza durante il pontificato di Alessandro VI che nel 1497 lo nominò arcivescovo di Cosenza; non prese mai possesso della sua sede; fu vice-legato del Patrimonio a Viterbo dove morì di peste o forse avvelenato, a novembre del 1499. Abitava in una casa in via dell’Agnello, vicino a palazzo Massimo.

1505 “Christoforo del q.m Geronimo di Paolo, vende a Giovannino Guareschi un suo giardino con casetta nel Rione di Campo Marzo”. (n.356 b.15, n.478)

1505 È sepolto in chiesa “il barbiere del cardinale de Como”. (n.357 b.108, c.139r) Il prelato è Antonio III Trivulzio, cardinale dal 1487 al 1508, nobile milanese, maestro degli agostiniani, protonotario apostolico e auditore di Rota, protetto da Luigi XII di Francia. Dal 1483 abitava a Parione in Piazza del Paradiso, nel palazzo che prima era stato del card. Nicolò Fieschi, fatto costruire dal fratello Urbano Fieschi (attuale palazzo Sora). Morì a Roma nel 1508 e fu sepolto a S. Maria del Popolo.

1505 “Item recepi per mano del padre priore per una messa cantata de’ morti per l’anima de messer Burgundio [Leolo] pisano, bolognini trenta”. Questo era morto nel 1501.(n.358 b.108,c.140r;Forcella,cit.,1874,n.78) Era stato sepolto nella cappella di S.Monica. Il Leolo, dottore e avvocato concistoriale, era fratello di Pantasilea Grifi (+1527), sorella del vescovo di Forlì Pietro (+1516); costui aveva fondato la “Confraternita delle donne centurate”, devote di S.Monica; tutti trovarono sepoltura nella cappella di S.Monica

1505 Il convento riceve da Leonardo del Bene “mercadante fiorentino per memoria del suo fratello Alixandro, per metere una pietra marmorea con la sua lapide, alo altare de la madonna, ducati 10”. (n.359 b.108, c.141v; Forcella,cit.,1874,n.87)

1505 “Item recepi per uno deposito in lo quale fu sepolta la figlia de maestro Antonio fiorentino che fa la Zecca”. Questo maestro,già noto a Bulgari, era zecchiere  nel 1490 (n.360 b.108, c.132v; Bulgari,cit.,I,p.66)) Non è escludo  che possa trattarsi del famoso orafo e metallista Antonio Fabbri che aveva bottega insieme a Jacopo Magnolino, altro famoso argentiere, sepolto a S.Agostino. (n.361 Forcella,cit.,1874, n.50) La bottega si trovava in Banchi, vicino al palazzo di Agostino Chigi che fu suo testimone di nozze.Antonio fu una figura di grande rilevanza nella fondazione dell’Università degli Orefici; ebbe rapporti con Benvenuto Cellini e con Raffaello che, nel suo testamento, gli lasciò un terreno. (n.362 Bulgari, cit. I, pp.425-426) Da un altro documento, pubblicato dalla Polverini Posi (n.363 1992,p.177) risulta che Antonio de Signa (?) apparteneva all’oligarchia fiorentina a Roma e che, tra fine ‘400 e inizio ‘500 fu protagonista di una straordinaria ascesa economica; nel 1504 stipulava con la Camera Apostolica Capitula Zecchae Urbis , assicurandosene la gestione; l’anno seguente è ricordato come Magister Zecchae Urbis,  venuto in grave contrasto con Giulio II fu imprigionato e ucciso. Nel 1505  si trova annotato:“Item recepi per una messa cantata de’ morti la quale fu cantata ad maestro Antonio fiorentino, la quale sta in chiesa nostra nel deposito”. (n.364 b.108, c.132v) Questa carta potrebbe contenere un errore del sacrestano, perchè dovrebbe piuttosto riferirsi alla figlia morta, citata proprio in questo anno.

1506 “Item die 17 [ottobre] per mano del Padre Priore ducati dui et mezo de carlini dal Maestro di Casa di Monsignore de Salerno, per lo deposito de Misser Nicolò de Bini, depositato nella cappella de S.to Raphaele”. (n.365 b.109, c.14v) Già nel 1481 era stato sepolto nella cappella dell’Annunziata (navata destra) Pietro de Bini. (n.366 Forcella,cit.,1874,n.40) Il prelato citato è il cardinale Juan de Vera “algeritano” (1453-1507), parente di Alessandro VI, vescovo di Salerno dal 1500 al 1507, precettore di Cesare Borgia; morì nel 1507 e fu sepolto nella Cappella di S. Monica, a cura di Oliviero Carafa e Francesco Borgia, vescovo di Cosenza. Forcella non riporta la data esatta della morte.(n.367 Forcella, cit.1874,n.80) Esiste il disegno del monumento funebre originale prima che venisse smembrato.(n.368 F.Federici-J.Garms, cit., 2010, n.107) Nel 1509 tra le case ex Mattabuffi una si trovava a Campo Marzio, un’altra nel Rione Ponte, “et un’altra posta nello rione delli Monti, chiamato Macello delli Corvi, le quali case sono dote della Cappella della Nunziata… date da Messer Leonardo de Bini de Senis”. (n.369 b.14, c.99 v) A maggio 1505 nel Libro delle Entrate, il sacrista riceve 10 ducati” da Lionardo de Bini mercadante fiorentino per memoria del suo fratello Alexandro, per metere una pietra marmorea alo altare della Madonna”. (n.370 b.108, f.141v; U. Giambelluca, Novità su alcuni monumenti funebri eretti a Roma tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500, in Studi Romani, 49-2001, pp.57-71) Il 17 ottobre 1509 il convento riceve elemosine “de una sepoltura dinanzi alla cappella de S.to Nicola, da Pietro e Tomaso e Giovan Francesco, figlioli che furno de Giovanni Bini e per loro de Tomaso Bini, cittadini fiorentini, la quale è stata assegnata per Capitulo che in tempo del Vicario de Fra’ Serafino de Fiorenza”. (n.371 b.109, c.57v) A gennaio 1520 il sacrestano riceve da “Misser Bernardo Bini fiorentino, ducati cinque de carlini per uno deposito facto in lo ultimo pilastro avanti alla cappella della Pietà”. (n.372 b.110, c.11v) Ad agosto ancora Bernardo Bini, “Sottomaestro de Strada”, versa “carlini doi per la figlia de un suo fratello che morse”. (n.373 b.110, c.17v) Il Pietro de Bini, citato nel 1481 era il padre di Bernardo (1461-1527); il giovane fu avviato alle attività mercantili durante il pontificato di Alessandro VI; continuò a lavorare a Roma anche sotto Giulio II, di cui fu probabilmente tesoriere, e sotto Leone X, periodo nel quale raggiunse l’apice delle sue fortune, come datario e tesoriere segreto. Dalla mercatura era infatti passato ad esercitare la professione di banchiere, provvedendo alle spese private di Leone X che lo ricompensò con numerosi uffici di Curia. Suo figlio Tommaso fu cameriere segreto, abbreviatore, protonotario e referendario. Anche gli altri due figli Giovanni e Pietro lavorarono nel banco paterno. Sia la loro dimora, costruita da Antonio da Sangallo jr., che il banco si trovavano nel Rione di Ponte, in via del Consolato. Alla morte del papa (1521) la famiglia subì un tracollo finanziario e Bernardo tornò a Firenze dove ebbe parte attiva nella vita pubblica. (n.374  M. Luzzati, in D.B.I.,10, 1968; A. Caporali, Bernardo Bini: un banchiere fiorentino alla corte papale del Rinascimento, in Progress – Rivista di Storia, Siena, n.2, 2014)

1506 “Item recepi adì 23 da messer Bartolomeo [Mezzarota] Scarampi ducati dieci de carlini per la sepoltura de marmore posta appresso alla porta della Pietà, dello fratello [Rinaldo], in chiesa nostra”. Di questa famiglia, originaria di Saluzzo, si conosce anche il notaio Giovanni Antonio, attivo a Roma nella prima metà del Cinquecento, probabilmente fratello di Bartolomeo, citato nel documento e, soprattutto, il famoso cardinale Ludovico (1401-1465), patriarca di Aquileia, abitante in un palazzo presso S. Lorenzo in Damaso. (n.375 b.109, c.11r; Forcella, cit.,1874,n.86) Tuttora si conserva questo monumento funebre raffigurante la Madonna col Bambino e S. Giovannino, entro due paraste ornate con girali e tralci di frumento, opera di un modesto scultore.

1506 “Item recepi per mano del baccelliere Stefano romano e del frate Costantino ducati vinti per lo lassito fatto da Messer Carlo de Napoli, sepolto già in S. Agostino”. (n.376 b.109, c.11v) Si ignorano notizie sul personaggio e sul luogo della sua sepoltura in chiesa. Forse è quello stesso Carlo de Summonte, canonico di Napoli, e camerario di Oliviero Carafa, che abitava in una casa del convento ante 1497, nella parrocchia di S. Pantaleo. (cfr. 1497)

1506 I frati ricevono da “Messer Antonio, Spenditore del Papa, ducato uno de limosina d’una messa cantata per l’anima d’una donna”. (n.377 b.109, c.14r) Il prelato è Antonio della Rovere, adottato da Giulio II  che lo nominò suo maggiordomo e tesoriere, elevandolo alla porpora nel 1500. Nel 1508 nel Libro delle Entrate, troviamo: “dal cappellano del cardinale di Bologna [Stefano Ferreri], tre ducati per el deposito d’uno canonico di S.ta Maria Maggiore”. Il suo nome di nascita era Stefano Ferreri (1474-1508); di origine ligure, venne presto a Roma dove fu domestico e scudiero del cardinale Girolamo Basso della Rovere. Sospettato di cospirare contro il papa, fu imprigionato a Castel Sant’Angelo e multato di 20.000 scudi; nel 1508 fu trasferito a Sant’Onofrio, dove morì avvelenato per volere di Giulio II; fu sepolto a S. Agostino di notte, senza memoria funebre. ( n.378  A. Cascioli, in D.B.I., 46, 1996)

1506 Il 20 ottobre i frati ricevono due ducati “per l’ufficio de Madonna Cassandra per mano del P. Maestro Ambrogio”. Potrebbe trattarsi di Cassandra Panciatichi, moglie di Bartolomeo di Pistoia, sepolto a S. Agostino nel 1523. (n.379 b.109, cc.15r; Forcella,cit.,1874,n.111)

Ante 1507 Bernardino de Cupis da Monte Falco (1462-1507), maestro di casa di Girolamo Basso della Rovere, suo “cubiculario” e marito di Lucrezia dell’Anguillara, (ex amante di Giulio II e madre di Felice della Rovere) aveva fondato la cappella di S. Nicola da Tolentino che però fu terminata dopo la sua morte negli anni 1508-1511. In questi anni il convento paga maestro Cristoforo fiorentino per finire la cappella del cardinale Girolamo Basso della Rovere (di fatto la cappella in questione). (n.380 b.109, cc.8r, 27v, 44r) Bernardino de Cupis abitava in Palazzo de Cupis a Piazza Navona dove negli anni 1482-1492 risiedeva anche il card. Ascanio Sforza. (n.381 b.14, c.35v) Apparteneva alla famiglia Teseo de Cupis che fu vescovo di Recanati nel 1507; Bernardino (sepolto in S. Agostino nel 1507) ebbe per figlio Giovanni Domenico detto “il cardinale di Trani”(1493-1553), anch’egli sepolto a S. Agostino. Nel 1511 Lucrezia, rimasta vedova, concedeva “alla cappellania di S. Agostino, nella chiesa di S. Onofrio, due case nel Rione di Ponte”; questa donazione si spiega ricordando che nel 1439 la famiglia de Cupis aveva fondato la chiesa di S. Onofrio al Gianicolo. A luglio del 1528 si fa dire una messa “per l’anima de madonna Lucrezia, madre del Rev.mo Monsignore de Trani”. (n.382 b.110, c.94r) Giovanni Domenico de Cupis resse questa diocesi dal 1517 al 1551; morì nel 1553 e fu sepolto in S. Agostino. (n.383 Amayden,cit.,ed.1987, pp.370-371) Nel 1509 I padri avevano comprato una casa “apigionata nei pressi di Tor Sanguigna da madama Paula napolitana… et la ditta casa ce l’hanno data Madama Lucrezia de messer Belardino de Monte Falcho et ducati 500 ce lassò per una cappella lo ditto Bernardino”. Madonna Lucrezia Normandi, madre del card. Giovanni Domenico, donava inoltre una casa sulla piazza di Tor Sanguigna “vai dricto in Banchi, vicino a una casa de la Nuntiata… per la dote della cappella de S.to Nicola. La tiene allocatione a sua vita Messer Alfonso de Valentia Scriptor Apostolico (+1524)”. E ancora ad aprile del 1519: “Item recepimus ducati octo da Missere Alphonso Scriptore Apostolico, per resposta de una casa che tene a Torre Sanguigna, che è dote della cappella de San Nicola”. (n.384 14, c.67v; b.184, c.197v) Nello stesso anno nel Libro delle Uscite si trova scritto: “A Guglielmo mandatario che ci citò da parte de Magistro Cristofaro fiorentino per la cappella de Messer Berardino de Monte Falco”. (n.385 b.108, c.44r) Probabilmente erano sorti dei problemi durante l’erezione della cappella. Nel 1488 si ha la più antica notizia su Bernardino de Cupis, relativa al pagamento al vetraio Jiuliano romano, per “una finestra ad occhio nella nave de S.ta Monica, sopra la capella de madonna Jeronima Zaccharia, e nota che lo magisterio lo pagò per tutto messer Bernardino de Monte Falco”. (n.386 b.107, c.47r) Nel 1509 “Messer Zaccaria, paga Bellardino Montano romano, per una stalla la tiene il Maestro di Casa de lo Cardinale Aginense [Leonardo Grosso della Rovere]”. (n.387 b.14, c.22v)

1507 Si pagano ai frati, carlini nove e bb. 23 per la sepoltura “de Messer Francesco de Pescia”. (n.388 b.109, c.21r) Nel 1483 risulta che fosse notaio di Curia, auditore e scrittore  della Camera Apostolica.

1507 I frati ricevono “un ducato di carlini per la sepoltura de un putto da Messer Andrea Cybo”. (n.389 b.109, c.27r) Andrea Cybo è il vescovo di Terracina, familiare di Innocenzo VIII, morto nel 1522, abitante “in nella nostra casa che sta appresso allo Spitale delli Portogallesi”. (n.390 b.183, c.24r) Il putto citato nel documento potrebbe essere un suo figlio naturale morto in tenera età.

1507 “Ducati due per mano del P. Priore, li quali sono per la limosina del deposito facto in S. Trifone del chalzolaro del Papa”. (n.391 b. 109, c.26r)

1507 “Patti matrimoniali tra Paola, figlia di Agapito de Magistris e Pellegrina e Luca di Bernardino de Pierleonibus per dote di una casa nel Rione di Ponte”. (n.392 b.15, n.937) Nel censimento della città (1517) si legge: “Una casa de Ms. Agapito de Magistri procuratore, abita lui con la moglie”. I Pierleoni erano nobili romani, abitanti presso il Teatro Marcello; avevano la tomba in S. Nicola in carcere; si estinsero a fine Cinquecento.

1508 Si pagano tre ducati “per un morto che fu camerero de lo card. de li Medici”. (n.393 b.109, c.35r) Si tratta di Giovanni de Medici (1475-1521) eletto cardinale nel 1492 e papa nel 1513, col nome di Leone X.

1508 “Da Messer Berardo de la Molara, notaro dello Auditore della Camera, due ducati, lassati per testamento da Pietro de Colonia da Treviri”. (n.394 b.109, c.46r)

1508 “Faustina, figlia del q.m Paolo de Roma de Cerretanis e moglie di Gerardo de Bersanis de Correggio, nomina suo erede il marito, in una casa del Rione Campo Marzio”. (n.395 b.15, n.503)

1509 “Casa con bottega sotto il convento, locata a Maestro Francesco spagnolo barbiere”. (n.396 b.14, c.121v)

1509 “Casa a Campo Marzio locata a Statio, figlio di Maestro Stefano”. (n.397 b.14, c.76v)

1509 “Casa a Campo Marzo locata a madama Angelica romana”. (n.398 b.14, c.123v)

1509 “Casa con bottega a Campo Marzo allocata a Maestro Filippo barbiere”. (n.399 b.14, c.125v)

1509 “Casa grande con bottega nel Rione di Parione, olim fu de Andrea de Spiritibus, allocata a Maestro Paolo Scrittore Apostolico”. (n.400 b.14, c.132v) Andrea apparteneva ad una famiglia viterbese di mercanti di ferro e di allume.

1509 “Casa a Campo Marzo locata a Messer Calisto da Nepi”. (n.401 b.14, c.134v)

1509 L’antica cappella della SS. Trinità (seconda della navata destra), dedicata poi ai SS. Giovanni Battista e Giovanni Evangelista, era di juspatronato, dal maggio 1499, di Tommaso Dies di Brabante, abitante in piazza della Cancelleria; è lui infatti quel “Tommaso todescho”, citato nelle Entrate del Convento, che dava, ogni anno, cinque carlini di elemosina per la festa della SS. Trinità, “facta nella sua cappella”. (n.402 b.108, cc.51v, 64r) Sollecitatore Apostolico e Notaio di Rota, era amico di Giovanni Goritz. Nel Liber Domorum è annotato: “1509 la cappella dei SS. Gio:Batta et Evangelista, alias della Trinità, fu dotata con una casa nel Rione Pigna, al Pozzo delle Cornacchie, e detta casa stava vicino alli Signori Bongiovanni per andare a S. Luigi dei Francesi, dietro il Cortile dei Matriciani, come si vede nel Computo dell’anno 1501 e dell’anno 1505″.(n.403 b.15, n.367; b.22, c.19) Nel 1535 la casa risulta affittata a “Teodorico Todesco”. (n.404 b.15, c.20r) Seguitano i documenti: “Ultimamente la fel. mem. del card. Gio:Batta:Castagna, poi Papa Urbano VII, la ornò e dotò di scudi 25 l’anno sopra una casa a Ripa Grande, all’istrumento rogato Ovidio Erasmo li 6 marzo 1569… et in oltre gratitudinis et beneficiis per la Ven. Compagnia de la Nunziata de’ Romani, da scudi 15 l’anno… nè si è accettato per altro questo obligo se non per essere quella Venerabile affettionatissima al Nostro Ordine et in particolare a questa casa con intentione un giorno di haver quivi il suo corpo, per istrumento rogato Vincenzo Fosco, li 10 ottobre 1590”. (n.405 b.21, 1630) Detta casa era ubicata nel “loco detto il Canale Grande, comprata dalla Ven. Compagnia del Rosario di Roma”. (n.406 b.14, c.82r; b.25, c.11v) Il Castagna aveva iniziato i lavori di decorazione nel 1587 commissionando i due affreschi laterali a Marco Tullio Montagna. Un altro documento, in data 1589, riferisce di una casa in Trastevere data al convento da cardinale Castagna “per dote della cappella di S. Giovanni Battista”. (n.407 b.14, c.82r) I suddetti affreschi sono emersi con la rimozione delle due tele di Pietro Gagliardi (metà sec. XIX) e sono stati sottoposti a restauro dalla scrivente, per conto della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici (1997-1999) e quindi attribuiti, per via stilistica al Montagna. (n.408 Pedrocchi, cit.,2001, p.163;M.B. Guerrieri Borsoi, I restauri romani promossi dal card. Fabrizio Veralli in S. Agnese e S. Costanza e la cappella in S. Agostino, in Bollettino d’Arte, 137-138, 2006, pp. 77-98) Qualche anno dopo (1603) i frati annotano: “Quadro del Castagna – Si mandò il quadro alla Trinità de’ Monti al pittore per acconciarlo che era tutto guasto”; la tela venne riconsegnata nel 1605. Di questo dipinto non sappiamo nulla: è noto invece che sull’altare doveva esserci una copia della Madonna del velo di Raffaello opera di uno sconosciuto Domenico spagnolo, sostituita poi con l’attuale, di mano di Benigno Vangelisti nel 1631. Questo piccola pala d’altare era stata commissionata dal cardinale Fabrizio Veralli che alla morte di Urbano VII era subentrato nello juspatronato della cappella, in quanto parente del Castagna.

1509 Nel Liber Domorum, è elencata “Una casa posta nel Rione di Ponte, vicina alla casa che fu de Messer Jacomo Porcharij, la quale tiene a pigione Messer Alessandro de Mantua”. (n.409 b.14, c.1) Di Giacomo Porcari non si hanno notizie ma è noto che nel 1478 Domenico Porcari aveva ricoperto l’importante incarico di Maestro delle Strade, insieme al Card. d’Estouteville. Alla famiglia Porcari apparteneva anche il famoso Stefano, autore della rivolta “repubblicana” contro il papa, giustiziato nel 1453. I Porcari avevano le case nel Rione Pigna.

1509 “Isola dietro S.ta Lucia della Tinta – la casa grande spettante alla b.m. del Padre Maestro Paolo Mattabufalo del nostro Ordine, Penitenziere di S. Pietro”. (n.410 b.14, c.1v) Si è visto che alla morte del famoso predicatore agostiniano, il convento aveva ereditato  circa la metà del suo ingente patrimonio immobiliare. Nel suo testamento aveva espresso la volontà di essere sepolto nella cappella della Maddalena “noviter edificata” in S. Agostino. Questa notizia fa ipotizzare, come già detto, che la cappella della Pietà (la prima a sinistra) fosse dedicata in un primo momento alla santa penitente e pertanto prescelta, per la loro sepoltura, dalle tante cortigiane che abitavano nel rione. (n.411 A. Mazzon, Riflessioni e brevi note sull’eremitano Paolo Mattabuffi, in Roma e il Papato nel Medio Evo, a cura di A. De Vincentiis, Roma 2012, pp. 439-449 e bibliografia precedente)

1509 È ricordata una casa “sotto l’Arco dell’Apollinare”, comprata nel 1477 da Mons. Roano: “Questa casa fu comprata li 7 9mbre 1477 da un tal Giacomo e Domenico suo figliolo ferrari, quale poi fu lassata dal detto cardinale al convento e questo si cava dal Libro degli Introiti, … dandosi a pigione a diversi dal 1484 d’aprile fino al 1496, nel quale anno fu locata ad Alessandro Fiorentino”. (n.412 b.14,c.5r) “Domus Sancti Apollinaris aedificata fuit a Rev. Guliermo de Estouteville Card. Rothomagensis; poi vero ad Hieronimus Ruere Episcopus Sabini et ab Leonardo Agenensi Cardinalibus exornata”. I due cardinali citati nel documento sono Girolamo Basso della Rovere (+1507) e Leonardo Grosso della Rovere (+1520) entrambi nipoti di Sisto IV; il primo era stato fatto cardinale nel 1477 col titolo di S. Balbina e poi vescovo di Recanati nel 1498; il secondo era stato eletto vescovo di Agen nel 1487 e poi cardinale del titolo dei SS. Apostoli nel 1505. Entrambi avevano abitato nel palazzo del prelato francese dopo la sua morte (1483).

1509 Si incontra nel Liber Domorum il nome di Vannozza Cattanei, la famosa amante di Alessandro VI, madre dei suoi figli. Nel 1486 aveva sposato Carlo Canali di Mantova, venuto a Roma al seguito del cardinale Schiaffinati; il Canali ebbe il titolo di Sollecitator Bullarum, poi di segretario della Penitenziaria e, nel 1498, divenne guardiano delle carceri di Tor di Nona. La donna aveva accumulato un discreto patrimonio immobiliare ed inoltre aveva preso in affitto degli edifici di proprietà del convento agostiniano, gestendoli in prima persona o subaffittandoli: “1 luglio 1509 – Una casa posta nel Rione di Ponte qual sta dinanzi a Tor di Nona, chiamasi la casa dello Lione Grande, tenuta allocatione da Messer Antimo de Sinebarbis (cfr.1500), confinante con S. Salvatore in Lauro, con una casa de madonna Vannozza, ora la tiene Messer Raniero da Pistoia. Gode diricto madonna Serafina, moglie di Antonio della Cirasa”. (n.413 b.14, c.5v) Risulta che vicino al Pozzo delle Cornacchie si trovasse una “Via della Cirasa” che aveva preso il nome dalla famiglia che vi abitava. È probabile che Raniero da Pistoia fosse il factotum di Vannozza, perchè il suo nome compare spesso negli affari della donna. Il documento elenca un’altra sua proprietà: “1509 – Una casa posta nel Rione di Ponte, qual casa sta dinanzi a Tor di Nona; chiamasi la casa dello Leone picholo, tienla a locatione Madonna Vannozza Romana; mo la tiene Messer Raniero da Pistoia”. (n.414 b.14, c.7v) Sempre nel 1509 nell’elenco degli stabili è citata “una casa posta nel Rione di Trastevere quale sta appresso alla fonte de S. Agata, tenuta a pigione da Jo. Jacomo de Pavia”. (n.415 b.14, c.9v) Nello stesso anno: “Una casa posta nel Rione della Pigna, qual sta di retro alla Minerva, tenuta a locazione da Renzo de Crescentio romano”; passerà in seguito a Messer Ippolito da Ceri. (n.416 b.14,c.13 v) Vannozza aveva anche l’Osteria della Vacca a Campo Marzio, subaffittata a Francesco da Perugia. Infine nel 1517 il convento concede la metà di una casa a Tor di Nona a Vannozza, con rogito di Andrea de Carusijs. Il contratto viene stilato nella sacrestia del convento. (n.417 b.15, n.2083; b.22, c.437r) In questo stesso anno Vannozza lascia in eredità la Locanda della Vacca alla Compagnia del Salvatore. (n.418  I. Ait, Donne in affari: il caso di Roma (secc. XIV-XV) in A. Esposito, a cura di, Donne del Rinascimento a Roma e dintorni, Roma 2013, pp.53-83) Nel 1519 il convento riceve da “Misser Raniero, ducati 30 della casa che è situata appresso a Torre di Nona”e 50 ducati “li quali forono laxati da madonna Vannozza”. (n.419 b.184, c.195r)

1509 È citata nelle carte la cappella della Nunziata (terza della navata destra) “che fu ornata da Leonardo Bertini [ 1482-1516]e da lui dotata di una casa al Macello de’ Corvi”. (n.420 b.15, n.2100) Risulta che Leonardo ricoprì la carica di scrittore apostolico. Nel 1548 Francesco Bertini, notaio camerale, quasi certamente della stessa famiglia, lasciava al convento dieci scudi l’anno”. (n.421 b.15, n.2155) Nel 1597 la cappella passava a Scipione e G. B. Vipereschi che si obbligavano di versare alla chiesa 30 scudi l’anno. (n.422 b.22, c.21v)

1509 È elencata “una casa posta nel Rione de Campo Martio sta nella proprietà olim de Maestro Paulo [Mattabuffi], tenuta allocatione da Rodorigo spagnolo, ora la tiene allocata Margherita la corsetta”, cortigiana. (n.423 b.14, c.15v) Nel 1530, nel Liber Domorum è annotato: “Matteo Benzoni, nominato da Margherita corsetta, alla casa nel Rione de Ponte, proroga l’affitto”. Matteo è probabilmente un suo nipote, forse figlio di Giovanni Battista Benzoni, suo fratello. (n.424 b.15, n.816) La casa faceva parte del patrimonio immobiliare lasciato al convento dal maestro agostiniano alla sua morte.

1509 “Una casa posta nel Rione Colonna qual è al presente de madama Paulina, donata olim da Domenicho Spechio”; in seguito abitata “da madama Bartolomea e da suoi figlioli et de Pietro de Nobili”. (n.425 b.14, c.17v)

1509 Risulta che il notaio Alessandro fiorentino è ancora pigionante degli agostiniani: “Una casa posta nel Rione de Parione qual tiene allocatione Messer Alexandro Fiorentino, sta dinanzi a S.to Augustino incontro al palazzo che fu de Monsignor Roano…, confinante con una casa de messer Simone Bagattini”. (n.426 b.14, c.19v) Nel 1517, nell’Introito è annotato: “recepi julii vinti peer parte de pagamento de ducati quattro d’oro de camera da messer Alessandro fiorentino,per una sepoltura che li fu concessa la quale è socto la cappella della Trinità,verso la porta”. (n.427 b.109, c.127v) Alessandro era un notaio che nel 1496 risulta abitante nel palazzo a S.Apollinare.

1509 “Una casa posta nel Rione de Campo Marzio, chiamata la Scrofa, la tiene allocatione Jacomo di Pietro da Milano, paga ogni anno ducati 32 de carlini”. (n.428 b.14, c.4v)

1509 È elencata un’altra casa proveniente dall’eredità Mattabuffi “posta nel rione de Campo Martio qual tiene al presente allocatione Johanna de Comitibus”. (n.429 b.14, c.26v) Un’altra casa della stessa provenienza “era allocatione a madama Lucrezia greca moglie di Pompeo de Capitaneis orefice”, confinante con la casa di Johanna de Comitibus e Margherita corsetta; nel 1528 i Padri prorogano la cessione di una loro casa nel Rione di Ponte, fatta da Giulia Colantonio, Giovanni Battista e Bernardino de Palettis fratelli “a Pompeo de Capitaneis, Lucrezia sua moglie e Claudia loro figliola, a terza generatione”. (n.430 b.15, n.231) A proposito di questo famoso orefice e della sua attività nella prima metà del Cinquecento si rimanda al recente articolo Argenti perduti della chiesa di S. Agostino. (n.431 cfr. sito annamariapedrocchi.it.)

 1509  Nel Liber Domorum, si legge: “Una casa posta nel rione de Ponte tiene allocatione Mons.Berardo vescovo di Venosa, cioè Thomaso fratello del vescovo di Camerino, come erede del vescovo di Venosa”. (n.432 b.14, c.34v) Il primo personaggio citato è Berardo Bongiovanni, vescovo di Venosa dal 1501 al 1509, il secondo è Antonio Giacomo Bongiovanni vescovo di Camerino dal 1509 al 1535, fratello di Tommaso, che tiene ancora la casa nel 1519 (n.433 b.184,c.210r) A dicembre del 1509 il convento riceve dieci ducati di carlini “che furno per un deposito che si fece per Messer Berardo”. (n.434 b.109, c.60r) Entrambi appartengono alla famiglia recanatese che, a inizio Seicento, otterrà la cappella Sancta Sanctorum in chiesa. (cfr. 1408)

1509 “Casa con buttigha, posta sotto el nostro convento, qual tiene allocatione Lorenzo Lombardo Zoppo pizzicharolo”. (n.435 b.14, c.36v)

1509 “Casa nel Rione Campo Marzo tiene allocatione Johannino fornaro, confina con i beni di S.Antonio de’Portoghesi”. (n.436 b.14, c.38v)

1509 “Casa nel Rione Colonna allocata a Criseide de Sigilberti, romana”. (n.437 b.14, c.42v) L’anno successivo: “La casa di cui al n.78 si dà a Giacoma Faustina di Criseide di Margherita di Lorenzo de Aversa”. (n.438 b.15, n.817) Negli anni 1510-1516 paga l’affitto “madonna Jacoba, figlia de madonna Criseide”. (n.439 b.184, c.80r) Un altro documento specifica: “Casa alla Maddalena per andare a piazza Capranica”. (n.440 b.20, c.71r)

1509 “Roderico Roblez vende li miglioramenti fatti in una casa di proprietà del convento, nel Rione di Ponte, a Calisto de Conciglionibus, Giacomo e Antonio suoi fratelli, in enfiteusi a terza generazione”. (n.441 b.15, n.479)

1509 L’elenco delle case prosegue: “casa a Campo Martio affittata a Madonna Lucrezia de Granis(?)romana; poi la tiene Messer Filippo de Senis, chierico di camera”. (n.442 b.14, c.70v); un’altra casa a Ponte era affittata a Bernardina de Panicalis romana. (n.443 b.14, c.74v)

1509 Una casa “in faccia le monache di Campo Martio”, posseduta dal convento dal 1464, la teneva Evangelista Casali e poi l’ebbe Vannozza e quindi Nardo Luti. (n.444 b.14, c.44r) Sempre a Campo Marzio, un’altra casa dei Padri era affittata a “Cencio Bargello de Statis”. (n.445 b.14, c.44v) Nello stesso rione un’altra abitazione l’aveva “Messer Pietro Morello et Madama Costanza Carafa” dove abitava anche “Renzo spagnolo”. (n.446 b.14, cc.55v, 72v) È probabile che Madonna Costanza sia una parente del card. Oliviero Carafa.

1509 “Casa nel Rione Colonna locata a Nicholò de Roth (sic)”; poi nel 1511 ad Alessandro pizzicharolo”. (n.447 b.14, c.46v)

1509 Una casa affittata a “messer Ottaviano che sta collo cardinale spagnolo, detto “El doctor spagnolo”, poi affittata a Messer Giovanni Alicantes dottore…, mò (1515) l’ha auta Monsignor Egidio da Viterbo”; era questi il Generale dell’Ordine che poi avrebbe lasciato la casa per dote di una cappella da costruirsi in chiesa. (n.448 b.14, c.57v) Il cardinale spagnolo dovrebbe essere Francesco Borgia (1441-1511), cugino di Rodrigo Borgia. Fu sollecitatore apostolica, tesoriere, vescovo di Teano e poi di Cosenza; eletto cardinale nel 1500. Questo documento conferma quanto riportato da Francesco Albertini nel suo Opusculum de mirabilibus novae et veteris Urbis Romae” (1510).

1509 “Una casa posta nel rione di S. Eustachio qual tiene al presente a pigione Messer Guglielmo scrittore apostolico, qual casa fu data per dote della cappella della Trinità, da Tommaso di Brabante; costui nel 1501 aveva già donato una casa di sua proprietà nel Rione Pigna, come si è visto sopra. (n.449 b.14, c.58v)

1509 Sicuramente uno dei pigionanti più facoltosi del convento era il banchiere Agostino Chigi; nel 1509 si legge: “una casa nel Rione di Ponte sta dietro alli Banchi, qual tiene allocatione M.o Raniero da Pistoia, et al presente (1513) Messer Augustino Chigi”; già nel 1508 i padri congregati avevano stabilito di dare in enfiteusi “una lor casa nel Rione de Ponte, dietro Banchi ad Agostino Chigi del q.m Mariano”. (n.450 b.15, nn.462, 467) Il canone di affitto era di 14 ducati di carlini,con l’obbligo di migliorie  per 200 ducati; ed in più si davano in enfiteusi perpetua alcune vecchie case in vicolo de’ Gaddi, dietro al suo cortile.  Nel 1515 questa dimora passa a Maestro Fermo muratore di Caravaggio. ( n.451 b.14,c.97v) Nel Introito a gennaio 1507 è annotato che il convento riceve 35 ducati e bb.15 “per limosina per l’anima de Mariano et Angelo Chigi, li quali erano depositati qui nella nostra chiesa et sono stati portati a Siena”. Mariano (1439-1504) era il padre di Agostino, presente a Roma, con il suo banco dal 1487. Ad agosto del 1508 il convento riceve 7 ducati “per uno deposito facto in chiesa per uno banchiere fiorentino che se domandava Angelo [Chigi]”, fratello di Mariano morto ante 1507. (n.452 b.109, cc.19v, 42v) Nel 1500 era morto, sotto un crollo in Vaticano, il fratello Lorenzo. Nel 1519 veniva sepolto in S. Agostino un familiare di Agostino Chigi: “Adì cinque [aprile] recepi per uno deposito facto per uno doctore lucchese familiare de Misser Augustino Chysi senese, ducati cinque de carlini”. (n.453 b.110, c.4r) A maggio del 1546, i Padri danno in enfiteusi una lor casa altre volte affittata ad Agostino Chigi a Latino de Juvenale de Manectis”.(n.454 b.15, n.705)  Quest’ultimo, di origine fiorentina, era patrizio romano; ricoprì la carica ci conservatore nel 1536 e quella di senatore nel 1546; ebbe inoltre diversi incarichi durante il pontificato di PaoloIII; morì nel 1553 e fu sepolto alla Minerva.

1509 Segue nell’elenco “una casa nel Rione di Ponte la tiene allocatione madama Costanza Ruere”; dovrebbe trattarsi della monaca Costanza della Rovere, morta nel 1507. La religiosa era figlia di Giovanni della Rovere, signore di Senigallia,nipote di Sisto IV, Nel 1511 questa casa è data in affitto “a madama Gianna e a madama Leona francese, sua figlia”. (n.455 b.14, c.109v)

1509 “Una casa nel Rione Colonna a madama Chatarina senese; poi la tiene Messer Stella”.(n.456 b.14, c.115v) Potrebbe trattarsi di Giovanni Stella di Padova al quale il convento affitta in enfiteusi una casa nel 1514 ,” ad effetto di miglioramenti”.

1509 Enrico Bruni, arcivescovo di Taranto (1498-1509), membro della corte pontificia sotto Alessandro VI e Giulio II, originario di Asti, era presente a Roma dal 1486; fu tesoriere generale nel 1505. Scelse di essere sepolto in S. Agostino (1509), vicino alla porta della sacrestia, dove sembra avesse fondato una cappella, insieme al congiunto Ludovico Bruni, vescovo di Aqui; a tal fine lasciava in dote una casa. (n.457 b.15, n.245) Di questa cappella non si ha altra notizia.

1509 Il convento riceve “un ducato e bb.42 che furno per elemosina d’uno familiare de Mons. de Cosenza, quale fu messo nella tomba comune”. Il vescovo di Cosenza dovrebbe essere il cardinale Francesco Borgia (1441-1511), nipote di Alessandro VI, che tenne la diocesi dal 1499 al 1511 anno della sua morte. (n.458 b.109, c.60r) Era venuto a Roma dopo l’elezione del suo congiunto, che lo nominò protonotario apostolico e, più tardi, tesoriere generale. Ebbe incarichi di fiducia: nel 1502 accompagnò Lucrezia a Ferrara per le nozze con Alfonso d’Este.

1509 “Giovanni del q.m Pietro de Fossato de Arce elegge la sua sepoltura in S. Agostino alla quale per dote della sua cappella da fondarsi all’altare di S. Sebastiano lascia un canneto fuor della Porta del Torrione, dove si dice la “valle del Crocifisso”. (n.459 b.15, n.480) È la prima volta che si trova menzione di questo altare; nel 1514 nel Libro delle Entrate si legge: “Cappella di S. Sebastiano – Madonna Julia, moglie che fu de Johe de Fossato de Arce vole fare la cappella de S.to Sebastiano che sta appiedi alla chiesa”.(n.460 b.109,c.101r) Evidentemente la cappella, di cui si ignora l’ubicazione precisa, non era ancora stata eretta.

1509 “Concessione de padri a terza generazione di un sito alla Scrofa a Giovanni Maria e fratelli de Rozzonis”. (n.461 b.15, n.2087)

1509 “Casa nel Rione di Ponte locata a Mariano de Galera”. (n.462 b.14, c.24r)

1510 I Padri di S. Agostino davano “licenza a Giovanni Goritio tedesco di fare la cappella di S. Anna ad uno dei pilastri della chiesa, dotandola di una casa nel Rione Colonna”.(n.463 b.15, n.204)Un altro foglio, relativo “all’instrumento” specifica : “casa a S. Salvatore alle Coppelle – Giovanni Goritio sotto li 14 Xmbre 1510 diede per dote della cappella di S. Anna la qui di contro casa posta in faccia di S. Salvatore alle Coppelle”, casa che nel 1515 viene affittata con patto di restaurarla, a Persio de Banco. Nel 1540 la suddetta casa è allocata ad Alessandro di Carbognano. (n.464 b.15, nn.214, 457-458) Nel 1544 la casa è venduta a Marzia Alicorni, figlia naturale di Traiano; nel 1558 questa la vende a Giovanni Battista Maroni e questo, nel 1573 la cede a Mons. Claudio Ciccolini. (n.465 b.14, c.92r) Johan Goritz, originario della diocesi di Treviri, di cui era chierico, si era trasferito a Roma intorno al 1497, in un palazzo in piazza della Cancelleria; fu un famoso umanista, amico in un primo momento di Angelo Colocci, poi oggetto dei suoi strali. Ricoprì diverse importanti cariche di Curia: fu protonotario apostolico e notaio di Rota alla corte di Alessandro VI. Probabilmente la scelta della chiesa di S. Agostino si deve alla conoscenza e frequentazione con Egidio da Viterbo, allora Generale dell’Ordine. La dedicazione dell’altare deriva dalla sua particolare devozione a S. Anna. Il contratto con il Sansovino per il gruppo scultoreo si data già al 1510, anche se i lavori per l’altare e l’affresco di Raffaello terminarono a luglio del 1512 e vennero inaugurati il 26 luglio, festa di S. Anna. Si deve sapere tuttavia che una cappella di S. Anna detta “vecchia” esisteva già nel 1500, quando il convento paga “magistro Jacomo muratore per racconciatura de certi mattoni  nella terra denanzi all’altare de S.ta Anna”. (n.466 b.108, c.43v) Nel 1520, la vecchia cappella o piuttosto altare, esisteva ancora:” si fa dire una messa per messer Nicola della Riccia, nella cappella di S. Anna vecchia”. (n.467 b.110, c.20v) L’altare, poi rimosso, si trovava davanti all’organo.

1510 Nell’elenco degli stabili per l’anno 1510 è registrata: “Una casa nel rione di Ponte affittata a Madama Ysabetta, confina con una casa che regge l’arme de Bagattini de Messer Simone et delli suoi figli Messer Nicola e Messer Lorenzo, la quale casa la concedettero per dote della cappella del Corpus Domini.Confina con il palazzo che fu del R.mo Card. di Volterra e con la casa de Hieronimo de Steccatis nobile romano” che nel 1484 risulta essere sollecitatore delle lettere apostoliche. (n.468 b.14, c.62v) Ysabetta (1470-1541), figlia di Alessandro VI, nel 1483 aveva sposato Pietro Matuzzi, portando una dote di 2000 ducati. Di Pietro Matuzzi si è già detto in precedenza a proposito della cappella di famiglia. Il cardinale di Volterra citato nel documento dovrebbe essere il fiorentino Francesco Soderini a Roma dal 1503, residente a Tor Sanguigna dove morì di peste nel 1524. Il prelato nel 1511 aveva acquistato per 9500 scudi il palazzo, che poi passerà agli Altemps, dagli eredi di Gerolamo Riario, palazzo che confinava da una parte “res et bona conventus monasterii Sancti Augustini de Urbe”.

1510 “Casa alla Scrofa – Una casa con una butica posta nel rione de Campo Martio qual tiene Andrea Spetiale, mastro Francisco e Margherita Ferrari, dopo i miglioramenti”. (n.469 b.14, c.66v) Si tratta dell’antica spezieria di proprietà del convento, su via della Scrofa.

1510 “Una casa a Campo Martio qual tiene a pigione Messer Andrea Cybo genovese; nel 1513 la tiene Messer Filippo de Mantua; nel 1515 “I Padri danno una lor casa a S. Antonio de Portoghesi a Maestro Joanj medeco de Macerata “. (n.470 b.14, c.82v; b.15, n.360) Andrea Cybo dovrebbe essere il cardinale di Terracina (1517-1522), mentre il medico è l’archiatra Giovanni de Attracini. Nel 1515: “Isola di S. Lucia della Tinta – prima casa, posta dentro il recinto delle scale della chiesa, fu data a 3a generazione a Giovanni Attracini da Macerata, rogito di Andrea Carusio”, per la quale paga 14 ducati”. Furono medici anche Flaminio (1560) e Francesco fu archiatra di Gregorio XIII. Nel 1558 gli eredi la vendono a Beatrice Salsedo spagnola; nel 1562, alla sua morte, la presero in affitto i Portoghesi, fino al 1601. (n.471 b.15, c.2r; n.360)

1510 “Una casa a Messer Benedicto de Magris romano, a Monte Giordano”. (n.472 b.14, c.84v)

1510 “Una casa a Campo Martio a Messer Paulo de Thomaso de S.to Geminiano del Todescho”. (n.473 b.14, c.86v)

1510 A marzo i Padri affittano una casa alla Scrofa a Giovanni Antonio de Roncallis. (n.474 b.15, n.463) Ancora nel 1583 la casa è abitata da Battista Roncalli. Tra i numerosi lombardi presenti a Roma, attivi nell’edilizia,vanno annoverati anche i bergamaschi Roncalli, ferrari .

1511 “Maggio – Sepoltura di una figliola de Nofrio, data per l’amor di Dio… inanzi alla capplla della Nunziata, con un pezzo de pietra de porfido”. (n.475 b.109, c.77r)

1511 “Concessione in enfiteusi di una casa nel Rione di Ponte fatta dalli Padri a Giovanna Micheletta, vedova di Santi Giorgio”. (n.476 b.15, n.2083)

1511 Il cardinale di Napoli, il domenicano Oliviero Carafa (1430-1511), lasciava in questo anno al convento un’elemosina di dieci ducati. A Roma, si trovava dal 1467, ma soltanto nel 1499 vi risiedette stabilmente abitando in un palazzo di proprietà degli agostiniani, fatto costruire da Francesco Orsini, duca di Gravina e prefetto di Roma, a piazza Pasquino, nell’area dell’odierno Palazzo Braschi. (n.477 F. Petrucci, in D.B.I., 1976) Con lui risulta aver vissuto alcuni anni il fratello Alessandro (1430-1503) anch’egli cardinale di Napoli. A lui si deve, nel 1501 il collocamento della statua di Pasquino, sull’angolo dell’edificio. Prese parte attiva alla politica dei Borgia: nel 1493 era presente alle trattative per il matrimonio di Jofrè Borgia con Sancia, figlia naturale di re Ferrante; nel 1499 battezza Rodrigo figlio di Lucrezia. Muore a Roma nel 1511. Nel 1511, alla sua morte, gli agostiniani concedevano il palazzo ad vitam al cardinale inglese Christofer Bainbridge (1464c.-1514) che morì avvelenato dal servo Rainaldo da Modena. Il prelato, primate d’Inghilterra, era venuto a Roma nel 1509 in qualità di ambasciator di Enrico VIII, presso Giulio II. Fu sepolto nella chiesa di S. Tommaso di Canterbury. Nel 1533 il palazzo tornò agli Orsini. Un’elemosina nel 1511 diede alla chiesa anche il cardinale di Narbona, Guglielmo Briconnet (1445-1514), a Roma dal 1507. (n.478 b.108, c.30r; b.109, c.75r)

1512 A marzo i Padri affittano “una lor casa nel Rione di Ponte a Monte Giordano a Gasparo Ugolini da Perugia che si obbliga di spender in miglioramenti 300 ducati in tre anni. (n.479 b.15, n.468)

1512 In questo anno, la casa che sta per la strada delli Coronari, vicino l’Immagine di Ponte, viene lasciata in testamento da madonna Fiammetta al fratello Andrea, dietro atto notarile di Andrea Carusi. (n.480 b.15, n.334)  Questa dimora la giovane l’aveva avuta in dono dal cardinale Ammannati nel 1478, per mezzo dei Commissari Apostolici.L’anno successivo nell’Introitus del mese di novembre si legge: “Messer Andrea della Fiammetta, per testamento la sua sorella, per sei mesi principiati adì primo de settembre, la sua signoria paga ducati tre”. (n.481 b.107, c.9v). Si arriva quindi al 1543 quando il convento, dopo la morte di Andrea, affitta la casa, nel Rione di Ponte, Parrocchia di S. Salvatorello, nella piazzetta della Fiammetta, in enfiteusi perpetua a G. B. de Carusiis, “con patto di caducità, e se ne rogò Stefano de Ammandis”. Nel 1578 il padre priore promette che, non appena la casa sarà ritornata in possesso del convento, dopo essere passata ad Annibale Sanctio e Sulpitio de Seraphijs, di darla in locazione ad Eutropio da Spoleto e poi a Pietro Ruiz, nel 1591. Infine nel 1603 Creusa Panziroli, nel suo testamento, lascia alla chiesa e convento 700 scudi in tanti censi della sua eredità, tra i quali uno imposto a suo favore sopra la casa a Piazza Fiammetta, di Girolamo Riuz. (n.482 b.15, nn. 362, 363, 368, 764, 1098) Creusa Panziroli romana era la moglie di Carlo de Latinis  di Anagni,”aromatario”,morto nel 1575 e qui sepolto. (n.483 Forcella, cit.,1874,n.187)L’obbligo delle messe “per donna Fiammetta di Michele da Firenze” durava ancora nel 1764, passato all’altare della cappella della Madonna di Loreto.(n.484 b.23,n.154;b.30,cc.23r,24r; per tutta la vicenda di Fiammetta si veda Pedrocchi,cit.,2013)

1512 “Faustina [Jacobazzi], moglie di Vangelista de Magdalenis, vende a Placida de Magdalenis del q.m Marcello, un annuo censo perpetuo, sopra una sua vigna nelle Mura di Roma, verso Porta Salaria”. (n.485 b.15, n.484) Evangelista Maddaleni Capodiferro, poeta in volgare, noto con lo pseudonimo di “Fausto”, ricoprì prestigiosi incarichi: nel 1513 fu senatore, nel 1514 conservatore, familiare del card. Giovanni Colonna e “scutifero” di Leone X. (n.486 G. Ballistrini, in D.B.I., 18-1975) La moglie Faustina muore nel 1524, mentre Evangelista morirà nel 1527. (n.487 G. P. Castelli, Dall’Archivio Segreto Vaticano-Miscellanea di testi, saggi e inventari, IX, Città del Vaticano 2016, pp.147-329)

1512 “I Padri affittano una lor casa nel Rione di Campo Marzio a Gio. Maria de Marcoaldi de Vercelli”. (n.488 b.15, n.225) L’anno successivo  paga l’affitto di una casa a S. Lucia della Tinta, Messer Giovanni Maria “scalco del papa”, quasi certamente la stessa persona. (n.489 b.184, c.102r)

1513 A settembre risulta pigionante del convento: “Mastro Giovanni de Picardia francese chiavaro per pegione della boctega che sta in la casa nostra all’immagine de Monte Giordano, che fu de Cassandra Saccone”. (n.490 b.184, c.102v)

1513 “Maestro Gaspare de Rezo ferraro paga l’affitto per poticha sotto al convento”, a Monte Giordano nella parrocchia di S.Trifone. (n.491 b.184, cc.102v, 208r)

1513 “Porzia moglie del q.m Angelo Panfili affitta in perpetuo a Varesio di Giovanni Gatto de Fontanella, alias “Marfil”, 29 canne di un giardino nel Rione Campo Marzio”. (n.492 b.15, n.212)   Angelo era figlio di Antonio e di Porzia Porcari e padre di Pamphilio; erano imparentati con i del Bufalo e con i Millini: probabilmente in prime nozze aveva sposato Emilia Millini. (n.493 Amayden, cit.,ed.1987,pp. 124-127)

1513 “Die 3 del mese de octobre, per una sepoltura de uno familiare del cardinale de Strigonia, per nome de Misser Paulo de Nepi”. (n.494 b.109, c.91v) Il cardinale è Tommaso Bakoz (1442-1521), vescovo di Budapest (1487) e primate d’Ungheria, creato cardinale nel 1500. Era venuto a Roma su invito di Giulio II, a inizio 1512 e vi rimase fino a novembre del 1513.

1513 “I padri danno in enfiteusi a Francesco de Giovanninis, una casa con giardino vicino il loro monastero”. (n.495 b.15, n.485)

1513 “Item adì 9 octobre che morì l’ambasciatore di Avignone per uno deposito per un anno”. (n.496 b.109, c.91v) Evidentemente il personaggio, che doveva essere francese, fu sepolto in chiesa solo temporaneamente e poi trasferito ad Avignone.

1514 “Adì 26 novembre 1514- recepi ducato uno per maestro Domenico de Sutre orefice che stava in Banchi,per la sepoltura davanti all’altare di S.Claudio”.(n.497 b.109,c.104r) Questo documento ci dà l’anno di morte del grande orafo, finora sconosciuto. Fu attivo da circa il 1493 e fino alla morte,per i sacri palazzi apostolici. La sua sepoltura in chiesa si deve forse al fatto che era pigionante del convento.(n.498 A. Bulgari Calissoni, Maestri argentieri,gemmari e orafi di Roma, Roma, 1987, p.188)

1514/1519 In questi anni risulta pigionante del convento maestro Francesco de Rosatis, orefice di Mantova , attivo dal 1514 e oltre il 1527; forse attivo con Domenico di Sutri, che avrebbe fatto seppellire a S.Agostino. (n.499 Bulgari,Roma II,p.349)

1514 Il convento riceve “per parte de pagamento del deposito che sta denanzi a santo Claudio che è del medicho che fu del cardinale de Santa Severina”. (n.500 b.109, c.99r) Il cardinale citato dovrebbe essere Giovanni Fazio Santoro (1447-1510), “pedagogus” di Giuliano della Rovere, futuro Giulio II. Il medico, in via ipotetica, potrebbe essere quell’anonimo frate agostiniano che ricorda il Marini, ipotesi che troverebbe conferma nella sua sepoltura a S. Agostino. (n.501 G. Marini, Degli archiatri pontifici, Roma 1784, p.584)

1514 È sepolto in S. Agostino, nella cappella di S. Monica, Andrea de Medici, forse figlio di Alfonsina Orsini (1472-1520) e Piero de’ Medici, nipote di Clemente VII, sposatisi nel 1488. Nel 1503, Alfonsina, rimasta vedova, si era trasferita a Roma, dove sarebbe morta. Nel 1509 la nobildonna aveva acquisito l’attuale Palazzo Madama: la costruzione di questo edificio risaliva alla fine del Quattrocento ad opera di Sigismondo e Guidone di Castel Ottieri, su commissione di Roberto Orsini duca di Tagliacozzo che lo diede poi in dote alla figlia Alfonsina; qui venne ad abitare il card. Giovanni de’ Medici dal 1492 e fino al momento della sua elezione al soglio pontificio. Un documento riporta: “Adì 22 [novembre] recepi ducati dieci da Misser Vincenzo de Altoviti per una sepoltura facta inanzi all’altare grande per messer Andrea de Medici, altramenti il Grasso”.(n.502 b.109,c.103v) Di Vincenzo Altoviti, probabilmente appartenente al banco omonimo, non si è trovata alcuna notizia. Il 30 ottobre il convento riceve “da Misser Raphaelo che sta con la sorella del papa che se canti una messa allo altare de S.ta Monicha per l’anima de Madonna Anfonsina (sic). Et per un paro de doppieri sopra el deposito suo et questo per el dì de’morti, julii dieci”. (n.503 b.109, c.112v) Questo sembra un errore dello scrivente perché Alfonsina morirà nel 1520, quindi deve trattarsi di Contessina de’ Medici, moglie di Piero Ridolfi, morta il 29 giugno 1515. “Misser Raphaelo” dovrebbe essere il celebre Raffaello di Urbino che, in attesa che venisse terminata la sua casa in Borgo, era ospite in Palazzo Madama, residenza dei Medici. Nel 1517 si trova: “Eodem die [1 novembre] recepi dalla sorella de Ridolfi, parente del papa, per una messa cantata nella cappella de S.ta Monicha per l’anima de Madonna Alfonsina e per l’anima della sua figliola, julii dieci”. (n.504 b.109, c.130r) Ancora una volta si scambia il nome di Alfonsina con quello esatto di Contessina, come è documentato in un successivo foglio”. (n.505 b.15, n.213) Contessina (1478-1515) era l’ultima delle figlie del Magnifico; aveva sposato nel 1494 Pietro Ridolfi (1467-1525); all’elezione al pontificato del fratello Leone X si era trasferita con la famiglia a Roma; fu madre del cardinale  Nicolò; ebbe altri quattro figli, di cui tre morirono in tenera età, come è confermato da questo documento. La sorella del cardinale Ridolfi senior è Clarice, moglie di Giovanni Battista Altoviti, figlio di Bindo. Il suo ritratto, di mano di Cristofano dell’Altissimo (1550c) si trova nella Galleria Palatina a Firenze.

1514 “Santio di Stefano Rangone confessa di haver hauto in deposito dalli Padri per il prezzo di una casa in Firenze, altre volte lassata al convento dal P. M. fra’Claudio Stella”. (n.506 b.15, n.702)

1514 “Giovanni di Galasino de Galasini vende a Mons. Alessio Celadonio, vescovo di Molfetta (1508-1517) una sua vigna a S. Vitale”. (n.507 b.15, n.486) Il Celadonio, segretario di Alessandro VI, fu vescovo di Gallipoli (1494-1508) e poi di Molfetta (1508-1517). Nel 1558 Celidonia, una dei quattro figli naturali del prelato, sposa Marco Lepido Orsini. Un’altra notizia ci fa conoscere la data di morte del prelato e l’ubicazione della sua tomba:“1536-si paga maistro Franxesco de Cremona muratore per acunciare una lapide del vescovo de Molpheta inanti la capella de la Trasfigurazione”. (n.508 b.112, c.43v)

1515 A marzo si ha la vendita di una casa nel Rione di Ponte, verso Santa Lucia della Tinta “da farsi da G. B. de Baccarolis a Garzia di Gibraleoni”. (n.509 b.15, n.473) Quest’ultimo nel 1519 otteneva la cittadinanza romana; nel 1560 è citato in una lettera di Paolo Giovio; apparteneva ad una famiglia marchionale della città di Huelva in Andalusia. A Roma abitava in un palazzo proveniente dall’eredità Mattabuffi che potrebbe essere quello citato nel documento. Fu scrittore apostolico ed è documentato nell’Urbe ancora nel 1529. Questa famiglia aveva una cappella in S. Pietro in Montorio (1510) ed un’altra in S. Giacomo degli Spagnoli. (1495)

1515 Il cardinale genovese Nicolò Fieschi (1456-1524) vescovo di Tolone (1484) e cardinale nel 1503, protonotario apostolico e arcivescovo di Genova, ritenuto il più ricco dei cardinali del suo tempo, dava ai frati di S. Agostino 200 ducati per dote della sua cappella eretta nel 1524. Purtroppo non è stato possibile rintracciare notizie su questa cappella, ma sappiamo che fu sepolto a S. Maria del Popolo. In questo anno fecero elemosine al convento sia Mons. Fieschi che il card. Bandinello Sauli. (n.510 b.109, cc.107v-108r)

1515 Il giorno dei SS. Pietro e Paolo è sepolta nella cappella di S. Monica la sorella di Leone X: “Eadem die mortua est domina Contessina Rodulphi, soror germana Papae, et exequiae celebratae sunt die sequenti in ecclesia S.ti Augustini”. Contessina nel 1490, a dodici anni, aveva sposato Pietro Ridolfi, da cui ebbe Nicolò che fu creato cardinale da Leone X. (n.511 Paride de Grassi, Diario di Papa Leone X, Roma ed. 1884, p.24, c.118v) Nel Libro delle Entrate del convento è scritto: “Item adì 21 [luglio] recepi per uno deposito per la sorella del papa qual sta nella cappella de santa Monicha de elemosina julii cento in tutto ducati tredici”. (n.512 b.109, c.110r) A luglio il sacrestano annota: “Item recepi da Misser Allovigi de Rossi per una messa qual fa dire ogni venerdì all’altare de S.ta Monicha per l’anima de Madonna Contessina, dui ducati d’oro de chamera”. (n.513 b.109, c.110r) Luigi de Rossi è lo “spenditore” di Leone X, ossia il cardinale Luigi de Rossi (1474-1519), cugino del papa per via materna, presente nel triplice ritratto di Raffaello, insieme anche a Giulio de Medici (n.514 Firenze, Uffizi, 1518). Luigi aveva studiato insieme al futuro papa, di cui fu un fedelissimo collaboratore, che lo nominò prefetto della Dataria e poi cardinale nel 1517.

1515 “Deposito nel quale fu sepolto Messer Pietro Polito senese el quale deposito è nel primo pilastro verso S.ta Monicha”. (n.515 b.109, c.111r)

1515 Francesco de Giovanninis affitta a Francesco di Giacomo de Carusiis una sua casa nel Rione di Campo Marzo, circondata dai beni di S.Agostino”. (n.516 b.15, n.488)

1515 “Francesca de Zaccarias, moglie del q.m Christoforo Lorenzo, nel suo testamento lascia a S. Agostino 25 fiorini”. (n.517 b.15, n.481) È ipotizzabile che la donna appartenesse alla famiglia di Marco Zaccaria che, nel 1496, aveva una cappella in S. Agostino. La famiglia abitava a S. Eustachio. Negli anni 1420-1425 viveva nel convento il padre agostiniano Giovanni Zaccaria. (n.518 b.108, c.2r) Nel 1530 un Francesco Zaccaria è commissario della Grascia a Campo de’ Fiori.

1516 La cappella “detta della Madonna grande” fu fondata dalla nobile casata de’ Martelli fiorentini e fu dotata sopra una casa nel Rione de Campo Martio”. (n.519 b.15, n.2103) Si tratta del gruppo marmoreo raffigurante la Madonna col Bambino, opera di Jacopo Sansovino, commissionatagli dagli eredi del mercante fiorentino Giovan Francesco Martelli, nel 1516 e terminata nel 1521. A giugno del 1516 è annotato: “una messa cantata allo altare del Angelo Raphaele dello officio che fa fare messer Ludovico Capponi per l’anima de messer Johi Francescho Martelli”. (n.520 b.109, c.117v) Il documento conferma che a questa data la cappella non era ancora terminata. (n.521 Montevecchi, cit. 1985, pp.63-65) Ludovico Capponi (1482-1534) banchiere fiorentino, lavorò per il Banco Martelli di Roma fino al suo rientro a Firenze nel 1522; aveva sposato Maria, figlia di Giovan Francesco Martelli.

1516 “Sepoltura d’un morto che fu sepolto di rimpecto a S.to Claudio che si chiamava messer Faccino da Pavia,familiare de S.to Giorgio”. Quest’ultimo è il card. Raffaele Riario (1460-1521), protettore dell’Ordine Agostiniano, fatto che può spiegare la sepoltura nella nostra chiesa. (n.522 b.109, c.117v)

1516 “Sepoltura del Maestro di Casa della Imbasciada de Milano che si chiama Silvio Paduano… inanzi la cappella de Santo Nicola”. (n.523 b.109, c.116r) Il Forcella riporta che sulla lastra tombale c’era la data 1517 e che il nome completo era Silvio de Bettiatis. (n.524 Forcella,cit.,1874, n.101)

1516 “Concessione a terza generazione di terreno in Campo Marzio a Tomaso di Francesco de Falconis”. (n.525 b.15, n.2086) “Il quale avendola migliorata, ha venduto li miglioramenti al convento”. (n.526 b.20, c.8r) Nel 1556 questa casa fu data a vita de Giovanni Pelamagliaro e donna Elisabetta, fino al 1582. (n.527 b.20, c.8r) Potrebbe essere suo figlio un Angelo Pelamagliaro di Spoleto, morto nel 1577 e sepolto a S.Maria in Publicolis.

1516 “Benedetto, Cesare, Giulio e Mario Gentile assegnano a Pellegrina del q.m Agapito de Magistris una casa nel Rione di Ponte, proprietà di S. Agostino”. (n.528 b.15, n.830) Agapito, come altri membri della sua famiglia, ad esempio, Porfirio, era stato Senatore. Il cognome originario era dello Mastro, poi latinizzato. Il capostipite era stato nel XV secolo Mariano, nato a Roma nel 1441; nel 1467 risulta essere uno dei migliori copisti; nel 1469 è “taxator” della Penitenzieria; nel 1476 esercita l’attività di notaio nella Regione di Ponte. Nel 1453 sono ricordati anche Porfirio e Pompeo. La famiglia aveva la tomba nella chiesa dei SS.Celso e Giuliano. (n.529 Amayden,cit.,ed.1987, pp.33-34)

1516 Si paga un ducato “per le esequie de misser Bernardino Camilleri, della Guardia del Papa”. (n.530 b.109, c.116r) Un altro mazziere di nome Andrea risulta pigionante del convento in questi anni.

1516 “Ducati 4 da maestro Tomasso sartore da Brescia per resposta de due botteghe”. (n.531 b.184, c.79r)

1516 In questo anno è pigionante del convento Carocci Baviera ( notizie 1515-1543), pittore con bottega a S.Maria della Pace,nato a Parma, aiutante di Raffaello: “item recepi ducati dieci da mastro Baviera per pegione de la nostra casa che sta appresso la nostra porta dall’altra banda de lo forno cioè de supra e paga per sei mesi prossimi venire principiati a dì primus luius scilicet ducati 10”.( n.532 b.184, c.80r)Nello stesso stabile, a piano terra con bottega, abita anche “Jacobo petenaro de Bergamo”. In un rogito notarile del 1515, il Baviera è citato come “garzone” di Raffaello per l’acquisto di una casa; un’altra casa la compra per sè in Borgo da G.B. degli Abbati, ostiario di Leone X.

1516 “Luchino di Bartolino da Milano muratore vende in perpetuo al convento di S. Agostino tutti e singoli miglioramenti da lui fatti in certe case del convento e sua chiesa, nel Rione di Campo Marzio, alla strada che va al Popolo”. (n.533 b.15, n.219)

1516 “Eufrasia bicchierara, per una casa con bottega alla Scrofa, redenta con li miglioramenti, paga 50 ducati l’anno”. (n.534 b.20, c.11r)

1517 “In primis recepi die 7, la elemosina della sepoltura de Ambrosio fiolo de Magistro Jovanni caldararo quale è sepulto nanzi la capella del Atavanti cioè Santo Martino al pilastro che sta in mezo fra l’altare della Pietà e Santo Martino”. (n.535 b.109, c.126r) Nel 1517 risultano pigionanti del convento : “mastro Gaspare da Rezo de Lombardia guantharo a S.Maria del Popolo; mastro Roberto sartore de Rouen; mastro Johanne calzolaro de Normandia;mastro Berardo sellaro francese; mastro Domenico barbiere spagnolo; Pietro da Bologna oste; messer don Francesco da Canino clerico de cappella del convento di S.Agostino,casa dove abita anche mastro Johanne Baptista de Bergamo scarpellino; mastro Pietro maestro di stalla del Rev.mo Monsignor Egidio”.

1517 “Die 19 recepi per la messa cantata dell’offitio che fo facto de quello che fu amazato che era cassiero del Banco Piccolomini, quale fu sepolto in nel deposito del primo pilastro della navata de S.ta Monica, incontro allo altare del Crocifixo”. (n.536 b.109, c.126r)

1517 Christoforo del q.m Girolamo Lorenzo de Panis lascia a S. Agostino 100 ducati di elemosina. (n.537 b.15, n.224)

1517 Christoforo Gracchi lascia alli Padri parte del censo sopra una casa di Donna Nardona”. (n.538 b.15, n.1039)

1517 A fine anno il protonotario apostolico Agostino Spinola (1482-1537) , vescovo di Perugia nel 1509, fa dire una messa de’ morti all’altare di S. Nicola; imparentato per via materna con la famiglia Riario, era stato creato cardinale nel 1527. (n.539 b.109, f.130r)

1518 “Adì 28 gennaro dal Chavaliere de Vespucci per il deposito di Giovanni Vespucci fiorentino, julii quaranta”. (n.540 b.109, f.133r) Il primo è il famoso uomo d’armi Nicolò, Cavaliere di Malta. Fu effigiato nell’affresco di Giulio Romano in Vaticano, raffigurante il Battesimo di Costantino; di lui fece il ritratto il Parmigianino. (n.541 Hannover, Niederlandsgallerie) Apparteneva ad una facoltosa famiglia fiorentina con palazzo a Ponte Vecchio. Aveva sposato una figlia di Piero de Medici. Caduto in disgrazia presso i Medici, si suicidò nel 1539. Gli storici sono incerti sugli anni del suo soggiorno romano: questo documento testimonia che era a Roma nel 1518. Anche Giovanni ricoprì la carica di ambasciatore di Firenze a Roma.

1518 “Concordia tra G. B. de Insula, canonico dei SS. Celso e Giuliano e l’arciprete di detta chiesa e Angelica de Hugonibus, sopra una casa e forno di S. Pietro, che poi Francesca Franchina lasciò a S. Agostino. Nel 1545 Angelica, moglie del q.m Girolamo de Piacoli, dona la casa, in Borgo Vecchio, a Alessandro de Franchis”. (n.542 b.15, n.227). Risulta che questa casa era stata data ad Angelica, da Paride de Grassi.

1518 Il 22 marzo i frati concedono il permesso di “poter fare un altare in quella colonna che è allato dove a da essere l’altare di S. Sebastiano e dove è il deposito de’ Mutini, ducati quaranta di carlini, con obligo di fare l’anno un ufficio per l’anima de una certa Madonna Camilla da Fano”, morta a settembre del 1517. (n.543 b.109, f.134r) Di questo altare che doveva essere all’inizio della navata destra, si parla già nel 1506 quando è scritto:” Dedi per acconciatura dui telara d’altare de S.Sebastiano et uno de Santo Pietro e Pagolo”.(n.544 b.109,cc.12v-13r)  Nel 1518 l’altare non è ancora terminato.

1518 Ad aprile viene sepolto in chiesa “Messer Giovanni Corona giudice”. Versa l’intero pagamento Madonna Dianora, sua figlia, “della sepoltura a lei concessa con poter porre la pietra dove fu sepolto”. (n.545 b.109, f.135v) La famiglia Corona è presente a Roma dal 1481 con “Nardo fu Bartolomeo de Coronis, de Regione Pontis”. Nel 1535 G.B.Corona è conservatore di Campidoglio;nella seconda metà del Cinquecento, un Anastasio Corona è notaio. (n.546 Amayden,cit.,ed.1987, pp. 334-335)

1518 “Item addì 9 recepi da messer Baldassarre da Pescia datario di Nostro Signore ducati octo de camera e julii dieci dal cardinale Frischo (sic) e julii dieci da Madonna Magdalena, sorella de N. S. “e altri dieci ducati” per el deposito della b.m. del datario”. Potrebbe trattarsi di Luigi de Rossi , morto nel 1519 e sepolto in S.Pietro. (n.547 b.109,ff.135r-135v) Si tratta di Baldassarre Turini (1486-1543) presente a Roma dal 1509, in ottimi rapporti con Giovanni de Medici, poi Leone X, di cui fu datario; amico e mecenate di importanti artisti quali Leonardo, Raffaello (di cui fu esecutore testamentario) e Giulio Romano da cui si fece costruire la bellissima villa al Gianicolo (attuale Villa Lante). Il Vasari ricorda che Leonardo, negli anni del suo soggiorno romano, durante il papato di Leone X, avrebbe eseguito un ritratto del Turini. (n.548 Outi Merisalo, Leone X, finanze, mecenatismo, cultura, in Rome nel Rinascimento, inedita, saggi 69, Roma 2016, pp. 237-246) Gli altri personaggi citati nel documento sono il cardinale Nicolò Fieschi e la sorella del papa Maddalena de Medici.

1519 Il Lanciani riferisce di un contratto d’affitto, del tutto particolare, tra Angelo Colocci, abitante a S.Eustachio, e i frati di S. Agostino, con il quale questi affittavano al famoso umanista un loro terreno nella zona di S. Maria del Popolo, detta il Trullo, confinante con altre proprietà del Colocci, col patto della divisione di eventuali reperti di scavo, presso il Mausoleo di Augusto, Strada Leonina. (n.549 b.15, n.867; b.110, f.3r; R. Lanciani, Storia degli Scavi di Roma, Roma 1902, I, p.202) Nel Liber Domorum si legge inoltre: “I Padri danno a canone 520 canne del loro terreno al Popolo ad Angelo Colocio” e nel 1549 gli concedono in enfiteusi perpetua altre 208 canne. Il Colocci, segretario di Leone X e di Clemente VII, fu anche archivista e protonotario apostolico. (n.550 Amayden,cit.,ed.1987, p.244)

1519 In questo anno Antonio de Mori de Cremona risulta pigionante di una casa del convento:“Introitus mensis aprilis 1519 – Magistro Antonio muratore de Cremona dicto de Marpheo”. (n.551 b.184, f.197v)

1519 “Adì 19 [marzo] recepi dal Maestro di Casa del Vescovo de Salamanca, per quattro libbre di cera, carlini octo e per la sepoltura de S.to Triphone carlini 4 e per elemosina della sepoltura de S.to Augustino, ducati doi per farla mattonare, summa in tucto denari 3, bb.30”. (n.552 b.110, f.3v) Il vescovo citato è lo spagnolo Francesco Mendoza de Bobadilla (1508-1566) a Roma dal 1517 al 1527, anno in cui per il Sacco, si rifugiò in Castel Sant’Angelo. Nel 1527 si trova scritto: “In primis adì 15 [giugno] recepi per uno soteratorio de uno portogallese, morse in casa del Salamanca, bb.60”. (n.553 b.110, f.90v) Durante l’anno del Sacco non sono segnate dal convento entrate per messe ma soltanto piccole somme per semplici inumazioni: “soteratorio de uno soldato amazato et sepulto in le tombe de fora la giesa”. (n.554 b.110, f.90v)

1519 “I Padri danno a canone perpetuo a Mons. Mario [Maffei] de Volterra, vescovo di Aquino, 225 canne del loro terreno alla Madonna del Popolo, vocabolo il Trullo”. (n.555 b.15, n.863)

1519 “Die veneris secunda decembris, in crepusculo mortua est soror Papae, Magdalena, mater Card. Cybo et altero die sepulta sempliciter quidem”. Anche Maddalena, come la sorella Contessina nel 1516, fu sepolta nella cappella di S. Monica e non, come si ritiene da alcuni, in S. Pietro. La nobildonna, nata nel 1473, aveva sposato nel 1488 Franceschetto Cybo, di 24 anni più grande di lei, figlio naturale di Innocenzo VIII, che aveva ricoperto le prestigiose cariche di Capitano Generale della Chiesa e di Governatore di Roma. Abitavano in Palazzo Nardini al Governo Vecchio. Anche per questo matrimonio il contratto nuziale era stato stilato dal notaio Camillo Benimbene. Il loro figlio Innocenzo Cybo (1491-1550) fu eletto cardinale nel 1513. (n.556 P. de Grassi, 1884, p.77, f.384) Questo matrimonio portò il cappello cardinalizio a Giovanni de’ Medici.

1519 “Francesco di Giacomo Cola de Burciis e Pietro suo figlio vendono alli Padri una lor casa nel Rione di Ponte che tenevano in affitto dal convento, con li miglioramenti”. (n.557 b.15, n.868)

1519 “Item, ad’ 20 [marzo] recepetti per uno deposito che fu facto ad una cortigiana che fu admazata, summa denari 4, bb.15”. (n.558 b.110, f.3v)

1519 “I padri danno a canone 75 canne requadrate a Bartolomeo Zenobio de Marmoreis, alla Madonna del Popolo”.(n.559 b.15, n.865)

1520 “Fu dato un fondo di canne 24 di terreno al Popolo a canone ad Adriano fiamengo”. (n.560 b.15, n.2104)

1520 “I Padri danno in enfiteusi perpetua a Francesco de Rubeis 225 canne di terreno al Trullo, vicino al Popolo, Strada Leonina”. (n.561 b.15, n.882)

1520 “Adì 18 [gennaio] recepetti julii dieci da Misser Mario Millini per elemosina de uno offizio facto per un suo figliolo che fu sepelito a S.ta Maria del Popolo”; lo stesso giorno “da misser Sisto Millini per elemosina de uno offizio facto in chiesa per la sua madre che fu sepelita al Popolo”. (n.562 b.110, f.11v) Mario Millini nel 1491 aveva sposato Ginevra Cybo. (Amayden, cit.,ed.1987,pp.79-82) Ad agosto del 1520 si legge: “habui da Misser Mino della Cornia julii 4 perché fu facto lo offizio de una sua figliola che fu sepelita al Popolo et era moglie de Misser Pietro, figliolo de Misser Mario Millini”. (n.563 b.110, f.17r) I della Cornia erano marchesi perugini, nipoti “ex sorore” di Giulio III.

1520 “Adì 24 habuj ducati dieci de carlini per uno deposito facto ad uno pilastro de sopra a S. Anna per uno dimandato Misser Angelo da Bibbiena, alias S.to Agostino”. (n.564 b.110, f.12r)  Si tratta di Angelo Dovizi, nato a Roma a fine Quattrocento, dove la famiglia era in esilio,dopo la caduta dei Medici. Fu segretario e maestro di casa dello zio il cardinale Bernardo; alla morte di questo nel 1520 per la peste, fu suo erede; nel 1525 ottenne la cittadinanza romana; tornato a Firenze fu segretario di Cosimo I; nel 1558 si trasferì definitivamente a Roma dove entrò nella Compagnia di Gesù. Morì nel 1564.

1520 “Alessandro de Dulcibus, nipote di Valerio, concede l’affitto di una casa con giardino, a favore di Geronimo, figlio naturale di detto Valerio”. (n.565 b.15, n.491)

1520 “Addì primo febraro habui julii dece de una sepoltura drieto allo pilastro de S.to Sano che vi fu sepelito un mazziere del papa”. (n.566 b.110, f.12v) Ai Mazzieri Pontifici era stata concessa già nel 1495, una sepoltura nel transetto dx con una bella lastra tombale in marmi policromi, tuttora esistente (1677). Sembra che quella originaria fosse stata commissionata nel 1481 da Bartolomeo Scapucci. L’altare di S. Ansano era addossato all’ultimo pilastro della navata destra.

1520 “Maestro Ambrogio Penitenziere de S.to Pietro paga per un anniversario nella sua cappella [del Presepe]”. (n.567 b.110, f.20r) Spagnolo di Valencia, sarà qui sepolto a luglio del 1522. (n.568 b.110, f.36v) L’antica cappella del Presepe era situata nel transetto dx accanto alla porta della sacrestia vecchia.Nel 1522 “Francesca,moglie del q.m Tomaso Palletta e li suoi figlioli,vendono al P.M. Ambrogio Ganusso, penitenziere di S.Pietro,un annuo censo di 14 ducati sopra una lor casa con forno nel Rione di Ponte”.(n.569 b.15,n.494)

1521 “Pellegrina, vedova del q.m Giovanni de Normandis, lascia nel suo testamento alla cappella di S. Giuliano nella chiesa di S. Trifone, una sua casa nel Rione di Ponte; (n.570 b.15, n.229) a novembre dell’anno successivo dona a Francesco de Simeonibus, suo consobrino (cugino) una sua casa nel Rione di Ponte (probabilmente la stessa). (n.571 b.15, n.475)

1521 “Il cardinale Camerlengo dà facoltà di frabricare vicino le mura del Popolo a Paolo de Gentilis de Capello, per ragione di certe pertinenze”. (n.572 b.15, n.831) Il camerlengo dovrebbe essere il cardinale Francesco Armellini de Medici (1521-1528).

1521 “Addì sedeci [gennaro] habui ducato uno de oro in oro de camera el quale lassò in testamento la b.m. de Misser Nicolò della Fossa de Normandia, Presidente a Ripa in Roma, pagato per la mano de Misser Ludovico de Hugonis”. (n.573 b.110, f.22r) Quest’ultimo, citato nel censimento del 1517, risulta essere procuratore della Penitenzieria.

1521 “I Padri affittano a Giovanni Porfirio di Evangelista de Magistris, per sé e suoi figlioli e nipoti maschi legittimi e naturali, una casa alla Cerasa, altre volte affittata a Giovanni Stella”. Nel 1530 è annotato: “Cornelia de Alexi, moglie del q.m Porfirio de Magistris, madre e tutrice di Pompeo, rinuncia a favore delli Padri alla casa nel Rione Colonna, nel luogo detta la Cerasa”. (n.574 b.15, n.506) Nel 1542: “I Padri danno in enfiteusi a Cornelia de Alexis, moglie del q.m Porfirio de Magistris e Pompeo suo figlio, una lor casa nel Rione Colonna, vicino i Maccabei, al Pozzo delle Cornacchie, per andare alla Rotonda, dove si dice la Cerasa”. (n.575 b.15, nn.433,492) Questa abitazione nel 1514 il convento l’aveva affittata al padovano Giovanni Stella, con obligo di miglioramenti. (n.576 20, f.72r)

1521 “I Padri danno in enfiteusi perpetua a Giovanni di Costanzo de Tostis, alias Giovanni Matto, un lor terreno di canne 30 riquadrate nel Rione di Campo Marzio, dove prima era la vigna detta del Trullo al Popolo, con obligo di fabbricarvi”. (n.577 b.15, n.493)

1521 “I Padri danno in enfiteusi una casa nel Rione Parione a Tomaso Carratone de Borgo S. Donnino”. (n.578 b.15, n.228)

1521 “I Padri danno una casa incontro a’ Scapucci a Filippo da Siena; nel 1550 in questa casa abita Caterina Begliocchi. (n.579 b.15, nn.357-358) Nel 1597 il monastero rientra in possesso  della casa sita “nel vicolo che va in Capranica”. (n.580 b.25, f.22r)

1522 “Item adì dicto [28 febbraio] a Monsignore Vescovo de Ypona per aver consacrato lo altare majore, duchato uno et bb.35”. (n.581 b.110, f.41r) Il prelato dovrebbe essere il domenicano Bartolomeo, vescovo di Ippona dal 1511 al 1522.

1522 “Adì 18 settembre dedi a Rufino Chasale per far sepelire el garzone de Franchino spiciale a Santo Nicola, el quale morse de peste et per chausa de non sepelirlo noi pagassemo bb.40”; il 27 si paga lo stesso “per far sepelire una putina de Franchino spiciale, la quale morse di peste”. Il giorno successivo verranno sepolte la moglie ed un’altra figlia. (n.582 b.110, ff.47r-47v) Lo speziale Francesco da Novara abitava nella parrocchia di S. Trifone dove è segnalato nel censimento del 1517. Sia Rufino (+1570) che il fratello Tarquinio (+1574) furono sepolti a S. Agostino. Di Rufino si conserva tuttora nella navata destra il bel monumento funebre.

1522 Tomba nella cappella di S. Monica, di Agostino Bennati Piccolomini, protonotario apostolico, posta dal card. Giovanni Piccolomini (1475-1537), parente di Pio III Todeschini Piccolomini. (Forcella, cit.,1874,n.108) A marzo si pagano cinque denari per la sua sepoltura. (n.583 b.110, f.34r)

1522 “Giovanni del q.m Giacomo Vari da Vallefanaria, padre di fra’ Costantino agostiniano, nel suo testamento, elegge la sua sepoltura in S. Agostino e lascia al detto suo figlio 24 ducati annui”. (n.584 b.15, n.496)

1523 A dicembre si danno “13 denari d’oro larghi dal fratello de Missere Francesco Solano, Missere Carlo, per conto della sepoltura”. (n.585 b.110, f.56r)

1523 “Antonio di Giovanni Giacomo de Signori e Catharina di Angelo Blasiello fanno i capitoli matrimoniali” nei quali sono citati immobili di proprietà del convento. (n.586 b.15, n.956)

1523 Mattia de Blanchis romano elegge la sua sepoltura in S. Agostino ed a tal fine lascia una vigna fuor di Porta S. Lorenzo”. (n.587 b.15, n.504) La tomba fu posta dalla moglie Laura Bianchella, nella cappella Orsini, cioè quella del Crocifisso.(n.588 Forcella,cit.,1874,n.112)

1523 Ad agosto è annotato: “Adì 22 dicti mensis recepi elemosina della Santità de N.ro Sig.re PP. Adriano VI che dovessimo pregare Dio per Sua Santità, ducati quattro d’oro in oro”. Una seconda elemosina di pari importo il convento la riceve a settembre. (n.589 b.110, f.50r)

1524 Mons. Paride de Grassi, vescovo di Pesaro, dona ad Angelica [de Grassi] de Hugonibus e Mario di lei fratello, una casa con forno vicino la Piazza di S. Pietro”. Paride de Grassi bolognese (1470c.-1528), fratello del cardinale Achille, fu cerimoniere pontificio di Giulio II, Leone X e Clemente VII; tenne il vescovato di Pesaro dal 1513 e fino alla morte. (n.590 M. Ceresa in D.B.I., 58 -2002) Potrebbe esserci una parentela con Ludovico de Hugonis citato nel 1521. Nel 1540 “I Padri danno in enfiteusi una lor casa nel Rione de’ Monti,dove si dice Spolia Christi a Porzia del Grassis e Lucio suo figlio”.(n.591 b.15,n.835) Nel 1553 “Angelica de Grassi sive de Hugonibus “ottiene il possesso della casa con forno a S.Pietro.(n.592 b.15,n.847)

1524 Ad agosto Pietro de Saulis bolognese vende al cardinale Egidio “a nome de certa cappella nella chiesa di S. Agostino” una sua casa libera nel Rione di Campo Marzio, alla Scrofa, confinante da doi lati li beni del convento e accanto la via pubblica che dalli Casali va verso Ponte S.Angelo , per prezzo de ducati 1.200,rogato Antonio de Grazia ,notaro di Camera”. A settembre il cardinale agostiniano la cede al convento “perché gli sia data una cappella con peso di celebrare un anniversario”. (n.593 b.15, n.465) Nel 1530 “Si fa il resto del pagamento della casa alla Scrofa a Marsilia, moglie di Pietro de Saulis, per il che se ne fa quitanza al cardinale Egidio”. (n.594 b.15, n.817). Sebbene il prelato avesse manifestato più volte l’intenzione di avere una sua cappella, tuttavia non la ottenne:un anno dopo la sua morte (1532) nelle Uscite  si legge:” Item dedi al procuratore del convento scudi 100 quali furno per il deposito del Rev.mo cardinale Egidio,posto nella tomba dei Padri Generali dell’Ordine davanti all’altare maggiore”.(n.595 b.112,c.39v; per il card. Egidio da Viterbo si veda G. Ernst in D.B.I., 42-1993)

1524 Paolo Soffiano lascia una sua vigna a Monte Cavallo, per dote di una cappella nella chiesa di detto convento”. (n.596 b.15,n.515)Famoso grecista, il Soffiano è elencato nel censimento del 1517, abitante a S.Lorenzo in Damaso. Poi ancora nel 1551 risulta collaborare con Antonio Blado. A maggio del 1527 si paga lo scalpellino mastro Joan Baptista che fa la pietra della sepoltura de messer Paulo Sophiano, a bon conto, ducati due”. (n.597 b.108, f.114v) A marzo del 1527 Michele Sofiano, erede del q.m Paolo Soffiano cede al convento la vigna lasciatagli dal detto Paolo a Monte Cavallo et i Padri gli concedono la cappella di S. Giovanni decollato, nella lor chiesa”. (n.598 b.15,n.596; per la perduta decorazione ad affresco cfr.Pedrocchi,cit.,2009, pp.373-422)

1525 “Fra’ Bartolomeo da Genova, procuratore del convento, dà in enfiteusi perpetua a Bernardina, moglie del q.m Piramo Contareno, un pezo di terreno di 45 canne nel Rione di Campo Marzio al Popolo”. (n.599 b.15, n.498)

1526 “Francesca di Bartolomeo Ferrauto, moglie già di Bartolomeo da Cremona, vende a Diana di Francesco, moglie di Matteo di Pietro da Milano, una sua casa al Popolo, proprietà di Mons.Gaddi”. (n.600 b.15, n.873)

1526 “Francesco de Rubeis dona a Christiano de Rubeis ogni sua ragione sopra il terreno al Trullo”. Nel 1542 “Christiano de Rubeis lo affita a Simone di Christoforo de Monoccio”. (n.601 b.15, nn.883-884)

1526 È sepolto in S. Trifone il card. Domenico Jacovacci (1444-1526), avvocato concistoriale e giudice di Rota; vescovo di Nocera dei Pagani (1511) e Grosseto; dal 1517 cardinale di S. Clemente. Abitava in via dei Coronari, probabilmente in una casa del convento. Fu un grande giurista e prese parte attiva nel processo contro Lutero. (n.602  R. Becker, in D.B.I., 62-2004) Anche il fratello Cristiano fu cardinale (+1540). La sorella Giulia sposò G. B. Veralli da cui nacque il futuro cardinale Girolamo.

1526 “I padri danno in enfiteusi perpetua all’Ospedale di S. Giacomo degli Incurabili 200 canne di un loro terreno nel Rione di Campo Marzo, verso Porta Flaminia, alle muraglie della città”. (n.603 b.15, n.1021)

1526 “Riccardo Focion de Roma Curia lascia una sua casa nel Rione di Campo Marzio, al convento”. (n.604 b.15, n.500)

1526 “Giovanni Bernardo de Carminati cede a Tomaso di Raimondo de Cortellinis, una casa da lui fabricata”. (n.605  b.15, n.271)

1526 “I Padri danno 14 canne del terreno al Popolo a Gentilesca Naro”, moglie di Francesco Margani. (n.606 b.15, n.2108)

1526 “Francesco del q.m Luca de Grossis, esecutore testamentario del q.m fra’ Michele de Angelo de Rubeis agostiniano… Cecilia, moglie di Pietro di Francesco Deciano… dispone a suo arbitrio della sua eredità… a S. Agostino”. (n.607 b.15, n.501)

1527 In questo anno muore Guglielmo de Puteo, protonotario apostolico, abitante in Via Alessandrina, verso Castel Sant’ Angelo, in un palazzo costruito da Antonio da Sangallo jr. (1483-1546) Probabilmente è un suo antenato quel Gregorio de Puteo cremonese, conte palatino, scrittore apostolico, abbreviatore di Parco Maggiore, morto nel 1479; nel 1487 Lucia,  sua vedova, prestava 15 ducati a Sabba de Rubeis. (n.608 Amayden,cit.,ed.1987, p.153) Negli anni 1547-1550 si ricorda il cardinale Jacopo de Puteo, morto nel 1551.

1527 “Item recepi a dì cinque [luglio] da Misser Hyeronimo de Gubio medico del papa, per el deposito d’un suo figliolo con la sepoltura, in tucto ducati otto de carlini”.L’anno successivo il medico Geronimo Accoramboni (1469-1537), salda il pagamento con un altro ducato “d’oro largo”. (n.609 b.110, ff.72v, 73v) Il sepolcro fu collocato “appresso Santo Martino”. Il medico era a Roma da fine Quattrocento ed abitava nel Rione S. Eustachio. Fu archiatra di Leone X.  Nel 1523 ottenne la cittadinanza romana. Furono suoi parenti: il figlio Scipione, morto nel 1525 e Fabio, Uditore di Rota, tutti sepolti a S. Agostino. (n.610 Amayden,cit.,ed.1987, p.4) Nel 1561 “si ha l’istrumento di un censo per cinque anni sopra una casa nel Rione Colonna, di Andrea Frumenti a favore di Fabio Accoramboni”. (n.611 b.15, n.404) Nel 1575 “Ortenzia de Victoria, moglie di Andrea Frumento, cede tutte le sue ragioni ad Alessandro Ferrero per estinzione di un censo imposto da detto Andrea sopra una sua casa nel Rione di Colonna e venduto a Fabio Accoramboni, il quale lo lasciò al convento”. (n.612 b.15, n.804) Quest’ultimo nel 1542 era Uditore di Rota e negli anni 1550-1559, decano della Sacra Rota.

In occasione dell’Anno Santo 1525, come era consuetudine, gli agostiniani presero a prestito “panni” ed argenterie per ornare la chiesa; tra i prestatori figurano Geronimo da Gubbio e Melchiorre Baldassini; nel lungo elenco che segue sono citati Don Piero spagnolo, Signora Elena spagnola, Signora Lucrezia, il Vescovo di Cosenza, il Sig. Lupo Hispano, Casa della Beatrice. Casa del Vescovo di Volterra, Casa del Sig. Don Francesco Mendoza, Sig. Antonio Mudarra, Sig. Gabriele Cassadoro, Messer Bartolomeo de Bibiena, Monsignor Erudensis, da casa del Vescovo Ociensis al Pozzo Bianco, dal card. Ridolfi, dalle chiese di S.Croce e di San Rocco, dal Sig. Geronimo Penna Rossa, dalla Confraternita dei Macellai. (n.613 b.110, ff.91r-91v)

1528 “I Padri danno in enfiteusi perpetua a Bartolomeo de Mantuis una casa nel Rione di Campo Marzio, vicolo vicino le monache di Monte Citorio”. (n.614 b.15, n.832) Bartolomeo Ippoliti era un farmacista che fu sepolto in S. Agostino nella cappella Orsini, forse nello stesso 1528. La cappella Orsini dovrebbe essere l’antico altare del Crocifisso al pilastro sinistro dell’altare maggiore, pervenuta alla famiglia di Virginio Orsini dell’Anguillara. Forcella riporta l’iscrizione tombale senza la data, perché abrasa. (n.615 Forcella,cit.,1874,n.63)

1528 Ad aprile è annotato il “deposito del Sarapicha”. (n.616 b.110, f.93r) Questo soprannome, che significa “zanzara”, apparteneva a Giovanni Lazzaro de Magistris, palafreniere di Leone X, suo amministratore e cameriere segreto. Morto Leone X fu fatto incarcerare, per i suoi traffici, da Adriano VI. Nel 1522 erano stati emanati due bandi “pro reperiendis bonis Domini Serapica”. Fu liberato nel 1523 con la morte del papa. Si ignorava che fosse stato sepolto a S. Agostino. (n.617 A. Esposito, Il bando come comunicazione. Esempi romani del primo Cinquecento, in Per Enzo. Studi in memoria di Vincenzo Matera, Roma 2012, pp.108-109)

1528 In questo anno muore Paolo de Masso  di Sorrento, figlio Andrea, mercante di vino a Ripa. Cinque anni dopo, come si evince da un documento,lo scultore “Colajacono de Sorrento riceve 34 ducati di carlini “per haver facta una sepoltura in chiesa”.(n.618 b.112,c.40r) Nel 1529 il convento riceve “per un deposito de messer Paulo de Sorrento, scudi 4,ducati 5, bb.25”. (n.619 b.110,c.102r) Il bel monumento,con l’immagine del defunto entro clipeo e sotto l’iscrizione dedicatoria, secondo un modello molto diffuso, è tuttora presente in chiesa.(n.619 Forcella,cit.,1874,n.116) Di questo scultore sorrentino non si è trovata alcuna altra notizia relativa alla sua attività romana.

1529 “In primis adì 5 [febbraio] recepi per elemosina da un Secretario del Vescovo Tornabuoni per un piviale che li prestammo, bb.30”.(n.620 b.110, f.100r) Vescovo di San Sepolcro dal 1522 al 1539, Leonardo Tornabuoni (1494c.-1540) iniziò la carriera ecclesiastica sotto Leone X, di cui fu cubiculario. Fu vescovo di Ajaccio (1539), pur continuando a risiedere a Roma. Dopo la morte fu sepolto nella Cappella Tornabuoni in S. Maria Novella a Firenze.

1529 “Lite tra Giacomo Capello e Fabrizia Martorelli e Giovanni vignarolo, suo marito quali vendono a Giacomo una casa nel Rione di Campo Marzio, con obligo di canone alli Padri”. (n.621 b.15, n.505)

1530 “Agostina de Carusijs, moglie del q.m Lazaro di Antonio di Pietro di Giovanni, elegge la sua sepoltura in S.to Agostino, dove è sepelito Andrea de Carusijs, suo fratello [notaio]”. (n.622 b.15,n.234) Il 30 luglio 1543 i Padri affittano una “lor casa nel Rione di Ponte, parrocchia di S. Salvatorello, nella piazzetta della Fiammetta, in enfiteusi perpetua a Gio:Batta de Carusijs con patto di caducità, se ne rogò Stefano de Amandis”. (n.623 b.15, n.368)

1530 Marcello de Crescenzi, auditore di Rota e rettore della chiesa parrocchiale di S. Stefano in Piscinula, dà in enfiteusi perpetua a Battista de Castellanis una casa nel Rione di Parione alla Chiavica del Pozzo Bianco”. (n.624 b.15, n.507) I Crescenzi furono una delle famiglie più note di Roma, lo stesso Marcello, citato nel documento, fu cardinale  e nel 1542 fu inviato come legato al Concilio di Trento. Altri membri della famiglia sono citati in documenti più antichi.

1530 “I Padri affittano a Ceccolella di Virgilio una lor casa diruta nel Rione di Campo Marzio per andare al Popolo, dove era la vigna di Giacomo Ceccarino”. (n.625 b.15, n.610)

1530 “Alli 5 8bre 1530 i Padri danno in enfiteusi a 3a generazione una lor casa di rimpetto alle carceri di Tordinona a Gio.B.ta de Hippolitis e Pompeo suo figlio cum argomento responsioni sed melioramentorum dicte domus”; nel 1559 “essendo che i Padri avevano appigionato a 3a generazione mascolina a Gio:B.ta de Ippolitis  una casa e non avendo detto Gio:B.ta figli maschi, i Padri stendono il detto affitto anche alle femmine”; ed infatti subentra come titolare la figlia Margherita. (n.626 b.15, nn.619,889) G.B. de Ippolitis è un pittore attivo dal 1530 al 1560.

1530 “Faustina, figlia del q.m Giorgio de Magalotti e Marsilia Casali moglie del q.m Leonardo de Rasis, elegge la sua sepoltura nella Cappella Casali”. (n.627 b.14, f.42r; b.15, n.508) Alla stessa nel 1517 gli agostiniani avevano dato in enfiteusi una casa “alla Maddalena”. (n.628 b.15, n.829) Nel 1537 Sigismondo de Bentivogliis, nominato da Jacoma Faustina, dà una casa del convento nel Rione Colonna  a Pellegrina Speroni. (n.629 b.15, n.835) I Magalotti, famiglia di origine fiorentina, erano presenti a Roma  dal XIII secolo. Faustina era sorella di Gregorio, vescovo di Chiusi, familiare di Clemente VII; era loro sorella anche Maura, badessa del convento benedettino di S. Cecilia in Trastevere. Faustina muore nel 1530 ed è sepolta nella cappella Casali, parenti della madre.

1532 “Camilla, moglie già di Antonio Maria et hora di Biagio di Giovanni Spada, alias Lupo, canne 21, vendutegli da Christoforo di Domenico de Franceschinis”. (n.630 b.15, n.621)

1532 Mons. Giovanni da Viterbo, presidente R.C.A. è debitore del convento. Morendo elegge la sua sepoltura in S. Agostino”. (n.631 b.15, n.514)Purtroppo di questo personaggio non si è trovata alcuna notizia,nè la sua sepoltura è ricordata dal Forcella.

1532 “I padri danno in affitto vitalizio una casa lasciata loro dal Sig. Card. Egidio, titolo di S. Marcello, alla Scrofa a Bernardino de Augustinis e Laura sua moglie”. (n.632 b.15, n.622)

1533 “Paolino de (?) e Biagio de Marchis vendono ad Ambrogio di Francesco de Cioffettis, canne 37 con casa”. (n.633 b.15, n.623) Nel 1540 “I Padri danno in enfiteusi una lor casa nel Rione di Ponte ad Eusebio di Giovanni de Marchis e Diana sua moglie, con obligo di miglioramenti”.(n.634 b.15,n.701) Nel 1571 i Padri danno il consenso a Giovanni de Marchis “nipote del q.m Eusebio de Marchis (+1570),vendendo una vigna fuor di Porta Pertusa, sotto la proprietà di S.Giacomo degli Incurabili”.(n.635 b.15,n.412) Infine nel 1591 Settimia de Marchis lascia 400 scudi con obbligo di messe.(n.636 b.22,c.50v) La famiglia de Marchis era originaria di Vercelli; la tomba di Eusebio è ricordata dal Forcella(n.637 Forcella,cit.,1874, n.177)

1534 “I Padri affittano una lor casa nel Rione Colonna, vicino la Rotonda, a Giovanni Nicolò Angelone”. (n.638 b.15, n.624)

1534 “I Padri concedono in enfiteusi a terza generazione a Guido fiorentino speziale et Antonia sua moglie, due lor case e botteghe nel Rione di Campo Marzio, alla Scrofa”. (n.639 b.15, n.925) A metà XV secolo, Mattia Vestri faceva una società con Filippo di Maestro Nicola de Senis “aromatario” del rione Pigna; poi nel 1476 la proprietà passa a Lorenzo Vestri. Nel 1490 si era già citata una “spetiaria posita in regione Campi Martis, in loco qui dicitur la Scrofa di proprietà del convento, affittata a Giuliano Vestri”. (n.640 I. Ait,cit.,1996,p.108) Nel 1500 la casa, con la spezieria era affittata  allo speziale Andrea Casali.In seguito subentrano  “a vita a messer Belardino e Curzio Belardini fratelli speziali”.(n.641 b.20,c.15r)

1535 “I Padri danno in enfiteusi una lor casa con stufa, contigua al convento, a Bernardino de Ferrari et Lena sua moglie”. (n.642 b.15, n.696)Sembra che il convento fosse proprietario di due stufe:” stufa delle donne di S.Agostino” in via dei Gigli d’oro e ” stufa di S.Agostino”.

1535 “I Padri concordano con la Compagnia dei Fornari Tedeschi e la loro cappella della Visitazione, sopra un censo ricadente dal P. Maestro Ambrogio agostiniano, sopra una casa e forno nel Rione di Ponte a Tor Sanguigna, a Monte Giordano”. (n.643 b.15, n.833)  A metà Quattrocento era stata istituita la Sodalita pistorum nationis germanicae che aveva come sede,per i loro riti religiosi, la chiesa di S.Agostino; poi  i fornai tedeschi avevano costruito una propria chiesa dedicata a S. Elisabetta.

1535 “Angeloccia di Jacomo Dellongari (sic), vedova di Jacomo de Bracciano, vende a Domenico di Francesco del Prete di Domodossola, una sua casa, proprietà di Andrea de Pontirolis, cessionario di Mons. Gaddi”. (n.644 b.15, n.875) Mons. Niccolò Gaddi ( 1490-1552) vescovo (1521) e cardinale nel 1527, fu vescovo di Cosenza nel 1528. Nel 1525 Luigi Gaddi (1492-1543), fratello del cardinale,esponente di una delle famiglie dell’oligarchia finanziaria fiorentina, comprava la “gabella della farina”; figlio di Taddeo e di Antonia di Bindo Altoviti, aveva la filiale romana in Banchi,in un  palazzo costruito da Jacopo Sansovino.  Nello stesso 1535 “Andrea de Pontirolis vende a Giovanna di Giovanni Antonio, moglie già di Giacomino et hora di Bartolomeo de Branca, la sua parte di una casa nel Rione de Campo Marzio, in Via Lata, vicino Piazza del Popolo”. (n.645 b.15, n.876) Già nel 1527 “Andrea de Pontirolis vendeva a Domenico di Francesco de Pretis di Domodossola, la sua casa e miglioramenti nel Rione de Campo Marzio, alla Strada Nova Leonina, al Popolo”. (n.646 b.15, n.878) Infine, nel 1539, Elisabetta de Pavia, moglie di Nicolò de Albizi, vende a Domenico di Domodossola e Camilla de Guarris, di lui comare e moglie di Gasparo Biondi, il consenso di Andrea de Pontirolis di una sua casa nel Rione di Campo Marzio, Strada Leonina, al Popolo”. (n.647 b.15, n.879)

1536 “Monitorio dell’Auditor Camerae ad istanza di fra’ Felice de Prato contro Balduino de Balduini, vescovo di Ancona. Si tratta di Baldovinetto Baldovinetti che tenne la diocesi di Ancona dal 1523 al 1538, anno della sua morte. (n.648 b.15, n.2080) Questo era nipote di Mons. Pietro Accolti, suo predecessore nella diocesi marchigiana.

1536 “Annibale de Ursinis vende al P. fra’ Felice de Prato agostiniano, un censo imposto sopra una casa nel Rione di Campo Marzo, vicino S. Rocco, dove si dice l’Augustea”. (n.649 b.15, n.431) Annibale, figlio naturale di Leone Orsini, era nobile romano e cavaliere di S. Giovanni di Gerusalemme dal 1514 e fino alla morte avvenuta nel 1578. Abitava nella parrocchia di S. Maria in Via. Nel 1573 moriva in casa sua Porzia de Medici. Fu sepolto a S. Marco.

1536 “Giulia Crescimbene, monaca di S. Agostino, del convento di S.Elisabetta di Foligno, dona al convento, per dote della cappella del Presepio, la sua metà di una casa nel Rione di Parione”. (n.650 b.15, n.697)

1537 “Domenica di Fasino de Stoppanis, moglie di Antonio Maria de Bianzonis, vende a Giuliano de Valvassoris, alias de Tebaldis, una casa alle Scalette”. (n.651 b.15, n.640)

1537 “Giovanni de Gaspero de Falchettis de Vulpiano, cede le sue ragioni, su una casa a Campo Marzio, vendutagli da Feliciano de Angelis”. (n.652 b.15, n.862)

1538 Mons. Francesco della Rovere, arcivescovo di Benevento, dota la cappella di S. Bartolomeo e Nicola, “detta dell’Arcivescovo di Benevento, ante portam majorem ecclesiae in cinquecento sessanta ducati, con obligo di una messa al giorno”. Fu sepolto davanti alla sua cappella nel 1545.(n.653 b.15, n.2129; b.21,c.152v; Forcella,cit.,1874, nn.117,123) Il prelato era nipote di Giulio II e di madre greca della famiglia Comnena. La cappella, o piuttosto l’altare, era addossato al quinto pilastro della navata sinistra. Nel 1531 era stato sepolto in chiesa Costantino Arianiti detto Comneno, principe di Macedonia e duca di Acaia; dal 1501 fu ambasciatore dell’imperatore Massimiliano presso la corte pontificia; essendo un famoso condottiero e capitano di ventura, Giulio II lo nominò Capitano Generale dell’esercito papale. (1512-1517)

1539 “Alli 17 giugno 1539, essendo che i Padri concessero in enfiteusi perpetua al card. Nicolò de Gaddis un lor sito nel Rione di Campo Marzio, vicino la guglia della Madonna del Popolo… ad effetto di fabricarvi case… che poi pervengono al convento”. (n.654 b.15, n.239) Il cardinale Gaddi (1499-1552) fiorentino, come si è già visto ( anno 1535) era membro della famosa famiglia di banchieri presenti a Roma dal XV secolo, con un palazzo in via Acquasparta, nel Rione Parione, realizzato nel 1515 da Jacolo Sansovino, sull’area di alcune case acquistate da Pietro Strozzi, e decorato con dipinti di Polidoro da Caravaggio e Maturino da Firenze. Nel 1519 i Padri di S. Agostino davano al prelato in enfiteusi perpetua, una parte di terreno di 700 canne in circa “ad effetto di fabbricarvi”. (n.655 b.15, nn.971, 968) Nel 1523 “Marta, moglie di Giovan Pietro de Finaldi alias Marmotta e Francesco, figlie ed eredi di Vincenzo alias “fatigato”, vendono certi miglioramenti dal detto Vincenzo fatti in un sito di Mons. Nicolò Gaddi, a Giovanni Pietro alias Marmotta”. Un Francesco Marmotta mercante è sepolto in S.Agostino nel 1540. (n.656 b.15, n.871; Forcella,cit.,1874,n.120) Nel 1530 il cardinale cedeva in perpetuo ad Andrea de Puntarolis una proprietà nel Rione de Campo Marzo, vicino la Guglia del Popolo; se ne parla ancora nel 1534: “un terreno al Trullo ad Andrea de Pontirolis”, di proprietà del convento; si trattava di una vigna, nei pressi di S. Maria del Popolo, pervenuta agli agostiniani nel 1407 da parte di Lorenzo Naro. (n.657 b.16, f.9v; b.15, n.509) Nel 1537 Andrea de Pontirolis cessionario di Mons. Nicolò Gaddi, fa concordia con i Padri delle Tre Fontane, sopra un terreno al Popolo. (n.658 b.15, n.969) Nel 1542 Giovanni Gaddi, della Compagnia dei Fiorentini, è sepolto a S. Agostino. Il palazzo di famiglia, dove abitava anche il prelato, nel 1567 passò ai Cesi. Fu poi demolito per l’apertura di Corso Vittorio Emanuele.

1539 “I Padri danno in enfiteusi una lor casa nel Rione di Ponte ad Andrea Carello, con patto di miglioramenti”. (n.659 b.15, n.699)

1539 “Geronimo Dulcis rinnova la nomina da lui fatta ad una casa enfiteutica del convento, Rione di Ponte, in persona del di lui fratello Vincenzo Dulcio e di Giulia de Pichis, sua moglie”. (n.660 b.15, n.698)

1540  Come si è visto già nel 1533:“I Padri danno in enfiteusi una lor casa nel Rione di Ponte ad Eusebio di Giovanni Marco e Diana sua moglie, con obligo di miglioramenti”. (n.661 b.15, n.701)

1541 “Istrumento dotale tra Ottavio di Lorenzo di Paolo de Gracchis e Tarquinia Naro col quale Ottavio ipoteca certe sue case al Pellegrino”. (n.662 b.15, n.2080) Nel 1577 Ottavio, nel suo testamento, lascia 100 scudi al convento. (n.663 b.25, f.69r) I Gracchi erano una famiglia romana di cui si hanno notizie dal 1463: un Bartolomeo medico aveva sposato Paolina de Porcari. (n.664 Amayden,cit.,ed.1987,p.430)

1541 “Affitto di una casa al Pozzo delle Cornacchie, vicino a S. Luigi dei Francesi, a Bartolomeo Rosella, Giulio perugino et Antonina Zebellini, sua moglie”. (n.665 b.15, n.1027)

1541 “Giacomo, del q.m Santi Angelo de Campis, vende una sua casa nel Rione de Campo Marzio, nella Piazza del Popolo a Giacomo de Antognetti de Branchis”. (n.666 b.15, n.837)

1542 “I Padri danno in enfiteusi perpetua ad Alessandro de Tostis, marito di Lavinia, figlia di Antimo de Sinebarbis, la loro metà di casa nel Rione di Ponte, a Tor di Nona”. (n.667 b.15, n.838)

1542 “Cappella della Deposizione dalla Croce, oggi di S. Giovanni di San Facondo, dotata da Galeotto Gironi di una casa in piazza dell’Apollinare”. (n.668 b.15, 2142; b.22, f.10r) Il mercante fiorentino aveva commissionato nel 1533 al Vasari la pala d’altare raffigurante la Deposizione dalla Croce, terminata però soltanto nel 1544. Nel 1661 il dipinto fu venduto al principe Pamphilj e si trova tuttora nella Galleria Doria Pamphilj al Corso, quando la cappella venne eliminata per l’apertura della porta laterale. (n.669 Montevecchi,cit.,  1985, pp.85-86)

1542 “I Maestri di Strada, in ricompensa delle latrine del convento da demolirsi per la strada Leonina, liberano il convento dalle tasse sul Gettito”. (n.670 b.15, n.704)

1542 “Rita de Turris de Pratica, nel suo testamento, lassa erede il convento, con obligo di messe all’altare del Corpo di Cristo, oggi S. Trifone”. (n.671 b.22, f.37v)

1543 “I Padri danno in enfiteusi una lor casa nel Rione di Campo Marzio, parrocchia di S. Lucia della Tinta, a Giovanni di Stefano de Zenis de Trivi”. (n.672 b.15, n.713)

1543 “Affitto di una casa del P. Maestro Paolo Mattabuffi, poco lontano da S. Antonio de Portoghesi, che poi si affittò a Paolo Quintilio”. (n.673 b.15, n.1023) Ancora nel 1578 risulta che i Padri danno per venticinque anni  una loro casa a Paolo Quintilio, alla Scrofa. (n.674 b.15, n.893)  Nel 1569 gli era morta la moglie Angelica, sepolta a S. Ivo dei Bretoni; nel 1575 moriva anche il figlio Pompeo, sepolto a S. Agostino. Nel 1588 Paolo aveva acquistato l’ufficio interponendorum decretorum. (n.675  S. Feci, Ruolo politico e funzione economica di un ufficio: l’interposizione dei decreti a Roma tra Cinque e Seicento, in  Offices et Papante (XIV-XVII), a cura di A. Jamme – O. Poncet, pp. 593-611) Negli Stati delle Anime della chiesa di S. Agostino, per l’anno 1597, è elencato: “Casa 27°- In domo Dominus Paulus Quintilius romanus, an.61, con la famiglia, nel vicolo di S. Agostino”. (n. 676 ASVR, S. Agostino, n.52 , f.3v)

1543 La cappella della Trasfigurazione, che poi venne dedicata alla SS. Concezione ed a S. Carlo, viene data a Giovanni Antonio de Fantonis e q.m Maddalena, sua moglie. (n.677 b.22, f.8v) Nel 1582 passa alla famiglia di Marcello Vestri, per essere poi rimossa per costruire l’altare di S. Tommaso da Villanova (1670), nel transetto sinistro.

1544 Il convento dava “duecento canne, cioè la Vigna del Trullo, a Messer Bindo Altoviti”. Il grande banchiere viveva nel palazzo comprato dal padre nel 1513, vicino a S. Giovanni dei Fiorentini. Possedeva inoltre una villa suburbana lungo il Tevere ai Prati di Castello, con una loggia che si diceva affrescata dal Vasari . (n.678 ASA, A. 10, f.6r; ASR, b.15, n.1012) Nel 1596 si ha “la concordia fatta tra il Sig. Pietro Altoviti herede de G.B.Altoviti e li suoi creditori”.(n.679 b.25,c.112r)

1545 Nicolò della Riccia dotava la cappella di S. Cecilia di 300 scudi e commissionava a Daniele da Volterra (1509-1566) la decorazione ad affresco. Scrive il Vasari nella vita dell’artista: “circa il 1550 fece Daniello nella chiesa di S. Agostino a fresco in una cappella, in figure grandi quanto il naturale, una Santa Elena che fa ritrovare la Croce e dalle bande, in due nicchie, Santa Cecilia e Santa Lucia; la quale opera fu parte colorita da lui e parte con suoi disegni dai giovani che stavano con esso lui, onde non riuscì di quella perfetione che l’altre opere sue”. (n.680 G. Vasari, Le Vite, ed. G. Milanesi, Firenze 1906, VII, pp.49-71) La cappella era ubicata dietro l’organo, in fondo alla navata destra e fu eliminata nel 1734 per aprire la porta della nuova sacrestia. Alla morte di Nicola della Riccia, venne ereditata da Bernardo Acciaioli, patrizio fiorentino e nobile romano; a Roma fu al servizio del cardinale nepote Farnese.  Nel 1575 risulta abitare a piazza S.Silvestro a Monte Cavallo .Muore nel 1596. (n.681 b.22, f.22r)

1545 Caterina de Filippis, moglie di Gregorio de Risis, di origine fiorentina, è sepolta a S. Agostino. Risulta che nel 1490 Mons. Filippo de Filippis, probabilmente un suo antenato, fu Segretario dei Brevi, durante i pontificati di Innocenzo VIII e Alessandro VI. (n.682 Amayden,cit.,ed.1987, pp.412-413)

1546 A giugno i Padri hanno una lite con Gonzalo Martinez della Pegna “al quale altre volte (maggio 1533) avevano affittato in perpetuo una casa con casetta e giardino nel Rione di Campo Marzo alla Scrofa, e gli avevano poi agiunto un’altra casetta…”; il tutto gli viene concesso in enfiteusi perpetua. (n.683 b.15, n.372)

1546 “Affitto di 48 canne del terreno alla Madonna dei Miracoli ad Ambrogio Spinola”.(n.684 b.15, n.2082) Membro di una famiglia genovese, era probabilmente imparentato con il cardinale Agostino Spinola, anche se il suo nome non compare nell’albero genealogico della famiglia.

1546 La casa, incontro a S. Salvatore alle Coppelle, donata nel 1510 al convento da Giovanni Goritz, per dote della cappella di S. Anna, fu affittata nel 1514 a Persio de Banco; nel 1540 passava ad Alessandro da Carbognano e, nel 1546, a Marzia Alicornis. (n.685 b.15, n.459) Questa famiglia, originaria dell’Albania, aveva case in Campo Marzio, nei pressi di Piazza del Popolo. Il più noto è G. B. Alicornis che vende il suo palazzo in Borgo al cardinale Contarelli. (cfr. 1510) Nel 1554, Troiano de Alicornis dà per dote a Marzia de Alicornis, delle case a S. Salvatore delle Coppelle”. (n.686 b.15, n.821)

1546 “I Padri danno in enfiteusi perpetua a Mons. Baldo, vescovo di Lipari, Simone Pietro Zaffiro e Fulvio de Ferrarinis, un pezzo di terreno di canne 273 nel Rione di Campo Marzo, alla cappella della Madonna dei Miracoli”. (n.687 b.15, n.974). Nel 1551 Mons. Baldo “compra da Francesco Paternostro il sito o casetta incontro al suo sito, che risponde al vicolo della Penna, di consenso delli Padri”. (n.688 b.15, n.975) Il venditore è Francesco Borgognoni “paternostraro”,ossia fabricante di rosari; nel 1585, suo figlio Giovanni risulta avere in affitto una vigna di proprietà del convento, a Monte Secco.(n.689 b.15,n.2276)  Di Mons. Baldo esiste tuttora il bel monumento funebre. Risulta che nel 1531 una casa era locata ad Aurelio Zaffiro, sicuramente parente di Simone Pietro; andando a ritroso si evince nel 1465 la teneva Antonia d’Ottaviani; nel 1476 l’abitava Guglielmo da Como; nel 1479 questa casa, che era stata di fra’ Antonio spagnolo, l’aveva a pigione Dorotea tedesca; dopo di lei fu data a Belardina de Grandis e quindi a madonna Spinetta. (n.690 b.20, f.2r)

1547 “Nicolò Riccardo rinunzia il terreno a favore di Mons. Giovanni della Casa, arcivescovo di Firenze”. (n.691 b.15, n.906)

1547 A dicembre i Padri affittano “una lor casa nel Rione di Ponte verso S.ta Lucia della Tinta, vicino Piazza della Scrofa, a G. B. Bizzone a terza generazione”. (n.692 b.15, n.369) Questi fu “fiscale di Roma” e, alla sua morte,fu sepolto davanti all’altare maggiore.

1547 “Gironimo Quinocello(sic) cede alli Padri le sue ragioni sopra una casa a Campo Marzio e suoi miglioramenti”. (n.693 b.15, n.242)

1548 I Padri, a gennaio, “confessano di haver havuto dal R.do P.re Girolamo Seripando, Generale di tutto l’Ordine, 700 scudi d’oro da investire nel Monte della Fede”. (n.694 b.15, n.370)

1548 Ad aprile i Padri sono in lite con Giovanni Antonio Bonardi, notaio, “sopra una lor casa nel Rione di Ponte, nella strada che va dalla Piazza della Scrofa a S. Lucia della Tinta, altre volte affittata a Giovanna de Comitibus, che poi vi nominò suo nipote Giovanni Domenico Cencio; i Padri concordano che il detto Giovanni Antonio ritenga la detta casa in affitto a terza generazione mascolina”. Lo stesso, a febbraio 1565, vende ai padri agostiniani una sua vigna “di tre pezze con casa fuor di Porta del Popolo, a’ piedi del Monte Valentino”. (n.695 b.15, nn.371, 395)  Muore nel 1575 ed è sepolto a S. Ivo dei Bretoni.

1548 A giugno “Gentile Virginio Orsini, conte dell’Anguillara, elegge la sua sepoltura in S. Agostino e lascia un legato di scudi 1000 per la fabbrica del suo sepolcro e cappella et altri scudi 500 per la dota di essa cappella”. (n.696 b.15, n.716) Si tratta della cappella del Crocifisso,poi di S.Tommaso da Villanova, , come detto nel suo testamento del 1543. Il denaro viene poi reinvestito nell’acquisto di tre botteghe “avanti li ferracocchi”.(n.697 b.22,c.3v)

1549 “Antonio de Girardis fa donazione alli Padri di una sua parte della vigna detta de’ Bagattini, vicino a Ponte Mollo e di un pezzo di canneto e la metà della casa di detta vigna, col peso di un anniversario ogni anno”. Per riconoscenza i Padri lo fanno usufruttuario a vita di una casa a S. Lucia della Tinta. (n.698 b.15, n.372) Lo stesso, a febbraio 1565 vende ai Padri una sua “vigna di tre pezze con casa fuor di Porta del Popolo a’ piedi del Monte Valentino”.

1549 A maggio “Guido Palello, erede della q.m Costanza vedova del q.m Stefano de Ferraris da Caravaggio paga alli Padri 50 scudi di moneta… col peso di investirli in stabili e di celebrare una messa al mese per l’anima di detta Costanza”. (n.699 b.15, n.375)

1549 “Gironima de Longhis moglie del q.m Zenobio de Masignis, vende alli Padri la sua parte de una vigna, casa e casetta de’ Bagattini, fuor di Porta del Popolo, vicino a Ponte Mollo”. (n.700 n.b.15, n.376)

1549 “Christoforo di Giacobino Galeazzo et Apollonia sua moglie, vendono una lor casa che hanno, di proprietà di S. Agostino, nel Rione di Campo Marzio, a Tomaso Santi e Laura sua moglie”. (n.701 b.15, n.717)

1549 “Geronimo de Capo dona a Gentile di Francesco Parisio, una sua casa a Capocroce de Campo Marzio”. (n.702 b.15, n.718)

1550 “I Padri danno il loro consenso alla vendita di una casa nel Rione di Ponte, parrocchia di S. Apollinare, da farsi da Mutio di Giovanni Battista de Impocciis, a favore di Cesare di Giulio Giacobono”. (n.703 b.15, n.888)

1550 A gennaio “Coriolano Cattaneo e Gregoria de Fricantibus sua moglie, havendo fabricato una cappella o altare in S. Agostino con due statue di marmo di Gesù Christo e S. Pietro, donano a quella tutta la suppellettile necessaria et assegnano per dote una lor casa nel Rione de la Renella, in Ghetto, Piazza del Mercatello”. (n.704 b.15, n.407) Questo altare originariamente era addossato al primo pilastro di destra, di fronte alla cappella di S. Caterina; durante i restauri settecenteschi, l’altare fu rimosso ed il gruppo marmoreo, opera dello scultore G. B. Casignola (1569), collocato sull’altare della quarta cappella destra, prima  dedicata all’ Annunziata. (n.705 Montevecchi,cit. 1985, pp.151-155) Nel 1570 i Padri affittano una casa a Piazza Giudea, vicino le Scole, data da Coriolano Cattaneo per dote della sua cappella, l’ha Mosè Abirà”. (n.706 b.14, f.86r; b.15, n.1038) Nel 1576 Coriolano Cattaneo dà al convento la sua casa all’Arco dell’Apollinare. (n.707 b.15, n.353) In un altro documento è specificato: “Alli 15 aprile 1574 casa in Campo Marzo data a Faustina Luti e poi a Francesco da Volterra architetto, a vita sua”. (n.708 b.15, n.2222) Nel 1580 lo stesso Coriolano dà alla chiesa un’altra casa “in piazza Giudea, per dote della sua cappella” ( n.709 ASA, A.10, f.3v)

1550 Ad agosto “Mario de Sonantibus alias de Carusiis, procuratore di Giulio de Carusii, vende ad Annibale Sancio una casa, obligata a canone annuo di 25 scudi alli Padri”. (n.710 b.15, n.426)

1550 “Gerardo, alias Bernardino di Giovanni Antonio de Brescianis, cede le sue ragioni in una casa nel Rione Campo Marzio a S. Salvatore alle Coppelle, proprietà del convento, a Nicola del Giudice”. (n.711 b.15, n.743)

1551 “I Padri affittano la parte superiore di una casa posta vicino la Porta di Tor Sanguigna, a Mario dello Paggio, sua vita durante”. (n.712 b.15, n.379)

1551 “Baldassarre de Martinellis e Geronimo suo figlio vendono al P. M. fra’ Battista de Casali priore, un annuo censo sopra una lor casa nel Rione di Campo Marzio, dove si va da S. Rocco al Popolo”. (n.713 b.15, n.720)

1552 “Patti matrimoniali tra Bernardino de Aleottis e Marzia di Troiano de Alicornis,ne’ quali si mentova un censo dovuto al convento”.(n.714 b.15,n.939) Sei anni dopo,nel 1558, Mons. Pier Giovanni de Aleottis vende le suddette case a G.B. Marzonio e G.B. de Alicornis,figlio ed erede di Traiano,per sé e suo fratello Fausto, assegna a Marzia,sua sorella,e Bernardo de Aleottis,di lei marito,alcune case del convento”.(n.715 b.15,nn.940,952)

 1553  In questo anno Angelo Recchia di Barbarano, nato nel 1486, ottiene la cittadinanza romana.  Muore nel 1558 ed è sepolto in S. Agostino dove tuttora si conserva il suo cenotafio, attribuito a Giovan Battista della Porta (1542-1597).(n.716 Forcella, cit.,1874,n.147) Angelo, già a Roma negli anni del Sacco,era un famoso giurista e ricoprì vari incarichi nella magistratura capitolina e in Curia .Il suo monumento funebre fu commissionato dal nipote Evangelista, abitante nel palazzo alla Dogana che, nel 1591, risulta essere giudice di Campidoglio.Evangelista aveva sposato Beatrice Arias, vedova di Cristoforo Cenci,morto nel 1562 .Alla sua morte, avvenuta nel 1595, fu sepolto insieme allo zio.Il monumento funebre originario si trovava sulla parete di controfacciata; un disegno della Royal Library di Windsor lo raffigura prima della smembramento. (n. 717 F.Federici-J.Garms, cit,2010,n.118)

1553 “Lorenzo de Rodulphis vende alli Padri un sito, con edificio e muro vicino la stufa e la chiesa, col peso di un anniversario per l’anima del card. Nicolò de Rodulphis”; la casa era stata venduta dal suddetto Lorenzo per 150 scudi d’oro. (n.718 b.15, n.380) Il prelato era stato sepolto nel 1530 nella cappella di S. Nicola da Tolentino. (n.719 b.2, f.3r; b.115,c.84v)) La loro abitazione si trovava in piazza S. Apollinare. Nicolò (1501-1550) era nipote di Leone x in quanto figlio di Contessina de’ Medici e Pietro Ridolfi; dal papa fu eletto cardinale a sedici anni nel 1517; ricoprì inoltre altri incarichi di prestigio, tra cui il protettorato del convento. Nel 1529 si erano pagati sei ducati per la sepoltura del fratello del cardinale Ridolfi. (n.720 b.110, f.99v)  Nel 1541 moriva Giorgio Ridolfi e veniva sepolto in chiesa. Nel 1542 “I Procuratori della Confraternita di S. Giovanni della Nazione Fiorentina cedono le loro azioni al cardinale Niccolò de Rodulfis come havevano pur ceduto i Padri di S. Agostino, sopra una casa cominciatasi a fabbricare dalla detta Confraternita, vicino la chiesa di S. Agostino”. (n.721 b.15, n.474) Nel 1547 i Padri davano 402 canne di terreno al Popolo a Francesco Ridolphi et altri”. (n.722 b.15, n.2149)

1554 “Raffaele Lardonier vende alli Padri un censo di 8 scudi sopra tre case sue nel Rione de Campo Marzo vicino la cappella de S.ta Maria dei Miracoli, sul suolo e proprietà del convento”. (n.723 b.15, n.411)

1554 “Affitto della casa dietro la Stufa delle Donne, parrocchia si S. Apollinare, data altre volte ad Andrea Carusis, a Giovanni Minisches o Homines”. (n.724 b.15, n.2166) Nel 1559 “Gli eredi di Giovanni Minische o Homines, donano  la casa ad Agnesina Homines, figlia di Gerardo”. (n.725 b.15, n.823) Nel 1571 questa casa passerà da Andrea Minisches a Geronimo Lebornier. (n.726 b.15, n.2210) Ancora nel 1589 è annotato: “Possesso della casa alla stufa delle donne lasciata dal Sig. Girolamo Lebornier, dove abitava Alessio Guidotti bolognese”. (n.727 b.25, f.11v)

1554 “Pietro della Stampa impone sopra una sua casa nel Rione di Ponte, un annuo censo e lo vende a Giovanni Vergnano (1564); Giovanni, a sua volta, lo cede a Gio. Maria Capello e questo lo diede (1564) alli Padri in ricompensa di una cappella; i Padri lo rivendono poi ad Ascanio Mazziotto”. (n.728 b.15, n.918) Si tratta della antica cappella del Presepe nel transetto destro. Ascanio Mazziotti era un gentiluomo napoletano, attivo a Roma come notaio ancora nel 1581; era il padre della famosa musicista Suor Silvia del monastero dei SS. Domenico e Sisto. Nel 1564 “Giovanni Maria Capelli cede alli Padri tutte le sue ragioni di un censo di scudi 9 annui sopra una casa di Pietro della Stampa, nel Rione di Parione, vicino alla Piazza del card. de’ Medici e cedutogli da Giovanni Vergnano con che i Padri gli cedono la lor cappella del Presepio,vicino la porta della sagrestia”. (n.729 b.15, n.394)

1555 I Padri affittano, per scudi 19 l’anno, al veronese “Francesco Ormanetto e Giulia de Saxis, vita loro durante, una lor botega con cantina e stanza, sotto il convento, vicino alla porta grande, per andare alla Scrofa”. n.730 b.15, n.382) In questa abitazione risiedeva precedentemente Anselmo miniatore. (n.731 b.20, f.5r)

1555 “Tebalduccio de Tebalducci, procuratore di Felice Carlo de Valentano, tutore di Gandolfo de Gandolfi, affitta ad Alessandro Peregrino una casa e fondaco al Pellegrino, per sette anni”. (n.732 b.15, n.722) Tebalduccio dovrebbe appartenere ad un’antica famiglia fiorentina mentre Gandolfo proveniva dai Gandolfi che avevano legato il loro nome a Castel Gandolfo”.

1555 “Il P. fra’ Felice de Prato vende a Guidone de Mutone, una sua vigna fuori di Porta del Torrione, con vasca, casa e pozzo”. (n.733 b.15, n.725) Nel 1571 muore Fabrizio Mutone di Viggiù scalpellino, abitante nella parrocchia di S.Pantaleo, probabilmente suo parente.

1555 “I padri affittano una lor casa nel Rione di Campo Marzio ad Antonio Maria Paparone”. (n.734 b.15, n.724) Dei Paparone si hanno notizie dal 1406 al 1583: diversi membri ricoprirono cariche nella magistratura capitolina. Nel 1406 un “Paparonus” aveva in affitto un banco in piazza S.Pietro; nel 1449 “Jacobus de Paparonibus speziale nel rione Pigna;nel 1453 Cristoforo, risulta importatore di cera e rabarbaro, merci vendute nelle spezierie; nel 1463 il “nobilis vir” Lorenzo del rione S.Eustachio, acquistava sei botteghe a Campo de’ Fiori per aprirvi una spezieria; nel 1474 Stefano sposava Gentilesca di Domenico Porcari; nel 1474 un altro Jacobo risulta far parte della Società del SS. Salvatore; abitava, con la famiglia di ricchi imprenditori in campo farmaceutico, nel rione di Parione.

1556 “I Padri affittano ad “Antonio Pacheco una lor casa nel Rione di Ponte a S. Lucia della Tinta”. (n.735 b.15, n.383) Nel 1573 il Pacheco, probabilmente portoghese, cede la sua casa a favore del convento. (n.736 b.15, n.415)

1556 “I Padri concedono in enfiteusi perpetua al Capitano Bartolomeo Borres (Bores o Boretti) e Virginia sua figlia e li loro eredi, una casa nella strada del Pellegrino, sotto canone e caducità”. Ancora nel 1565 i Padri fanno un accordo con la figlia Virginia e Claudia sua moglie, relativamente alla detta casa. (n.737 b.15, nn.384,396) Di questo capitano non si è trovata alcuna notizia.

1556 “I Padri affittano a Giovanni de Rusticis de Parma, vita sua durante, una loro bottega ad uso di barberia alla Scrofa, sotto il convento”. (n.738 b.15, n.386) In un altro documento è scritto: “1559 – Morto Giovanni la bottega passa ad Alessandro barbiere e, nel 1577 a Francesco Pasquale da San Severino barbiero”. (n.739 b.20, f.32r)

1557 “Monaldo di Avignone, nel suo testamento, lassa erede il convento di scudi 100 d’oro”. (n.740 b.22, f.37v)

1557 Antonina Cardelli, madre di Giovanni Pietro Cardelli, vende alli Padri tutte le ragioni della sua parte di casa e vigna e canneto, de’ Bagattini a Ponte Mollo”. (n.741 b.15, n.387) Giovanni Pietro apparteneva alla nobile famiglia Cardelli presente a Roma dal XV secolo. Nel 1578 “Antonio Liano, procuratore di Fabrizio Cardelli, figlio e erede di Giulio Cardelli, dà ai Padri una casa con due botteghe al Pozzo Bianco, nella strada dei Cartari”. (n.742 b.15, n.422) La famiglia Cardelli abitava in un palazzo a Campo Marzio (oggi Palazzo Firenze); alcuni membri avevano ricoperto incarichi di Curia. Nel 1584 è citato “Alessandro q.m Jo. Pietro de Cardellis”, nipote di Antonina.

1558 “Bernardino Caffarelli impone un annuo censo sopra una casa grande nel Rione di Sant’Eustachio e lo vende a Filippa Caffarelli, sua sorella e moglie di Cesare de Mutis,con la sicurtà di Mario Millini”. (n.743 b.15, n.953) Nel 1560 si hanno i “patti matrimoniali tra Adriano de Serrobertis e Sigismonda di Cesare de Mutis”. (n.744 b.15, n.954) Bernardino, negli anni 1515-1536 faceva costruire il palazzo oggi Vidoni Caffarelli, su edifici preesistenti, nei pressi di Campo de’Fiori. I Caffarelli erano un’antica famiglia romana: negli anni 1552-1555 Giovanni Andrea fu vescovo di Fondi e dal 1555 al 1567, gli subentrò Fausto. I Serroberti erano originari di Perugia e svolgevano l’attività di “aromatari”. Nel 1559 Adriana Eugenia,moglie di Francesco Serroberti fu sepolta in S.Agostino.(n.745 Forcella,cit.,1874,n.152)

1559 “Jacomo di Martino della Fontana di Paterna vende a Nicola di Biagio de Bisio una casa a Campo Marzio, proprietà del convento”. (n.746 b.15, n.978)

1560 “Luzio Marzio Naro, nel suo testamento, lascia alla chiesa di S. Agostino scudi 1000 da pagarseli fra un anno, dopo la di lui morte, col peso di una messa la settimana”. (n.747 b.15, nn.930,979) Nel 1562 è citato ancora il lascito cui si aggiunge “istituendo sua erede sua sorella Geronima che cede al convento un censo imposto da Gerolamo de Cupis a Mons. Bernardino, vescovo di Osimo suo fratello, sopra il loro palazzo in Piazza Navona”.(n.748 b.15, n.429)Luzio Marzio Naro, nello stesso anno,lasciava erede Vittoria,moglie del Sig. Donato de Massimi.(n.749 b.22,c.39v)

1560 “I Padri vendono una lor casa nel Rione di Campo Marzio, Strada Maestra del Popolo, fatta da Francesco e Bartolomeo, fratelli di Domenico del Prete, a Penelope Aragona, moglie di Annibale de Capitaneis”. Penelope dovrebbe essere la sorella della famosa cortigiana e poetessa Tullia d’Aragona (1510-1556),secondo la tradizione, figlia di Giulia Campana e del cardinale Luigi d’Aragona, nata nel 1535. Sia Tullia che Penelope furono sepolte in S. Agostino. (n.750 b.15, n.733; Forcella,cit.,1874, n.137) Stando alla lapide del Forcella, Penelope morì a 14 anni.E’ difficile immaginare che alla sua giovane età fosse già sposata e del resto del marito non si è trovata alcuna notizia certa:nel 1562 un “Annibale  de Capitaneis” del rione Trevi  risulta magistrato capitolino.

1560 “Giacomo de Bizacheris vende a Bernardina, figlia di Cherubina, moglie di Alessandro Fenonis, una casa a Campo Marzio a S.ta Maria dei Miracoli, proprietà del convento”. (n.751 b.15, n.735)

1561 I padri affittano ad “Enea alias Moretto da Bologna e Perna Moderna sua moglie, una loro botega sotto il convento in faccia a S. Antonio”. (n.752 b.15, n.388)  Nel 1586 risulta che Enea mantiene l’affitto dell’immobile, dove abita con la seconda moglie Paolina, pagando 13 scudi. (n.753 b.15, n.1034)

1561 “I Padri danno il consenso alla vendita fatta da Francesco Castello et erede di Vincenzo de Castello a Lorenzo de Albizi e Ludovico de Castello suo compagno, di un terreno di 178 canne con casette e miglioramenti, sotto la proprietà del convento”. Due anni prima risulta che Francesco de Castello “trovandosi debitore di Geronimo Ceuli, li dà in pagamento due case a Strada Leonina, al Popolo”. (n.754 b.15, nn.400,886) Il fondo citato, che si trovava vicino al Trullo, nel 1519 era stato dato in enfiteusi perpetua a Mons. Nicolò de Gaddis. (n.755 b.15, n.869) Nel 1553, nel Liber Domorum è scritto: “Piazza dell’Oca – Tutte le case poste dalla Piazza del Popolo verso la Piazza dell’Oca – vicolo delle Scalette, sono di proprietà del convento et a canone perpetuo, fabricate sopra il terreno della vigna del Trullo”; una parte è affittata a Michele Martinelli ed ai suoi eredi; nel 1555 questi la vendono ad Annibale barcarolo che, a sua volta, la cede a Vincenzo de Castello (fino al 1561); i suoi eredi la passano a Lorenzo de Albizi e quindi nel 1572 perviene a Ludovico de Castello, fino al 1577, quando torna al convento. (n.756 b.14, f.55r; b.15, n.760)

1561 “A gennaio i Padri danno il consenso alla vendita di una lor casa nel Rione di Campo Marzio fatta dal “q.m Francesco de Antonio e Lucrezia moglie di Giovan Francesco de Franzini”. (n.757 b.15, n.406)

1562 “I Padri affittano una casa in Piazza di Monte Giordano, altra volta locata a Battista Mainardi la quale ultimamente si era incendiata, al medesimo, ad effetto di restaurarla”. (n.758 b.15, n.389)

1563 “Patti matrimoniali tra Agapito de Magistris e Modesta Dolce che fu de Cosmo Scapucci”. (n.759 b.15, n.827)  Agapito, senatore di Campidoglio  è il secondo marito di Modesta Dolce, vedova di Cosimo Scapucci. Come si è visto, si trovano spesso registrati patti matrimoniali quando gli agostiniani sono proprietari di immobili appartenenti ad uno dei due sposi. (cfr. 1404) La famiglia de Magistris abitava a S. Luigi dei Francesi. Oltre ad Agapito, come già detto, sono ricordati Porfirio e Pompeo; nel 1575 era morta Maddalena de Magistris, sepolta a S. Agostino.

1564 Angela Celadonio, figlia del q.m Antonio Deciano e moglie di Francesco de Martinellis, nel suo testamento elegge la sua sepoltura in S. Agostino con 30 messe il giorno della sua morte e un anniversario l’anno, lasciando 100 scudi e la risposta di 13 boccali d’olio l’anno, sopra una sua botega che corrisponde in Piazza Navona, da servire alla lampada del Santissimo”. (n.760 b.15, n.391) Probabilmente era parente del già citato cardinale Alessio Celadonio. Nel 1526 “Francesco del q.m Luca de Grossis, esecutore testamentario del q.m Fra’ Michele di Angelo de Rubeis agostiniano e Cecilia, moglie di Pietro di Francesco Deciano, dispone a suo arbitrio della sua eredità a S. Agostino”. (n.761 b.15, n.501)

1564 “I Padri affittano a Giovanni Domenico de Martinis e Cesarina de Porcharis sua moglie, a vita loro durante, una casa con forno e granaro, attaccata al convento”. (n.762 b.15, n.393)

1566 “Messer Bartolomeo Marliani de Rodubio (Robbio presso Vercelli) lasciava doi terzi di una casa a Tor Sanguigna, nel vicolo incontro al cantone di S.ta Maria dell’Anima, per la dote della cappella di S. Apollonia”. (n.763 ASA, A.10, f.9v; ASR, b.15, n.840) Il piccolo altare, entro una nicchia sulla parete di controfacciata, era stato commissionato dal grande archeologo milanese, per una confraternita maschile in onore di S. Apollonia, dove scelse di essere sepolto. Nel 1660, per far posto al fonte battesimale, la cappella venne spostata nella navata sinistra. (n.764 Montevecchi, cit., 1985, pp.80-83) Fu autore della celebre Urbis Romae Topographia (1544) e mercante di “anticaglie”. Abitava a Tor Sanguigna, dal 1525. Fu Cavaliere di S. Pietro e familiare del papa. Entrò infine nell’Ordine Agostiniano.(n.765  M. Albanese,in  D.B.I.,70-2008)

1566 “I Padri affittano una lor casa nel Rione di Ponte a S. Lucia della Tinta, a Francesco del q.m Giovanni Domenico del Cornello”, per dieci anni. (n.766 b.15, n.402)

1566 “Lavinia, figlia di Domenico Zacchetti moglie già di Medardo, oggi di Bartolomeo della Mirandola, nel suo testamento, lascia 4 scudi alla Compagnia di S. Monica (n.767 b.15, n.749) Nel 1545 un Antonio della Mirandola, sicuramente congiunto di Bartolomeo, riceveva la cittadinanza romana; Bartolomeo l’aveva avuta nel 1550.

1566 A luglio i Padri acconsentono alla vendita di cinque case della loro proprietà fatta dagli eredi del “q.m Marco Martini de Grandis a Mariotto del q.m Luca Lasi”. (n.768 b.15, n.403)

1566 “Casa a S. Anna – Christino Santolo da Narni, notaio capitolino, tiene allocatione questa casa portata in dote, con 1000 scudi, dalla moglie Laura Sonsina di Ferrara”. Nel 1583 Cristino elegge la sua sepoltura in S. Agostino e restituisce la casa al convento. (n.769 b.14, f.75r)

1566 “Francesco e Ludovico fratelli di Pietro Paolo de Steccatis impongono un annuo censo perpetuo sopra una loro casa nel Rione Colonna e lo vendono ad Ottavia, figlia del q.m Capitano Horatio de Elefantibus”. (n.770 b.15, n.747)La famiglia Steccati, di origine fiorentina, si era stabilita a Roma al tempo di Paolo III. Della famiglia de Elefantibus sono noti Marcello,Bartolomeo ed Emilio, citati nel 1568.

1567 Giovanni de Novi (notizie 1566-1567), falegname bolognese, esegue migliorie ad una casa di cui è pigionante “casa con stanze, cantina e bottegha, vicino la cappella di S.ta Monaca a Giovanni de Novi bolognese e Faustina d’Agostini, sua moglie”. Nel 1592 la donna sposerà in seconde nozze il mosaicista Matteo Rosselli. (n.771 b.15, n.361; cfr. 1562) Un altro documento riporta:“Non potendo Maestro Giovanni falegname habitare comodamente la casa ove lui sta a pigione s’esponeva et prometteva fabricar doi stantie”. (n.772 b.2, f.15v)

1567 “I Padri danno in enfiteusi perpetua a terza generazione a Giulio Ventura due case contigue di rimpetto al palazzo delli Padri del Popolo, nel Rione di Ponte”. (n.773 b.15, n.891)

1567 “Consenso dato a Giovanni Gomez e Francesco Diez sopra la casa alla Scrofa”. (n.774 b.15, n.2187)

1567 “Alli 23 agosto 1567 concessione d’un altare nella nostra chiesa alli Stampatori”. (n.775 b.15, n.2194) La così detta Societas impressorum si era costituita nel 1566 ed aveva chiesto agli agostiniani di poter celebrare i loro riti in un altare della chiesa. La confraternita era dedicata alla Ss. Concezione di Maria ed ai quattro Dottori della Chiesa, pertanto è plausibile ipotizzare che avessero ottenuto  l’altare dedicato alla Vergine in fondo alla navata sinistra. Nel 1600 si unirono con i librari  ed i legatori spostando la loro sede in S.Barbara; questo sodalizio durò fino al 1608.

1568 “Sebastiano Garoletto (sic)franzese consegnò scudi 50 d’oro per benefitio della sacrestia in tanti paramenti,con obligo di messe”.(n.776 b.22,c.48v)

1568 “Vicolo de’ Avantaggi – casa locata a Orazio Jacoboni”. (n.777 b.15, n.405) Nel 1596 il convento ne riprende il possesso. (n.778 b.14, f.52r)

1569 I Padri affittano per tre anni a Mons. Gallesio Regard, vescovo di Bagnorea (1563-1568), una casa alla Scrofa. (n.779 b.15, n.752)  Mons. Gallesio francese, fu canonico di S. Pietro, referendario, datario di Pio IV e cubiculario del cardinale Rodolfo Pio da Carpi (1500-1564) nel cui palazzo morì. Al prelato si deve la costruzione della Collegiata di S. Nicolò (1567) e il Palazzo Vescovile di Bagnoregio.

 1570 “Giovanni Battista di Domenico de Bonasonis vende a Floriano de Alessandro de Machiavellis et Elena sua moglie, la rata nel Monte de Pesci di Bologna”. (n.780 b.15, n.841) Il Bonasoni è bolognese mentre il Machiavelli  è un notaio di origine fiorentina, vicino alla famiglia de’ Medici. Nel 1589 Elena Machiavelli, nel suo testamento, elegge il convento come suo erede. (n.781 b.25, f.69r) Un Bernardo Machiavelli banchiere fu tesoriere di Leone X. (n.782 Amayden,cit.,ed.1987,pp.92-93)

1571 “Giovanni Maria di Giovanni Antonio de Coldrerio de Viggiù, impone un censo sopra una sua casa nel Rione di Parione a favore di Mario Millini e lo vende a Marta de Lucinia”. (n.783 b.15, n.860)Probabilmente, data la zona di provenienza, Giovanni Maria dovrebbe essere uno scalpellino attivo a Roma in campo edilizio.

1571 I Padri concedono a Ludovico di Castel Pisano “in enfiteusi perpetua una lor casetta con due calcare ed altri miglioramenti in un sito di 178 canne nel Rione di Campo Marzo, Piazza della Madonna dei Miracoli, proprietà del convento”. (n.784 b.15, n.413) Nel 1577 lascia al convento “l’eredità sua delli beni che possedeva in Roma, con obligo di messe” e cioè “due calcare non più attive, vicino alla Madonna de Miracoli, in luogo detto “la penna”. (n.785 b.22,c.41v) Questa proprietà nel 1593 passerà a G. B. Grazioli.

1571 “Instrumento sopra una casa con bottega e stanza e cantina al cantone della Scrofa a favore di Giacomo Allegra Zaccobiera (sic), Battista e Caterina”. (n.786 b.15, n.1037)

1571 “Affitto della spezieria alla Scrofa a Geronimo de Nobili, vita loro durante”.(n.787 b.15,n.2208) Nel 1578 è sepolto in S.Agostino Tarquinio de’ Nobili,fratello dello speziale. Nel 1586 “Affitto di una casa e bottega della spezieria alla Scrofa a Bernardino da Barga e Nunzio Nobili, per morte di Geronimo”.(n.788 b.15,n.1024) Nel 1594 si conferma l’affitto ai due farmacisti “vita durante”. L’abitazione si trovava nella parrocchia di S.Luigi dei Francesi.(n.789 b.15,n.1025) Nel 1590 “Costantino di Guido speziale,nel suo testamento,nominava suo successore nelle botteghe contigue alla nostra spezieria,Paolo de’ Gentili,figliolo di Costanza,sua sorella”. (n.790 b.15,n.2336)

1571 “Annibale e Orazio, figli di Aloisio Rucellai, successore di Monsignor Della Casa, vendono a Simone e Mario Guiducci la casa di cui al n.678”. (n.791 b.15, n.930)  Annibale, nipote di Mons. Della Casa, nel 1553 fu mandato in missione diplomatica in Francia alla corte di Enrico II; Luigi Rucellai (+1549), cognato del Della Casa, fu sollecitatore dei mercatores fiorentini  presso la Curia. Mons. della Casa è già citato in un documento del 1547. Nel 1573 i suddetti Simone e Mario Guiducci rivendettero la proprietà a Giovanni Francesco Ridolfi. (n.792 G. Brunelli, Giovanni Della Casa: l’esperienza in corte a Roma, in Giovanni Della Casa. Un seminario per il centenario, Roma 2006, pp.155-168)

1571 “I Padri prolungano la locatione di una casa alla Scrofa a Battista, fratello di Giacomo del q.m Marco Daleggia (sic) a 3a generazione”. (n.793 b.15, n.409)

1572 “Fu proposto di dare una casa che minaccia ruina a maestro Francesco Volterra ingegniero e fu concluso che se gli desse e che spendesse 200 scudi e ne desse altri 500 ogni volta che si facesse l’istrumento al convento e ogni anno pagasse 6 scudi di censo”. (n.794 b.2, c.32r)  L’anno successivo i padri ratificano il contratto “in enfiteusi, vita sua durante, di una lor casa nel Rione di Campo Marzio,dirimpetto alla casa di Marco Casale,in via della Stelletta”. (n.795 b.15, n.890) La facciata era affrescata da Raffaellino da Reggio, anch’egli abitante nella stessa strada. (n.796 b.15, n.1067) Qui la famiglia di Francesco da Volterra visse fino al 1596.

1573 “Orazio, Giovanni, Giovan Battista, figli di Ercole Micales e nipoti di Jacomo Ziani, vendono una casa nel Rione di Ponte, o Campo Marzio, a S. Lucia della Tinta, proprietà del convento, altre volte affittata al detto Jacomo e da lui data in dote a Elisabetta sua figlia e Francesco di Andrea Mancino”. (n.797 b.15, n.843)

1573 “Imposizione di un censo a favore di Dianora Scorpioni, con peso di messe all’altare di S. Monica”. (n.798 b.15, n.2214)  Inoltra la donna “impone un censo su una casa nel rione di Ponte a Monte Giordano,in luogo detto Pizzomerlo”.(n.799 b.22,c.39v) Nel 1579 il convento fa “instrumento con Diana de Scorpionis de scudi 150, per la restituzione de scudi 400 da Dianora, Carolo Latino Anagnino e Thoma Caresano”. Nel 1575 veniva sepolto in S.Agostino “Carlo de Latinis di Anagni aromatario, da parte della moglie Creusa de Panzirolis romana”. (n.800 b.25,cc.5v,6v; Forcella,cit.,1874,n.187) Nel 1605 il monastero riceve dalla donna “una casa alla Trinità de Monti, nella via Gregoriana”.(n.801 b.20, f.103r)

1573 “I Padri danno in enfiteusi una lor casa nel vicolo di S. Lucia della Tinta che minaccia rovina ad Antonio di Giovanni Franzino e Rustica Selvaggi sua moglie, ad effetto di restaurarla”. (n.802 b.15, n.416)

1574 I Padri concedono a Giovan Battista Pallavicini, abitante nella parrocchia di S. Pantaleo, la cappella del Crocifisso, con contratto rogato dal notaio Simone Cugnetto, “con i patti che siano tenuti di mantenere, risarcire e ornare a loro spese la detta cappella e suo altare”. (n.803 b.15, n.425) Nel 1565 il Pallavicino ricopriva la carica di Depositario Generale della Camera Apostolica. Un anno dopo, a luglio 1575, gli eredi di G. B. Pallavicini (morto il 13 febbraio), i fratelli Orazio, Fabio, Marcello e Scipione Mandosi subentrano nello juspatronato (n.804 b.15, n.443) Il Pallavicini, membro della nobile famiglia genovese, era figlio di Francesco, nipote a sua volta di Cipriano Pallavicini, vescovo di Genova. Nel 1575 Quintiliano Mandosi e gli altri eredi vendono all’aretino Mons. Pietro Camaiano, vescovo di Ascoli, una casa nel Rione Sant’Eustachio, assegnata da G. B. Pallavicini per dote della Cappella del Crocifisso. (n.805 b.15, n.785) Nel 1596 “Fabio Mandosio impone un annuo censo perpetuo sopra una sua casa nel Rione di S. Eustachio e lo vende alla cappella del SS.mo Crocifisso delli Mandosi, conceduta dalli Padri”. (n.806 b.15, n.920; cfr.1535)

1574 “Vendita di una casa alla Madonna dei Miracoli dagli eredi di Raffaele barbiere a Ludovico de Visdominis da Carpi ferraro”. (n.807 b.15, n.2220) Nel 1587 Ludovico e la moglie Helena schiavona, fanno testamento a favore del convento. (n.808 b.25, f.69v)

1574 “Giovan Battista e Vincenzo de Casinis rinunziano a favore del convento ad ogni pretenzione sopra una casa nel Rione di Campo Marzo, strada che va al palazzo del cardinale de Medici, altre volte posseduta da Faustina de Mutis”. (n.809 b.15, n.417)

1575 “Pietro e Lorenzo fratelli e per essi Felicita di Pietro, loro madre, vendono una lor casa a Piazza dell’Oca, proprietà dei Padri, a G. B. di Geronimo della Torre”. (n.810 b.15, n.757)

1576 “I Padri danno in enfiteusi una lor casa nel Rione di Ponte a Francesco Caplantaneo”. (n.811 b.15, n.935)

1576 “A maggio fu decollato a Tor di Nona, Neri Guardi, fu sepolto in S.Agostino e lassò in testamento scudi 100”.(n.812 b.22,c.40v) Dovrebbe trattarsi del capitano fiorentino , tradotto a Roma da Parma nel 1571 insieme a Domenico Boccacci suo servitore; qui fu preso in consegna da Pomponio Trinca di Norcia, auditore criminale di Monsignor Sangiorgio ,presidente di Romagna, per condurli in prigione,secondo l’ordine del papa. Difensore del capitano fiorentino era Alessandro Cavalca di Parma. Dai testi dell’epoca non è chiaro di quale grave crimine si fosse macchiato il Guardi.

1576 “Laura Bonaparte, vedova di Silverio Silveri de Piccolominibus fa testamento e lascia il legato di un annuo censo al convento”. (n.813 b.15, n.955) La donna, appartenente ad una nobile famiglia di Sarzana, non avendo avuto figli, aveva adottato Giovanni Domenico Corsignani, al quale Silverio, morendo nel 1569, aveva lasciato un legato di 2000 ducati. Silverio possedeva il feudo di Nemi passato poi nel 1566 a Francesco Cenci per scudi 4.300;questo, a sua volta, nel 1572 lo rivendeva ai Frangipane. Un Bernardino Silveri Piccolomini era stato Maestro di Casa di Paolo III.

1577 Il convento dà “in enfiteusi perpetua a Francesco q.m. Vincenzo di Pasquale di San Severino una casa prope et apud ianuam conventi in qua de presente inhabitat magister Daniel pictor, a S.ta Lucia della Tinta”. (n.814 b.2, f.44r; b.193, f.17r) L’ignoto artista abiterà la casa fino al 1584.

1578 A gennaio i Padri danno “in enfiteusi perpetua a Matteo di Domenico Rizzone una lor casa nel Rione de Campo Marzio, verso fiume nella strada detta le Scalette, ad effetto di restaurarla, con condizione di spendervi scudi 300 in miglioramenti”. (n.815 b.15, n.421)

1578 “Elena, moglie del q.m Giovanni Maria di Luca Bassi, padrona enfiteutica di una casa nel Rione de Monti, la vende e cede in perpetuo a G. B. Zaccone”. (n.816 b.15, n.842)

1578 “Turino Righino, di Giovanni Righino, vermicellaro, lascia al convento tre scudi moneta, de una sua casa di là del Tevere, dove si dice la Vignola, dirimpetto alle carceri di Tor di Nona”. (n.817 b.15, n.845)

1578 ” Dominus Christoforus de Anciso romano impone un annuo censo de scudi 40 su una casa nel rione Colonna,vicino le Colonnelle del Collegio Capranica”.(n.818 b.25,c.4r)

1578 “Affitto di casa a Capo le Case, nel cantone d’un vicolo a mano destra vicino alla Madonna di Costantinopoli, che fu di fra’ Patiente, a Virginia Anguissola, sorella del R.mo Generale Spirito”. (n.819 b.15, n.2227) Il prelato citato è Spirito Pelo Anguissola, procuratore generale dell’Ordine Agostiniano, nato a Vicenza nel 1534 e morto a Bologna nel 1586.

1579 “Si concede la casa alla strada per andare a S. Lucia della Tinta, a Giulia di Andrea Tavasca (sic), vita sua durante”. (n.820 b.15, n.1030)

1579 “Concessione della casa contigua alli Casali, dalla parte verso S. Salvatore delle Coppelle, a vita di Andrea Fumagalli e Giovanna sua moglie”. (n.821 b.15, n.2238)

1580 “Magnificus Dominus Joa Batta de Galantibus romano lascia un legato per messe, per sè e suoi eredi q.m Domini Antonini de Galantibus”.(n.822 b.25,c.5v) Nel 1588 “Antonietto Galanti lassa al convento scudi 13 d’oro in oro l’anno con obligo di messe”. Forse appartiene a questa famiglia Giovanni Andrea Galantino di Brescia, scrittore apostolico, sepolto a S.Agostino.(n.823 b.22,c.49v; Forcella,cit.,1874,n.159)

1580 “Affitto di casa a Domenico Calcina romano matarazzaro et Fortuna sua moglie”.(n.824 b.25,c.5v)

1580 “Domenico di Giacomo Bottier bolognese, nel suo testamento lassa al convento scudi 25 con obligo di messe”.(n.825 b.22,c.46v)

1581 “Vendita di una casa fatta ad Alessandro di Francesco Maria Ciampoli, da Giorgio Cerruti”. (n.826 b.15, n.2252)

1583 “Gio.Enriquez de Herrera paga  ai Padri li denari lasciati da Isabella alias Anna Simona de Barcellona”, della quale è esecutore testamentario (n.827 b.15, n.2265) Nel 1595 vende due stanze Isabella,figlia di Nicolò de Bissa de Valenza, al Sig. Bartolomeo della Croce,”phisico”.(n.828 b.25,c.110v) Si tratta del famoso banchiere castigliano, socio in affari di Ottavio Costa. (n.829  M. C. Terzaghi, Caravaggio, Annibale Carracci, Guido Reni tra le ricevute del banco Herrera, Roma, 2007, pp.67-113)

1583 “I padri affittano a Giulio Cesare de Rubeis e Clarice Buonvicini, sua moglie, una lor casa nella strada dell’Orso verso alla Scrofa”. (n.830 b.15, n.897) La famiglia ne è ancora in possesso nel 1585.

1583 “Lucretia fiorentina, moglie di Tomaso Perino fiorentino impone un censo di scudi 400 e dopo la morte lo dona al convento”.(n.831 b.22,c.46v)

1584 Affitto di una casa a Fabio Santacroce. (n.832 b.15, n.2269) Nel 1571 gli era morta la moglie Clemenza de Crescenzi, sepolta a S.Maria in Publicolis, come il figlio Girolamo, deceduto nel 1580. Durante il pontificato di Sisto V (1585-1590) Fabio fu aiutante generale della flotta papale

1584 “Mons. Rodolfo Bonfiglioli tesoriere della Camera Apostolica, rinuncia alla lite intentata dalla medesima sopra una casa vicino al monastero di S. Anna”. (n.833 b.15, n.430) Nato a Bologna, studia e si laurea in legge a Roma nel 1557; nel 1572 è commissario della Camera Apostolica per il riassetto delle finanze pontificie;nel 1580 è cameriere segreto del papa;  nel 1581 è tesoriere della Camera Apostolica. Fu protagonista della politica finanziaria di Gregorio XIII (1584 Revisione dei diritti fiscali); con l’avvento di Sisto V si ritirò a Bologna. Sposa Lucrezia, figlia del nobile romano Vincenzo Sordi. Nel 1585 cade in disgrazia accusato di gravi irregolarità nell’esercizio delle sue funzioni; viene arrestato ma poi rilasciato dietro pagamento di 40.000 scudi. Nel 1596 tornato a Roma, viene eletto da Clemente VIII provvisore del Monte di Pietà. Muore nel 1604.(n.834  C. Gennaro, in D.B.I.,12-1971)

1584 “Giovanni Antonio di Sebastiano de Santonis impone un annuo censo sopra una vigna con casa, fuor di Porta Angelica, dove si dice Monteverde, e lo vende a G. B. Marinangelo”. (n.835 b.15, n.769)

1584-1590 Ricevute diverse “da Maestro Antonio da Faenza refice di scudi sette per la nostra casa et botheca alla Scrofa”.(n.836 b.193,c.29v) Si tratta del famoso orefice Antonio Gentili da Faenza attivo a Roma dal 1563 al 1609, ma già presente nell’Urbe dal 1549. Dopo aver abitato alla Scrofa, si trasferì in Via Giulia; quando morì infatti fu sepolto nella chiesa di S.Biagio in via Giulia.( n.837 Bulgari,Roma I,pp.226-227)

1585 “Vigna che fu di Giovanni da Gambassi Spetiale, poi di Lorenzo Quattrocchi, Alessandro francese e Domenico Lippi, che la vendè a Panphilo Marchese. (n.838 b.15, n.364)

1585 Il convento rientra in possesso della casa e bottega per la morte di messer Giovanni Calcagni barbiere. (n.839 b.25, f.9r)

1585 I Padri affittano una casa con bottega, nell’isolato del convento, ad Annibale di Rocca Contrada”. (n.840 b.15, n.350)

1585 “Affitto di casa e bottega, incontro a S. Antonio de Portoghesi, a Marc’Antonio genovese”. (n.841 b.15, n.1028)

1585 “Affitto di casa con fondaco al Pellegrino, vicino alla Piazza dei Cappellari, a Pompeo Pellegrini, subaffittata a Pietro et Amadio Roncaldi a 150 scudi l’anno”.(n.842 b.15, n.1026) I Roncalli erano “ferrari” di origine bergamasca.

1585 “Marzia del q.m Angelo Garzia, moglie di Francesco Pasquale de Solodeo, nel suo testamento, elegge la sua sepoltura in S. Agostino, cui lascia un annuo legato”. (n.843 b.15, n.435)

1585 “Catarina Angelica, nel suo testamento, istituendo suo erede Francesco Scapucci, lascia alli Padri di S. Agostino, un annuo censo di scudi 32”. (n.844 b.15, n.994) Nel 1575 ”Modesta Dulcia, vedova di Cosmo de Scapucci, aveva fatto donazione perpetua di tutti i suoi beni a Francesco, suo figliolo maggiore”. (n.845 b.15, n.990; cfr. 1563) Nel 1597 ancora “Modesta Dulcia, sorella di Giovanni Vincenzo Dulci, vedova di Agapito de Magistris, nomina alla casa, Brigida de Magistris”. (n.846 b.15, n.826)

1585 “Giovanni Battista de Prato, nel suo testamento, elegge la sua sepoltura in S. Agostino, alli di cui frati lascia una casa in Borgo, col peso di una messa all’altare privilegiato e alla Compagnia del Corpus Domini in S. Agostino”. (n.847 b.15, n.995)

1585 “Possesso della Stufa ricomprata dalli eredi di Bernardo de Ferraris”. (n.848 b.15, n.2270) Nello stesso anno i padri fanno la concordia con gli eredi di Belardino da Caravaggio “stufarolo, cum Stefanus eius filius et Albiniam de Galbiatis”, relativo ad una certa somma per eseguire “miglioramenti” alla stufa.(n.849 b.25, f.8r) Nello stesso anno è annotato: “Stufa e casa dentro il vicoletto dietro la chiesa, vi abita maestro Vittorio stufarolo e paga l’anno scudi 90. Questa stufa fu litigata con Albinia Bellocchi e Stefano de Ferraris”. L’edificio nel 1570 risultava in possesso di Belardino Ferraris”,(n.850 b.20, f.27r)mentre nel 1593 si trova annotato:” Si fa locatione della nostra stufa a messer Vittorio d’Alessio, schiavone stufarolo”.(n.851 b.25,c.18v)

1586 “Affitto della casa all’Immagine di Ponte, pro indiviso con li Padri della Pace a Giorgio Raccamatore”. (n.852 b.15, n.1033)

1586 “Affitto di una casa e bottega della Spetiaria alla Scrofa a Bernardino de Belardini de Barga e Nunzio Nobili, da Massa della Marca, per 160 scudi l’anno, per morte de Geronimo”. (n.853 b.15, n.1024) Già nel 1571 è annotato “Affitto della Spezieria alla Scrofa a Geronimo de Nobili, vita loro durante”. (n.854 b.15, n.2208) Nel 1594 si riconferma l’affitto ai due fratelli farmacisti “vita durante”.(n.855 b.15, n.1025;cfr.1571) Nel 1590 “Costantino di Guido speziale, nel suo testamento, nomina suo successore nelle botteghe contigue alla nostra Speziaria, Paolo de Gentili, figliolo di Costanza, sua sorella”. (n.856 b.15, n.2336). Nel 1597 si fa la “concordia tra i padri e Paolo Gentile spetiale, nipote di Messer Costantino”. (n.857 b.25, f.23v)

1586 “Francesco, figlio et erede di Carlo de Mazzeis (+1586), per sé e suo fratello Domenico, promette di dare in perpetuo al convento scudi 18 per limosina”. (n.858 b.15, n.849) Contemporaneamente “lassano un terzo delle loro proprietà al convento,con obligo di messe”.(n.859 b.22,c.46v) Carlo fu avvocato concistoriale e morendo fu sepolto a S.Agostino.(n.860 Forcella,cit.,1874,n.201)

1587 ” Flaminia Micinelli nel suo testamento lassa un censo de scudi 100 con obligo di messe”; nel 1592 Giovanni Antonio Neri, suo erede,”sborzò scudi 50 per la sua parte”.(n.861 b.22,c.47v)

1587 La famiglia di Carlo Baldassini, originaria di Jesi, ma a Roma da inizio Cinquecento, entra in possesso della cappella del Presepio, restituita al monastero dal precedente possessore, come da contratto col notaio Romauli. Dalle carte d’archivio, come si è visto, risulta che questa cappella era stata prima di Pietro Stampa Romano e poi nel 1564 di Giovanni M. Capello. I Baldassini abitavano un palazzo in via delle Coppelle costruito da Antonio da Sangallo jr., con affreschi di Perin del Vaga (1513-1520). Nel 1526 si fa dire una messa “per la b.m. de messer Melchiorre Baldassini”. Nel 1527 il convento aveva pagato un muratore “per haver matonato due sepolture in giesa cioè una a San Nicola, fò la madre de Messer Melchiorre Baldassini”. (n.862 b.110, ff.85r, 115v) Nel 1582 i Padri “ad effetto di poter restaurare una lor casa posta nel Ghetto, impongono un censo perpetuo sopra la medesima casa e lo vendono a Carlo Baldassini col peso di messe all’altare di S. Nicola da Tolentino”. (n.863 b.15, n.896) Nel 1576  moriva a soli tre anni Fabrizio, figlio di Ginevra Conti, che venne sepolto in S. Agostino. Diversi membri della famiglia nel corso del secolo furono avvocati concistoriali. Alla morte di Melchiorre (1526), la vedova affittava il palazzo a Monsignor della Casa (1503-1556) e successivamente a Pietro Bembo (1470-1547), che infatti, è noto, muore nel palazzo del Marchese Baldassini in Campo Marzio. Monsignor della Casa era venuto a Roma nel 1529, chiamatovi dal padre; qui aveva frequentato l’Accademia dei Vignaioli; nel 1537 è chierico di Camera di Paolo III; nel 1540 lascia Roma per andare in Romagna come commissario pontificio; nel 1544 è eletto tesoriere pontificio e arcivescovo di Benevento, dietro garanzia del Bembo. Nel 1555 rientra definitivamente a Roma dove muore l’anno successivo in un palazzo di Giovanni de’ Ricci. Nel 1572 Rodolfo Baldassini è maestro di casa del card. Tolomeo Gallio. (n.864 Amayden,cit.,ed.1987 p.205; M. Cogotti – L. Gigli, Palazzo Baldassini, Roma 1995)

1587 “Simone di Battista di Carlo di Morriccione milanese, nel suo testamento, lascia 10 scudi all’altare maggiore per ornamenti e 100 scudi da investire, col peso di una messa”. (n.865 b.15, n.957; b.22,c.47v)

1588  “Costanzo Mutigliano bolognese lassò scudi 800 al P.M. Michelangelo bolognese, con obligo di messe”.(n.866 b.22,c.49v)

1588 Almeno da questo anno il falegname centese Alessandro Martinengo (notizie 1551 c.-post 1618) abita in una casa del convento in via della Scrofa, insieme alla moglie Ersilia de Benedetti e al socio Defendente bergamasco; entrambi avevano lavorato per la chiesa agostiniana. “Casa 48a-Magister Alexandro Martinenghi, filius q.m Joa, an.45; D. Ursulina eius uxor ,an.46; casa 50a-Defendente suo garzone de Bergamo,an.37; Franciscus Santini de Caravaggio, an.21”. ( n.867 ASVR, Stati d’Anime, 1597, ff.24v-25r,49r)

1588 “Giovanni Antonio Serbelloni, cardinale di S. Giorgio, dà in enfiteusi a Vincenzo e Santi, figli et eredi di Filippo Magno, alias l’Innamorato, casa e fienile fabbricati nella proprietà di essi Serbelloni”. (n.868 b.15, n.1001) Il cardinale milanese (1519-1591) era nipote di Pio IV; nel 1560 fu vescovo di Novara; nel 1563 ottenne la cittadinanza romana.

1588 “Clarissa di Alessandro Gentile, moglie di Giovanni Masano, vende una casa nel Rione di Campo Marzio, Strada delle Scalette, a Bartolomeo Benedetti”. (n.869 b.15, n.851) Nel 1592 “I Padri consentono alla vendita di una lor casa alle Scalette, fatta dalla Reverenda Camera Apostolica, alli eredi del q.m Bartolomeo Benedetti”. (n.870 b.15, n.436) Risulta che nel 1543 il Benedetti era governatore di Ascoli.

1588 “Antonio Piccione dona al convento un censo di scudi 100 imposto dall’Università dell’Hebrei, con obligo di messe all’altare maggiore”.(n.871 b.22,c. 48v)

1589 “I Padri riprendono il possesso della casa con forno e granaro alla Scrofa, per morte di Giovanni Francesco de Ragnis”. (n.872 b.15, n.917) Questo edificio si trovava tra la chiesa di S.Agostino e la “stufa nostra”; nel 1514 l’aveva Luchino fornaro; nel 1579 si ha un patto col fornaio Francesco de Ragnis per la fornitura annua di pane al convento; alla morte di Francesco nel 1589, gli subentrano “Simone Ragno et Filippo de Carlo de Bergamo”.(n.873 b.20,cc.3r,4r;b.25,c.6r)

1589 I Padri affittano “una botega con stanzetta e cantina ad Agostino Gatti”. (n.874 b.15, n.1035)

1589 “Affitto della casa contigua al n.1030, a Gentile Pistoiese”. (n.875 b.15, n.1031)

1590 “Ippolita de Blasiis gaetana dona al convento 200 scudi dati a censo sopra tre botteghe vicino la chiesa, col peso di messe”. (n.876 b.15, n.901)

1590 “Ludovico Albertoni e Casinia Stefanoni, sua moglie, e Francesco Panerio, impone un annuo censo sopra una casa nel Monte Pincio, e lo vende alli Padri”. (n.877 b.15, n.853) Ludovico Albertoni era dottore in legge e professore alla Sapienza,mentre la moglie potrebbe essere la figlia dell’antiquario vicentino Pietro Stefanoni.

1591 “Cilla Santacroce impone un censo di 200 scudi sopra una sua casa nel Rione Campitelli vicino la Piazza dei Mattei e lo vende alli Padri, con la donazione di 100 scudi e col peso di un anniversario”. (n.878 b.15, n.902) Antonia Pacifici dà scudi 100 con obligo di messe, con censo sulla casa della signora Cilla Santacroce, poi passata a Clarice Riccioli”.(n.879 b.22,c.51v) Cilla potrebbe essere il diminutivo di Ersilia, moglie di Francesco Cenci e nipote del cardinale Prospero Santacroce.

1591 “Consenso alla vendita della casa alla piazza dell’Oca, compra per via de corte, da Bartolomeo Brunetti banchiere ad istanza de G. B. Carusio, creditore de Giovanni de Grotta Rossa”. (n.880 b.25, f.109r) Di questo banchiere non si è trovata alcuna notizia.

1591 “Mons. Bartolomeo Cesi, Tesoriere della Reverenda Camera Apostolica, vende una casa nel Rione di Campo Marzio, alle Scalette, trovatasi nell’eredità di Battista mantovano, morto senza figli”. (n.881 b.15, n.854)

1591 “Marzia de Anellis de Rubeis, moglie di Latino Bizoco de Ursinis  romano, istituisce suo erede detto suo marito e, dopo di lui, il convento di S. Agostino”. (n.882 b.15, n.434) Marzia, cortigiana, abitava nella stessa casa  dove era vissuto l’orefice Pompeo de Capitaneis; del marito invece non si è trovata alcuna notizia.

1591 “Bartolomeo Tornioli vicentino lassò metà casa al vicolo de Caetani,con obligo di messe”.(n.883 b.22,c.50v)

1591 In questo anno abita in una casa con bottega del convento presso S.Maria del Popolo, in Strada Leonina, il pittore e mosaicista  bresciano Vincenzo Stella (notizie 1570-1614), figlio di Giovanni Giacomo, anch’egli pittore. Detta casa gli viene ceduta l’anno successivo dal famoso argentiere Curzio Vanni (attivo 1583-1614), per 950 scudi: “in via Recta qua dicitur ad plateam Populi”. E ancora:”Un fondo di alcune case l’hebbe Curzio Vanni,hora l’ha Vincenzo Stella”; “Adì 22 di giugno 1598 fu prestato il consenso a M.o Vincenzo Stella pittore de poter pigliare a censo 120 scudi sopra la casa che egli ha nel nostro fondo al Popolo, che comprò da Curzio Vanni”.(n.884 AGA, A 10 Campione de canoni, cc. 11r,49r) Nel 1588 “Isabella Zabarella e Carlo de Stellis suo marito, fanno quietanza a Giovanni Battista e Giulio Cesare, fratelli de Stellis, del denaro ritratto dalla vendita di una casa dotale di essa Isabella, fatta a Marcantonio Florentio”. Quest’ultimo era un ecclesiastico perugino, intimo di Pio V, di cui fu cameriere, e di Gregorio XIII, pontefici per i quali tenne i rapporti tra Umbria e Roma; abitava a palazzo Magnanapoli; morì nel 1600. Giulio Cesare de Stellis (1564-1624) scrisse Le Colombiadi, sulla scoperta dell’America. (n.885 b.15, nn.437, 927, 1000) La famiglia Zabarella era di origine padovana; in piazza S. Salvatore in Campo si trovava una casa con lo stemma de Stellis. Negli anni 1574-1575 Vincenzo Stella dipinge stendardi processionali, crocifissi e cataletto per l’arciconfraternita  della SS.Trinità dei Pellegrini.

1592 “Possesso di casa, macello e stanza di sopra, a Tor Sanguigna, ricaduto per morte di Francesco Morello”. Lo stesso anno i Padri lo affittano a Federico de Santi. (n.886 b.15, nn. 1039, 2354)

1592 “Locatione de una vigna a Decio Martinelli d’Aversa, sartore a Monte Giordano”. (n.887 b.25, f.17v)

1592 Giovanni Battista di Giulio de Sapis alias Titta Squarcia, vende a Elisabetta di Bernardino Lepetit, sua nipote di sorella, una sua casa nel Rione di Campo Marzio, alle Scalette, proprietà del convento”. (n.888 b.15, n.855)

1592 “I Padri prorogano a Gaspare Scalibastri de Consonibus la locazione della casa con forno alla Scrofa. (n.889 b.15, n.856)

1592 “Francesca Collina lascia erede il convento di una vigna e due case in Prati vicino al giardino del sig. Paolo del Bufalo ”. (n.890 b.15, n.904)

1592 “Messer Francesco Corasi speziale a capo la piazza de S. Apollinare, nel suo testamento, lascia scudi 100 al convento”. (n.891 b.22,c.52v;b.25, f.70v)

1592 “I Padri danno il loro consenso alla vendita di una lor casa in Campo Marzio, fatta da Fabrizio de Fano a nome de Giovanni Pellicano Referendario”. (n.892 b.15, n.439) Nel 1598 i suoi eredi Filippo e Francesco, fratelli de Pellicanis “danno il consenso alla vendita di una casa a Campo Marzio, a Francesco de Andreis”. (n.893 b.15, n.928) Giovanni Pellicani di Macerata, marito di Antonia de Vico urbinate, fu senatore di Roma; nel 1585, rimasto vedovo, intraprese la carriera ecclesiastica; fu referendario utriusque signaturae; governò l’Umbria e la Romagna col titolo di presidente. Durante il pontificato di Sisto V, riformò gli Statuti di Ascoli e Avignone. Morì nel 1604.

1592 In questo anno risulta abitare, già da tempo, in una casa del convento il mosaicista Paolo Rossetti da Cento (notizie ante 1592-1621): “A dì 19 giugno fu fatto il contratto della prolungazione delle case dietro la cappella de S. Monica oltre la vita di Madonna Faustina, anco nella vita di M.o Paolo Rossetti, pittore, suo marito”. (n.894 b.15, n.438)

1593 “I Padri vendono, col patto di redimere a Giacopino di Giovanni Lasagnini, una lor casa vicino alla stufa,nella strada di S.Trifone, nel Rione di Campo Marzio”. (n.895 b.15, n.904) L’anno seguente affittano a Giovanni Maria di Lorenzo Lasagnini una lor casa con bottega, sotto il convento, alla Scrofa”. (n.896 b.15, n.910) Risulta che nel 1586 era stato sepolto in S.Agostino, Giacomo Lasagnini.(n.897 Forcella,cit.,1874,n.202) Ancora nel 1609 Domenico Lasagnini marescalco abita in questa casa”nel cantone della stufa nella strada de S.Trifone”.( n.898 b.20,c.26r) La famiglia era di origine fiorentina ed aveva la sua sepoltura in S. Giovanni dei Fiorentini. Sembra fossero “ferrari”.

1593 “I Padri affittano a Jacobo Rovere e Giovanni de Rosellis una lor casa nel Rione di Campo Marzio, a S. Lucia della Tinta”. (n.899 b.15, n.905) L’anno successivo ratificano il contratto per sei anni. (n.900 b.15, n.906)

1593 “Giacomo Varano confessa possedere una casetta nel vicolo dietro Palazzo Altemps, affittata dalli Padri”. (n.901 b.15, n.814) Alcuni dei Varano, originari di Camerino, furono Gonfalonieri della Chiesa.

1593 “Locatione delle nostre calcare al Popolo a messer G. B. Gratioli da Rezzo de Lombardia, mercante di seta in Banchi, per 160 scudi l’anno”. (n.902 b.25, f.18v)

1594 “I padri danno il consenso alla vendita di tre casette nel Rione di Campo Marzio, a Piazza dell’Oca, fatto ad istanza di Flaminia Riccia, contro G. B. Volpe e sua moglie”. (n.903 b.15, n.908) Nello stesso anno i padri danno il consenso alla vendita della casa di G. B. Volpe a “Francesco Barone franzese lotaringio, per scudi 389”.

1594 “I Padri danno il consenso alla vendita di una lor casetta a Campo Marzio, Piazza dell’Oca, fatta da Biagio di Giovanni Bonetti a favore di Benedetto Martiniano”. (n.904 b.15, n.912)

1595 Nelle Entrate di Sacrestia si trova scritto che Giulio Biondi e madonna Clementina  Tesaura romana,sua moglie, lasciavano 20 scudi per una lapide tombale ” che hanno posta nella nostra chiesa dinanzi all’altare del Crocifisso, dietro l’organo”, cioè il quinto della navata destra. Entrambi risultano sepolti in chiesa nel 1595. (n.905 b.117, c.8r; Forcella,cit.,1874,n.221)

1595 “Vendita di una casa a Piazza dell’Oca da Nicolò e Antonio de Bubolis a Christoforo di Francesco Barberis”. (n.906 b.15, n.927) I del Bufalo, di origine toscana, erano presenti a Roma dal Medio Evo; abitavano in Piazza Colonna vicino a palazzo Veraldi; nei pressi c’era via del Bufalo. Molti della famiglia ricoprirono la carica di conservatore. Avevano la cappella nella chiesa di S. Andrea delle Fratte.

1595 “Alessandra Bonelli,moglie del q.m Agostino de Aymone de Prato, vende una sua casa alla Madonna dei Miracoli a Girolamo Sibellis”.(b.15,n.520) I padri danno il consenso alla vendita di una parte di casa alla Madonna SS. delli Miracoli a messer Girolamo Sibellis da madonna Alessandra Bonelli romana, per prezzo de scudi 302”. (n.907 b.25, c.111v)

1595 Michele Cacciaguerra, conte di Asciano nel Senese, Canonico di S. Pietro, versava 12 scudi “sono per il sito de una lapide de sepoltura posta nella nostra chiesa, davanti la sacrestia”. Precedentemente erano stati inumati qui anche Cristoforo e Francesco. Cristoforo era guardiano della Confraternita di S. Rocco, chierico di Camera e segretario di Giulio III. La famiglia abitava in via Alessandrina. (n.908 b.117, c.8v) Nel 1564 Cristoforo aveva “affrancato un censo imposto sopra una casa di Alfonso de Bobadilla nel Rione de Campo Marzio”. (n.909 b.15, n.427) Si tratta forse un discendente del vescovo Francesco. (cfr. 1517)

1595 “I Padri danno in enfiteusi a Giovanni Andrea de Rubeis, milanese setarolo, e Tiberio suo figlio, una lor vigna for di Porta Castello, a Monte Secco”. (n.910 b.15, n.913)

1595 “I padri costringono il loro priore Petrarca de Petrarchis ad effetto di riscotere i loro crediti da Giovanni e Lorenzo de Poloni e dalli eredi di Michelangelo Natale Benedetto de Pulito de Tivoli”. (n.911 b.15, n.797) Di questo priore agostiniano non si è trovata alcuna notizia.

1596 “Lorenzo Guarro, alias Queriolo, lascia la casa che Mariano, arciprete della Rotonda, suo zio, haveva comprato da Antonio Vecchio”. (n.912 b.15, n.898)

1596 “Girolama, vedova di Marco Antonio Campora, reintegrata per la sua dote, in una casa nel Rione della Renella, sopra la quale aveva un censo Ilario Mauro”. (n.913 b.15, n.960)

1596 “Locatione a messer Flaminio Costanzi romano battiloro de una casa con bottega a Tor Sanguigna”. (n.914 b.25, 20r)

1596 “Eusebio da Vercelli nel suo testamento lascia al convento una vigna di molte pezze dietro S. Pietro, nella Valle dell’Inferno”. (n.915 b.15, n.2185) È sepolto a S. Agostino. (Forcella, cit.,1874,n. 170) Dovrebbe trattarsi del sacerdote Eusebio de Marchis da Vercelli.

1596 In questo anno, nell’Introito, si legge che Pietro de Roncalli, ferraro  e piombatore bergamasco, paga la pigione di una casa con bottega a via del Pellegrino. (n.916 b.195, f.150r) A lui si deve la copertura a piombo della cupola.

1597 Negli Stati d’Anime è citata: “Casa 27a – In domo Dominus Paulus Quintilius romanus an.61, con la famiglia, nel vicolo di S. Agostino”. (n.917 ASVR, S. Agostino, n.52, 1597-1644, c.13v). Questa famiglia era presente a Roma dal XV secolo; nel 1533 Filippo Quintili fu Auditor Camerae; nel 1584 si era avuta la concordia tra Paolo Quintili (notaio) enfiteuta della casa del convento nel Rione di Campo Marzio, al fine della Piazza della Scrofa e G. B. Ziani, sopra l’appoggiare un muro”. (n.918 b.15, n.792) Nel 1543 si era affittata una casa lasciata dal Padre Maestro Paolo Mattabuffi, poco lontano da S. Antonio dei Portoghesi, che poi si diede a Paolo Quintili. (n.919 b.15, n.1023)

1597 Negli Stati d’Anime è riportato: “Casa 85a del Sig. G. B. Veraldi, la signora Giulia con numerosa famiglia”. (n.920 ASVR, S. Agostino, n.52, f.42r)

1597 “Lucia, vedova di Ambrogio Girardi nel suo testamento fa un legato di scudi 50 a favore del convento”. (n.921 b.15, n.961)

1597 “Magistro Gio. Francesco Aldobrandini fa intimare Zenobia Anglona per la vendita della di lei casa”. (n.922 b.15, n.896)L’Aldobrandini è genero di Clemente VIII.(n.923 in D.B.I., 2-1960) In questo stesso anno i Padri incaricano l’architetto Giovanni Angelo della Bella (notizie 1597-1610) della “misura e stima” della casa dell’Aldobrandini. Nel 1602 l’architetto è pigionante di una casa del convento nel Rione di Campo Marzio, a Montedoro. (n.924 b.15, n.1062)

1597 “Casa 20-In domo D. Laurentijs  de Bergamo, magister Joa Bapta Vasconus, an.57”.( n.925 ASVR, Stati d’anime,n.52, 1597,c.20) Negli Stati d’anime di questo anno sono elencati anche :”In domo Trinci-Joannes Andreas pictor, an.25; Domenico Solaro milanese,an.35; Joannes jacobus, an.26″.( n.926  ibidem, c.39v)

1597 “Casa 86a del pittore, an.26 in Campo Marzio: Magister Antivedutus Grammatica romanus pictor, an.26; Joannes Petrus famulus, an.12”.(n.927 ASVR,idem,1597,cc.42v,51v) Chi scrive ha pubblicato il dipinto, che si riteneva perduto, raffigurante L’Angelo custode, realizzato per gli agostiniani da Antiveduto. Dalla biografia dell’artista risulta che egli lavorò , per circa dieci anni,fino al 1591, nella bottega di Gian Domenico Angelini, situata nei pressi di S.Agostino. Dall’inizio degli anni ’90, abita e tiene bottega  nella parrocchia di S.Trifone.  Negli ultimi anni del secolo, con la sua attività di “capocciante” aveva raggiunto una discreta agiatezza economica . La data del suo trasferimento in una casa , sempre di proprietà degli agostiniani, nei pressi di S.Maria del Popolo, da me collocata intorno al 1600, sulla base di questo documento, va anticipata al 1597, due anni prima di sposarsi.( n.928 Pedrocchi, in Siena e Roma.Raffaello,Caravaggio e i protagonisti di un legame antico, Siena 2005,pp. 368-370)

1597 Contratto con Scipione e G. B. Vipereschi per la dote della cappella della Nunziata. (n.929 b.15, n.2395) I Vipereschi erano originari di Tarquinia; Scipione nel 1587 aveva sposato Agnese Massimo. Era custode delle scale di Campidoglio.

1597 “Possesso di casa di Benedetto Pisano e Caterina Olivieri, detta de Bellocchi, al vicolo della Maddalena, verso Capranica”. (n.930 b.15, n.2398) La donna è già citata in un documento del 1550. La casa  apparteneva a Benedetto Olivieri di Pisa faber lignarius (notizie 1531-1552) già dal 1531; nel 1552, alla sua morte, si legge nel Liber domorum: “Mastro Benedictus pisanus faber lignarius scudi sei di quelli dati per il deposito del rev.M.P.Pietro Romano”. Dopo la sua morte gli subentra la figlia Caterina. (n.931 b.2, f.1; b.15, nn.357-358)

1597 “Angelo Damasceno dà 100 scudi da reinvestire per il legato di Porzia Damasceni per l’anima di Curzio Calani”. (n.932 b.15, n.2398)Angelo, canonico di S.Pietro, era fratellastro del card. Alessandro Peretti Montalto, in quanto figlio di un precedente matrimonio del padre Fabio. Questo era fratello di Porzia, zia quindi di Angelo. La donna è citata nel testamento del monsignore (1644)che lascia erede universale il card.Francesco Peretti Montalto. Muore nel 1645. (n.933 Le scarse notizie sui due Damasceni  mi sono state fornite da Belinda Granata, che  ringrazio)

1598 “I Padri affittano una lor casa nel Rione Colonna al Pozzo delle Cornacchie, a Marta Lucci dello Spagnolo da sotto canone”. (n.934 b.15, n.858)

1599 “Consenso alla vendita di una casa a Campo Marzio, luogo della Penna, fatta da Jacomo Carufello, marito di Marta di Antonio di Giovanni, a Giovanni Antonio Sguarcio”. (n.935 b.15, n.929)

1599 “Lucrezia e Margarita figlie di Marcello Vestri Barbiani, fanno rinunzia gentile [di una casa] a favore di Ottaviano Vestri”, segretario domestico, avvocato concistoriale e segretaio dei Brevi del Papa. (n.936 b.15, n.1016) Nel 1583 i Padri avevano affittato a Marcello Vestri Barbiani, suo figlio, un casale con tenuta di pertinenza della loro chiesa di S. Matteo. (n.937 b.15, n.934) Marcello era nato a Imola, figlio del canonico Ottavio; la famiglia era presente a Roma da metà Cinquecento. Nel 1575 Marcello aveva sposato Settimia di Camillo Rustici; rimasto vedovo, era entrato al servizio di Gregorio XIV, di cui era nipote. Negli anni ’60 Ottaviano aveva fatto costruire la Villa Belpoggio a Frascati. (n.938  M. B. Guerrieri Borsoi, Novità su Villa Belpoggio a Frascati, in Strenna dei Romanisti, Roma 2008, pp. 345-361, e bibliografia precedente) Nel 1582 i Padri di S. Agostino avevano concesso a Marcello la cappella della Trasfigurazione, dove fu sepolto nel 1606, oltre alla madre Maria. (n.939 b.15, n.931; Forcella,cit.,1874 nn.195-196)

1604 “Fu dato il consenso alla vendita fatta dalli Signori Heredi de Gio: Francesco Ridolfi all’Ill.mo Card. Gio: Francesco Maria Bourbon, detto del Monte per prezzo de scudi cinquemila”. (n.940 b.25, c.116v)  Giovanni Francesco Ridolfi era un banchiere, in società con gli Olgiati, con i quali dal 1578 gestiva l’appalto delle miniere di allume. Nato nel 1549 il cardinale era morto a Roma nel 1621. All’inizio della sua carriera ecclesiastica era stato familiare del cardinale Alessandro Sforza, suo parente; nel 1580 divenne referendario, poi prefetto dei Riti e, nel 1581, vescovo di Pesaro. Eletto cardinale nel 1588 era stato al servizio del cardinale Ferdinando de Medici, nel cui palazzo fu ospite. Fu un grande mecenate e protesse in particolare Caravaggio. (n.941  V. I. Comparato, in D.B.I., 13, 1971)

Al termine di questa lunga ricerca archivistica, costituita per la maggior parte da documenti inediti, si possono fare alcune considerazioni. Come si è già accennato, il termine “casa”, con il quale nel Liber Domorum si elencano tutti gli edifici, di fatto indica ogni tipo di abitazione, dalle più modeste, affittate in genere a piccoli artigiani, fino ai palazzi di grande prestigio, locati ad alti prelati. Le case , con forno annesso, sono date ai fornai tedeschi che, come sappiamo, erano assai numerosi nella zona, riuniti in una confraternita che aveva avuto il permesso di riunirsi in chiesa. Le case con “fondaco” sono invece appannaggio dei mercanti che in questi ampi vani possono stipare le loro mercanzie. Dagli Stati d’Anime che per la chiesa di S. Agostino, partono soltanto dalla fine del Cinquecento, si ricava un’altra interessante notizia, complementare ai due censimenti redatti nel 1517 e nel 1526: ogni casa reca il mestiere dell’artigiano che la abita a dimostrazione che questi edifici venivano affittati sempre a artigiani che praticavano lo stesso mestiere, forse perché gli ambienti di cui erano composte, si confacevano all’attività svolta dal pigionante. La tipologia dei contratti è molto varia: oltre al canone di affitto che in genere è annuale, si trovano affittanze a lungo o lunghissimo termine che vanno dalle frequenti “enfiteusi perpetue” a quelle a “2a o 3a generazione mascolina”. I così detti “miglioramenti”, cioè i rifacimenti o i restauri degli edifici fatiscenti, con cui si obbligano gli affittuari, che spesso sono capimastri o muratori, prevedono contratti a canone ridotto ed a lungo termine, in modo che il locatario rientri delle spese sostenute. Oltre agli artigiani, i pigionanti più numerosi sono impiegati di Curia e familiari di prelati di alto rango. I primi avevano scelto le case di proprietà del convento per la loro vicinanza al Vaticano, i secondi, molti dei quali sepolti a S. Agostino, per scelta dei loro padroni che richiedevano la loro vicinanza, quando non abitavano all’interno della dimora padronale.

Le persone citate nei documenti sono rimaste anonime per circa un terzo del totale: di molti non è citato il mestiere, fatto che avrebbe potuto facilitare la loro individuazione; spesso i loro cognomi sono storpiati, specie quelli stranieri, oppure viene indicato il solo nome o un soprannome. Per i cognomi più noti, anche se trascritti erroneamente, è stato quasi sempre possibile risalire all’originale; si vedano ad esempio: Mattabuboli = Mattabuffi; Sinebarbis=Sinibaldi; Bubalo = del Bufalo. Si viene a conoscenza anche di numerosi soprannomi, alcuni dei quali particolarmente originali. Si sono conosciuti anche i nomi di diversi personaggi, alcuni finora sconosciuti, che furono in stretto contatto con l’Ordine Agostiniano: oltre al notissimo cardinale Guglielmo d’Estouteville, cui si deve la costruzione della chiesa, è possibile ora allargare la cerchia dei suoi numerosi “familiari”, alcuni dei quali resi noti di recente dalla Esposito. Di alcuni, sepolti in chiesa, già il Forcella aveva reso note le epigrafi, talvolta però senza le date, perché non più leggibili. Per le varie tipologie di sepolture conosciamo oggi anche i costi: per un “soteratorio” semplice si pagava un ducato, mentre per una lapide con iscrizione si partiva da cinque ducati; talvolta l’annotazione riporta il tipo di marmo usato ed il sito esatto in chiesa. La precisione con cui vengono citate le antiche cappelle e gli altari documenta le date di costruzione, i frequenti cambi di juspatronato e talvolta i nomi degli artisti che li decorarono. Queste carte sono particolarmente importanti in quanto la maggior parte degli altari e delle cappelle citati sono scomparsi. Ad esempio sappiamo  che nella chiesa di S. Trifone esisteva una cappella dedicata a Maria Maddalena che, nell’ultimo quarto del Quattrocento, viene spostata nel nuovo S. Agostino, nel primo vano della navata sinistra; nel 1500, con il cambio di juspatronato, diventa la cappella della Pietà e, un secolo dopo, della Madonna di Loreto.

Per finanziare la Renovatio Urbis ,che vide come protagonisti anche numerosi prelati, Sisto IV dovette ampliare il Sacro Collegio e vendere  più cariche curiali del necessario. La crescente presenza di forestieri è da collegare proprio allo sviluppo degli uffici curiali. Il fasto delle dimore cardinalizie ed aristocratiche, nonchè la vita lussuosa, aumentarono i debiti di queste categorie sociali, che , per far fronte alle spese, dovettero richiedere prestiti non solo ai banchieri ma anche ai ricchi mercanti, attraverso oscuri sistemi,non del tutto leciti, in quanto  si configurava l’uso illegale dell’usura. Un esempio almeno è anche documentato dalla carte di S.Agostino:nel 1463 Filippa de’ Conti, vedova di Odoardo Colonna avevano avuto un prestito dai frati;l’anno successivo Vittoria Colonna,sorella di Odoardo, era costretta a dare alcuni terreni, per estinguere il debito. In questa situazione ebbe una parte importante anche il cardinale d’Estouteville. Ritengo che dietro le tante alienazioni di case e terreni al convento si celassero debiti in denaro contratti dai debitori. I banchieri, gli unici a disporre di ingenti somme di denaro contante sembrano preferire di prendere in locazione case e “banchi” dagli agostiniani, come è il caso di Agostino Chigi, ed anche vigne e terreni coltivati.

Tra i pigionanti più numerosi si annoverano gli speziali e gli “aromatari” che, nel corso dei decenni si tramandano la spezieria alla Scrofa; diversi sono anche i medici famosi ed i barbieri che si occupavano di  piccola chirurgia; oltre ai già citati calzolari e fornari , tra gli oltramontani c’erano gli “stufaroli”, anche questi documentati dalle carte; alberghi e locande erano gestiti in genere da romani, come nel caso di Vannozza Cattanei; risulta inoltre che nei pressi del convento si trovasse  un “macello” e le abitazioni dei macellai che lo gestivano.

Le case che il convento affittava alla gente del popolo avevano ancora un aspetto medioevale, ad uno o due piani, con piccole stanze anche sul retro e  le botteghe su strada. Qui si aprivano esercizi alimentari come la “pizicheria alla Scrofa”, osterie e taverne. Le  abitazioni dei curiali erano   sicuramente formate da più ambienti ma, nello stesso edificio, si riscontra spesso una “indecorosa” promiscuità di inquilini, però ritenuta perfettamente normale anche dagli affittuari religiosi.

Nella pubblicazione dei documenti si è cercato di concentrare in un’unica soluzione,le notizie riguardanti ciascuna famiglia spesso in relazione con una cappella, notizie che talvolta coprono più di un secolo. Al 1401 risale la fondazione, in S.Trifone, di una cappella dedicata a S.Caterina, ad opera della famiglia Vivaldi; circa un secolo dopo,troviamo una nuova cappella stavolta in S.Agostino, appartenente alla famiglia Mutini, che la tennero fino al 1725 quando, per via ereditaria,passò ai Gottifredi. Un secondo documento del 1404 rivela l’uso frequente di lasciare i propri beni ad un figlio appartenente all’Ordine da parte dei familiari. Inoltre risulta che i Maestri di Strada, venti anni prima che Martino V  ristabilisse questa magistratura che si riteneva decaduta, concedono a Nardo Carissimo un permesso con costruire, a riprova quindi  che era in piena attività. Sempre nel 1404 si data il secolare rapporto del convento con la famiglia Scapucci “mercanti-speziali” che ebbero dai frati in affitto case,terreni e botteghe, pur non avendo la loro sepoltura in questa chiesa. Anche con questa famiglia i contatti economici vanno avanti per tutto il Cinquecento. Un altro interessante esempio di lunga data è quello della famiglia Bongiovanni di Recanati che ebbe diversi famosi medici; nel primo decennio del xvii sec., dove lunghe controversie, riuscirono a far rimuovere le sepolture dei Maffei di Volterra e a far decorare da Lanfranco la loro cappella Sancta Sanctorum.  Nel 1410 è citato nelle carte Andrea di Cecco Fuordivoglia detto Andrea Mattabuffi che, nel 1435, alla sua morte, è sepolto a S.Maria del Popolo; questi, proprietario di numerosi immobili e terreni a Roma, lascia tutto al figlio Paolo agostiniano, con l’obbligo di dividerli equamente tra le due chiese agostiniane dell’Urbe. Questa eredità aumenta considerevolmente i beni della chiesa di S.Agostino, come è spesso testimoniato nelle carte.

Si è visto inoltre che, nel corso dei secoli, insigni personaggi abitano in case e palazzi di proprietà del convento: nel 1452 Paolo dello Mastro autore di un noto “Diario di Roma”; nel 1464 il famoso archiatra pontificio G.B. Artezaghi degli Arcidiaconi di Cremona, segretario del cardinale Guglielmo d’Estouteville; nel 1477 è pigionante di un palazzo “all’Orso” il vescovo di Nantes Francesco Hamon. Anche Lorenzo Crescenzi, membro della famosa famiglia romana,ha una casa “de retro alla Minerva”. All’inizio del Cinquecento Lucrezia dell’Anguillara, vedova di Bernardino de Cupis da Monte Falco, abita in un palazzo a Tor Sanguigna, dove per dieci anni, dal 1482 al 1492, risiedeva il cardinale Ascanio Sforza. Nei primi venti anni del secolo Vannozza Cattanei ha in locazione, dai frati, diverse case e alberghi che  gestisce in subaffitto. Sicuramente uno dei pigionanti più illustri è Agostino Chigi: sia il suo palazzo che il banco “in Banchi” sono infatti di proprietà del convento. In un altra dimora signorile  vive il cardinale Francesco Borgia, cugino di Alessandro VI; poi, dal 1515 vi abiterà Egidio da Viterbo, Generale dell’Ordine. Un lussuoso palazzo ( nell’area dell’attuale palazzo Braschi) è la dimora romana del cardinale Oliviero Carafa che, alla sua morte nel 1511, passa al prelato inglese Christofer Bainbridge, per tornare poi agli antichi proprietari, la famiglia Orsini.

Anche diversi artisti abitano case del convento: il famoso architetto Francesco da Volterra, i pittori Antiveduto Grammatica, Giovanni Domenico Angelini e il poco noto pittore Vincenzo Stella; inoltre non pochi artigiani che lavorano per l’Ordine, risiedono in case loro e pagano defalcando l’affitto dall’importo dei loro lavori.

Sebbene i mestieri e le professioni  dei pigionanti del convento siano le più disparate, tuttavia il primo posto spetta ai curiali che, in gran numero, si erano trasferiti a Roma, specialmente dopo il ritorno del papa:1404- Giacomo di Pietro Carissimo= curiale;1421- Mattia de Tostis=canonico di S.Pietro; 1429- Angelo di Petruccio de Normandis=curiale;1435-Giacomo de Tedalinis=canonico di S.Pietro; 1453- Anselmo Maggi=scrittore apostolico; 1459-Mons.Pietro Clerici=referendario;1463-Lorenzo Oddone Colonna=protonotario;1466-jacopo de Scapuccis=scrittore apostolico e penitenziere;1468-Giovanni de Baroncellis= avvocato concistoriale1477-Antonio de Ponte= abbreviatore di Parco Maggiore;1477-Paolo Mattabuffi= penitenziere minore;1478-fra’ Evangelista jacobacci de Franceschis= penitenziere S.Giovanni in Laterano;1479-Jean de Montmirail= referendario e abbreviatore; 1480-Hugone di Giacomo di Reims= abbreviatore di Parco maggiore;1490-Domenico Attavanti= chierico di Camera e registratore delle suppliche;1497- Mons. Giorgio de Bonagiunta= giudice della Camera Apostolica;1501-P.Claudio Catellini de Barberinis= penitenziere; 1504-Ludovico Agnelli=notaio e chierico di Camera;1506- Bernardo Bini=datario e tesoriere segreto;1506- Tommaso Bini=cameriere segreto,abbreviatore,protonotario e referendario;1506- Antonio della Rovere= spenditore del papa; 1507-Francesco da Pescia= notaio di Curia, auditore di Rota,scrittore apostolico;1508- Bernardo della Molara= notaio dell’Auditor Camerae;1509- Tommaso Dies di Brabante= sollecitatore apostolico e notaio di Rota;1509- Leonardo Bertini= scrittore apostolico;1509-Filippo de Senis= chierico di Camera;1509- Enrico Bruni= tesoriere generale;1510-Giovanni Goritz= protonotario apostolico e notaio di Rota;1512- Evangelista Maddaleni Capodiferro= Scutifero di Leone X;1515-Nicolò Fieschi= protonotario;1515-Luigi de Rossi= spenditore di Leone X; 1516- Agapito de Magistris=”taxator” della Penitenzieria, notaio;1516- Bernardino Camilleri= guardia del papa;1517- Agostino Spinola= protonotario apostolico;1517-Antonio Mandosi=protonotario apostolico; 1518 Baldassarre Turini da Pescia= datario di Leone X; 1519-Alfonso de Valentia=scrittore apostolico;1519-Angelo Colocci= segretario di Leone X e Clemente VII, archivista e protonotario apostolico;1521-Ludovico de Hugonis= procuratore della Penitenzieria;1522-Agostino Bennati Piccolomini=protonotario apostolico;1526- Domenico Jacovacci= avvocato concistoriale e giudice di Rota;1527- Guglielmo de Puteo= protonotario apostolico;1527-Fabio Accoramboni= uditore di Rota;1528-Giovanni L.de Magistris d.Sarapica=cameriere segreto e palafreniere di Leone X;1532-Mons. Giovanni da Viterbo= presidente R.C.A.;1543-Paolo Quintilio= ufficio “interponendorum decretorum” e notaio;1569- Mons. Gallesio Regard= canonico di S.Pietro,referendario,datario e cubiculario; 1574- G.B.Pallavicini= depositario generale della Camera Apostolica; 1584- Mons. Rodolfo Bonfiglioli= tesoriere della camera Apostolica;1592 Giovanni Pellicano= referendario di entrambe le segnature; 1595- Michele Cacciaguerra=canonico di S.Pietro; 1595- Cristoforo Cacciaguerra=chierico di Camera e segretario di Giulio III;1599-Ottaviano Vestri Barbiani= segretario domestico,avvocato concistoriale e segretario dei Brevi.

Infine tra le professioni più rappresentate incontriamo quelle dei medici,molti dei quali archiatri, degli speziali e degli aromatari , concentrati soprattutto nei rioni più centrali.

Questo lavoro vuole essere soltanto un aggiunta complementare ai tanti studi sulla Roma rinascimentale. Credo che quando certe indagini archivistiche saranno svolte per tutte le più importanti chiese e parrocchie di Roma, potrà aversi un’immagine completa della storia religiosa, civile, sociale ed economica dell’Urbe.

 

 

Argenti perduti nella chiesa di S. Agostino in Roma

Il capillare spoglio delle carte d’archivio degli Agostiniani in S. Agostino conservate nell’Archivio di Stato di Roma (si citano soltanto i numeri dei faldoni) ha permesso di conoscere i nomi di orafi ed argentieri che lavorarono per la chiesa o che comunque ebbero contatti a vario titolo col convento fino dal  XV secolo. Nulla resta purtroppo delle opere da loro realizzate, ma i documenti ne danno dettagliate descrizioni che fanno intendere la preziosità degli oggetti e la maestria degli artisti. A tal fine è di fondamentale importanza il primo inventario di sacrestia a noi noto, redatto negli anni 1432-1433. (1)
Il lungo elenco dimostra che la nuova chiesa di S. Agostino, ancora in costruzione, e la parrocchia di S. Trifone, officiata dall’Ordine, erano ricchissime di paramenti preziosi ed argenterie, minuziosamente descritte ma, come di consueto, senza la citazione del nome dell’autore. Le opere più belle erano state donate da ricchi parrochiani, molti dei quali avevano la loro cappella gentilizia o in S. Trifone o in S. Agostino. Già nel 1395 Maria, moglie di Poncello Orsini regalava un palio di seta ed un calice d’argento per la sua cappella in S. Trifone, intitolata ai Ss. Andrea e Stefano; Poncello morì nel 1440 e la vedova prese l’abito delle monache agostiniane. Entrambi furono sepolti in S. Trifone.

Durante il Quattrocento donarono argenti Giovanni de Montanis, ancora ignoto allo stato attuale delle ricerche, e Matuzzo della Riccia, famiglia che aveva una cappella, dedicata a S. Giovanni Battista, nel transetto destro. Il contratto per la cappella, rogato dal notaio Giovanni Scalibastri l’8 dicembre 1475, costituisce il termine post quem per la donazione degli arredi. Matuzzo fu un personaggio piuttosto importante durante il pontificato di Alessandro VI Borgia: nel 1483 ne aveva sposato la figlia Ysabetta (1470-1541) che gli aveva portato in dote 2000 scudi: la famiglia abitava in Parione in via dei Leutari, palazzo che fu invaso alla morte del papa, facendo prigioniere la moglie e la figlia Laura. La cappella rimase di proprietà dei Matuzzi della Riccia fino a metà Seicento, quando la famiglia si estinse.

Tra i doni è elencato un tabernacolo in argento, cioè un ostensorio, con piede smaltato, dato da fra’ Pietro da Roma, lettore del convento. Una stauroteca in argento con figure a smalto sul piede dorato, lasciata dal  convento francescano di Boscoli.

L’oggetto più prezioso era comunque una testa d’argento di S. Monica, fatta fare da “Bona de Florentia”, che nel tempo venne più volte restaurata, come si vedrà, da valenti argentieri. Meglio descritta nell’inventario del 1479: “In primis una pars parva cuppole capite sanctae Monicae inclusa in infrascripto et magno ornamento valde pulcro, diviso in duas partes videlicet a parte superiori tota de argento cum triginta quinque seraphini parvis relevatis circumdata cum fili retprto supra ipsos seraphini totum de argento. Alia vero aperte inferiori… tota de ere deaurata cum capitibus parvis puerorum et foliae de argento smaltatis diversorum colorum numero viginti cum rosis ereis deauratis habentibus in medio lapides vitreos diversorumcolorum numero viginti… cum decem seraphini magnis smaltatis de argento… Et in gutture supradicti capitis est tabula argentea affixa in parte deaurata cum figura sancti Nicolai episcopi relevata in medio. …Itam corona seu diadems supradicti capitis sancte Monice tota de argento magna et pulcra  ab una parte tamen deaurata cum litteris de argento dicentibus” Questo diadema la fatta fare le donne che so in Roma ad honore de sancta Monacha”. Segue la descrizione del diadema ornata con paste vitree policrome, coralli e perle. Un primo restauro la testa di S. Monica lo ebbe già nel 1480. (2) Segue nell’inventario l’elenco dei gioielli dati come ex-voto. Due di queste corone furono donate da Giovanni Serra, cardinale Alborense, nel 1440. Esisteva anche una statuetta di S. Nicola da Tolentino in argento. Una navicella dava Matteo de Baroncelli, fratello di Giovanni, familiare del cardinale d’Estouteville.

Un secondo inventario di sacrestia stilato nel 1479 (3) durante il generalato di Ambrogio Massari da Cori, elenca numerosi calici donati da Cristoforo della Rovere, cardinale di Taranto (1477-1478) e protettore dell’Ordine, da Maffeo Vegio, canonico di S. Pietro e scrittore apostolico e da Geronima de Tostis, l’amante del cardinale d’Estouteville. Un calice donava anche il cardinale genovese Giorgio Fieschi, vescovo di Mariana (Corsica) nel 1433, arcivescovo di Genova (1436-1439), cardinale col titolo di S. Anastasia nel 1449; nel 1459 tornò definitivamente a Genova dove morì nel 1461, quindi il calice deve datarsi ante 1459. Un altro calice recava il nome del donatore G. DE CALLIO, non è escluso tuttavia che si tratti della firma dell’argentiere perchè negli anni 1511-1556 in Parione, è registrato un orefice francese di nome Gaspare de Gallio; le date di questo sono di molto posteriori ma è ipotizzabile che un vecchio membro della famiglia  lavorasse a Roma già nella seconda metà del Quattrocento. Un vaso sacro  recava incisa la firma dell’argentiere “Pavolo de Johanni Jacomo de Senis me fecit”. Allo stato attuale delle ricerche non è stato possibile reperire notizie su questo artigiano. Tra i donatori scorrono i nomi di tanti personaggi famosi o completamente sconociuti:  la famiglia Boccamazzi, il principe Paolo de Massimi, Agostino Maffei veronese insieme a Solimano Solimani di Padova (1420-1478), dottore in legge e prefetto dell’Erario sotto Sisto IV. Seguono ancora un calice da parte di Paolo de Mattabuffi romano, agostiniano, penitenziere apostolico (1464), dottore e teologo, cappellano di Niccolò V e Callisto III; quando morì nel 1477 lasciò i suoi beni a S. Agostino; fu sepolto davanti alla cappella di S. Chiara da Montefalco. Un calice veniva anche da parte  dei fratelli fiorentini Biagio e Giovanni de Scatensibus “aromatari” abitanti presso S. Celso (1478). Infine il Patriarca di Costantinopoli, sepolto in S. Agostino, davanti all’altare maggiore, lasciava un turibolo ed una navicella. Il patriarca citato era Biagio Molin agostiniano (1380-1447) juris utriusque doctor famosissimus, patriarca di Grado e primate di Venezia e Dalmazia che nel 1430 aveva lasciato agli Agostiniani i beni del defunto patriarca di Grado e poi di Gerusalemme, Pietro Amely, confessore di Bonifacio IX e arcivescovo di Taranto (1387-1400); questi era morto senza testamento  ed era stato sepolto a S.Agostino.

Nell’ Introitus martiis 1519 (B.110,f.3r) il sacrista annota:” In primis in nel secondo dì ho riceputo…ducati quindeci e bb.55 per once deci septe de argento…il quale ha donato alla chiesa Madonna Polinora per l’anima sua e de Misser Sano suo marito ad honore de Dio e della sua cappella el convento li ha adsignato…, uno calice con l’arme de Misser Sano. La cappella o piuttosto l’altare addossato all’ultimo pilastro di sinistra della navata centrale, dedicato a S. Ansano, gli era stato concesso nel 1502 (fu rimosso nel 1582). È probabile che i frati avessero fatto fare il calice al De Amicis che allora era l’argentiere di fiducia del convento. A luglio 1519 (B. 110,f.6r); il De Amicis pagava per una messa cantata nella cappella dell’Annunziata (quarta a destra): questo dimostra la sua frequentazione della chiesa.  Il De Amicis, romano, fu tra i fondatori dell’Università degli Orafi e Argentieri (1508) e risulta attivo fino al 1527; abitava in Campo Marzio nella parrocchia di S. Lorenzo in Lucina. (4)

Nei Libri delle Uscite della Sacrestia da inizio Cinquecento, si trovano di frequente spese per il restauro degli arredi liturgici,  da queste si vengono a conoscere diversi nomi di argentieri attivi per gli agostiniani, sia per restauri che per oggetti nuovi. A settembre del 1510 (B.109, Exitus, f. 61r) il sacrista paga un argentiere “per far cunzare uno calice el quale era despiccato… e per far cunzare la coppa la quale era rotta de sopra… a quel maestro che sta fora lì denanzi alla chiesa. Purtroppo il documento non cita il nome dell’artigiano, ma era piuttosto consueto avvalersi di argentieri vicini al convento e che magari abitavano una casa di proprietà dell’Ordine; questo deponeva a favore di un rapporto di fiducia con  maestranze note ai frati. Nel maggio 1511 (B.109, f.69v) si davano bb. (bolognini) 12 “per far acconciare una punta de un candeliere de quelli de Ascanio [Sforza]. Qui deve aprirsi una parentesi riguardante i prestiti in argenterie e paramenti sacri fatti da prelati vicini alla chiesa in occasione di festività solenni; spesso accadeva che gli oggetti, portati in processione, subissero danni così il convento, prima di restituirli, provvedeva a farli aggiustare. Si veda anche il prossimo esempio: a marzo del 1515 (B. 109, f.101v) si fa “acconciare lo apostolo de San Pietro qual tolse in prestito el Padre Priore per la stazione de S.to Triphone e quando fu armandato, per la via caschò le chiavi qual erano a vite, così l’ho fatto arrefare alle spese della sacrestia… qual a’ conciato Maestro Francesco orefice, ducati uno”. A maggio dello stesso anno (B 109,f.103v) si fanno aggiustare quattro reliquiari d’argento e si spendono “carlini otto per acconciatura del coronamento de la testa di S.ta Monicha e per le pietre e rame e oro e per magistero, …bb.60; e per acconciatura de lo diadema, carlini cinque… e per acconciare uno calice”. A luglio 1519 (B. 110, f.9v) si paga il “compagno de Maestro Giovan Battista [De Amicis] orefice per racconciatura dello diadema de S.ta Monicha che se ne era cascata una pietra”. Il compagno o socio di Giovan Battista De Amicis, argentiere che rincontreremo in seguito, doveva essere Francesco Valentini al quale presumibilmente si devono questi piccoli interventi di restauro citati. A dicembre del 1518 (B 110,f.1v) troviamo nelle uscite della sacrestia:” Dedi a M.o Johi Baptiste orefice ducatos quatuor per indoratione duobus calices”; “Item die sexta… dedi a M.o Johani Baptiste per residuo inaurandi et risarcinandi duos calices, carlenos quatuor”. A maggio 1522 (B 110, f.37v) si legge nell’ Introito della Sacrestia:” Metallo venduto – Item ad’ 21 recepi per la vendita de mille et vintiocto libre de metallo venduto a mezo carlino la libra, el quale metallo fu la sepoltura de Monsignor Rev.mo Cardinale Roano [Guglielmo Estouteville], se ne ricavarono denari 51″. Non sappiamo come fosse la tomba del cardinale, morto nel 1483, ma probabilmente doveva avere una transenna in metallo attorno, rimossa forse per far posto ad altre sepolture. Ad ottobre 1522 (B 110,f.48r) si legge:” In primis adì primo dedi a M.o Joani Baptista de Amicho orefice per libre tre e once dieci de argento de carlino… e per calo per fare sette seraphini del sopradicto argento et per manifattura… a dui julii l’oncia et per una stampa de bronzo per stampare dicti seraphini; l’argento costò julii ottantasei la libra, la manifattura julii novantadue, la stampa julii dodeci, el calo del fondere dicto argento julii otto, li quali seraphini furno faccti per ornamento de la Madonna de consensu de tutto el capitulo, le quali cose  summano in tutto ducati cinquanta otto et bb. 65″. Il costo di quest’opera è identico al ricavato della vendita del metallo della tomba del cardinale Estouteville quindi si potrebbe ipotizzare che il metallo fu venduto per  coprire l’alto costo dei  serafini in argento fuso.  Si tratta della cornice attorno all’icona mariana dell’altare maggiore donata da Clemente Gelasio di Giovanni Toscanella, Maestro delle Strade, nobile romano, nel 1482. Questo lungo documento testimonia l’attenzione particolare che veniva data all’argento, metallo molto caro, considerando tutto il procedimento della manifattura.

Contemporaneamente (B 110, f.49r), allo stesso de Amicis gli agostiniani commissionavano  delle stelle d’argento da porre tra i serafini:” Detti per manifattura de undeci stelle de argento et per indorale ducati dui et bb.47 per meter a la Madonna fra li Seraphini le quali stelle furno facte de alchuni argenti rotti che erano in sagrestia”. (B.110 Esito, f.49r) La perdita di tante argenterie sacre si deve, come in questo caso, all’indiscriminata fusione di argenti vecchi per risparmiare sull’acquisto del prezioso metallo.

Lo stesso ottobre 1522 il sacrista scrive:” Item fu in più giorni et in più volte, dedi in tre libre e mezo de argento de carlini per fare due angeli et una corona a Nostra Donna a julii ottanta sei la libra, dedi de carlini ducati quaranta et bb. 10… Item dedi a l’orefice Maestro Joani de Caravaggio per manifactura de dicti angeli ducati sei et bb. 60… li quali angeli pesano tutti due oncie venticinque… Itam dedi a l’orefice Maestro Lucangiolo, sta appresso a Banchi, per manifactura de la corona de pacto facto con lui, ducati cinque… Item dedi per indorare dicta corona ducati dui et bb.60, la quale pesa oncie quindici. Item dedi in sette zoie per mettere a la corona, bb.52. Item dedi  in certe pietre zoie, perchè cinque de le sopra scripte remasero in botega de Maestro Joane orefice el quale morse de peste et bisognò trovarne tre altre le quale costò bb.30″. (B.110,f.49r) In questo documentano sono citati due maestri orafi: Giovanni da Caravaggio è noto soltanto per aver realizzato i due angeli (perduti) mentre  di Lucangiolo di Jesi, sappiamo che fu attivo dal 1522 al 1527, anche se risulta a Roma dal 1512, con bottega in Banchi; in realtà la bottega è di Maestro Santi di Cola Saba Gargani, diretta da Lucangiolo che nel 1524, insieme a Benvenuto Cellini esegue un acquamanile, su disegno del Fattore, per il vescovo di Salamanca Francesco Bobadilla (1510-1529) (5) Doveva trattarsi di un oggetto particolarmente prezioso se per esso aveva prodotto il disegno il Fattore, cioè Giovan Francesco Penni (1488c.-1528), collaboratore di Raffaello in Vaticano. Lucangiolo fece anche un grande vaso per servire in tavola di P. Clemente VII. Una committenza così importante testimonia del suo prestigio nella Roma di quegli anni.

Continuando nelle spese per la suppellettile sacra, ormai alla vigilia dell’Anno Santo, nell’Exitus della sacrestia si legge:” Addì 28 recepi ducatos sex de carlini et bb.15 de alcuni pezzi de argento venduti… quali erano già stati donati alla Madonna… et quali erano così minuti et rotti… et dua rotoli de seta con loro capi d’argento et de alcuni anelli de argento quali erano de argento basso… quali furono prezzati et pesati”. Si recupera quel poco argento degli ex-voto che la pietà dei fedeli usava donare alla Madonna dell’altare maggiore, ritenuta miracolosa. (B.110, f.62v)

Un calice, offerto nel 1501 dal penitenziere Claudio Catellini agostiniano alla sua cappella di S. Claudio, nel 1506 fu dato a “Maestro Jacobo Pietro de Mediolano pro conficiendis candelabris Rev.Magistri Claudii”. Si tratta dell’argentiere Giovanni Pietro Crivelli milanese attivo dal 1506 al 1552, abitante nel palazzo dei Pupazzi in Banchi, sepolto insieme alla moglie Elisabetta, morta nel 1511, in S. Agostino. (6) L’argentiere lavorava anche per il convento che, nel 1508, lo paga “per parte de pagamento de lavoriero che fece allo convento, per la sacrrestia” . (B.109, f.29r) Nel 1509 la cappella ricevette una dote di duecento ducati di capitale dal canonico Cecco di Palombara; figlio di Andrea, fece il suo testamento nel 1509 nel quale espresse il desiderio di essere sepolto in S. Agostino “inanzi la cappella dello Spirito Santo, che volle da’ suoi eredi si comprasse et si dotasse” (B.15,f.366r; B.23, foglio sciolto).

A febbraio 1523 si dovette “far aconciare la Croce d’argento de maestro Claudio” (B 110, f.51v) La croce era stata commissionata dall’agostiniano Claudio Catellini nel 1501;  apparteneva ad un’antica famiglia romana già nota a metà Quattrocento: al 1453 è datato il Trittico opera di Leonardo de Roma per la chiesa di S. Barbara dei Librari con l’iscrizione commemorativa dettata da Francesco Barberini per l’anima del fratello Giovanni, morto nel 1431 e sepolto in detta chiesa, canonico di S. Pietro e scrittore apostolico. Nel 1479 il cardinale Estouteville aveva comprato “domus in Regione Parionis… a nobili viro Benedicto de Barberini de Catellinis de Regione Arenula”, per costruire il suo palazzo. È noto che l’attuale cappella di S. Chiara da Montefalco nel 1501 era intitolata a S. Claudio, come documenta la lapide tuttora murata sulla parete destra; il Padre Claudio l’aveva fatta ornare con pitture, probabilmente ancora quelle esistenti, sotto le attuali, divise in piccoli riquadri di stucco raffiguranti oggi le Storie di S. Chiara da Montefalco, di mano di Girolamo Nanni, come documenta la sua firma, rinvenuta da chi scrive durante il restauri degli anni 1998-1999,  eseguiti probabilmente quando la cappella cambiò nome  e jus patronato., tra il 1587 e il 1600. Nel settembre del 1586  infatti passava alla famiglia di Ilario Mauri, che la dotava di 500 scudi, come appare per istromento rogato da Felice Romauli (B.22,f.12r); costui  si obbligava inoltre di ornarla; il Mauri aveva un’ altra cappella in S. Giovanni in Laterano dove fu sepolto, così gli agostiniani nel 1601 rescissero il contratto. Successivamente, un altro membro della famiglia, Bernardo lasciò al convento per questa cappella 2000 scudi. (B.21, foglio sciolto; B.2, f.117v) (7)

Nell’ambito degli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria degli oggetti di sacrestia, ad agosto del 1525 si paga un’orefice “per sapone per fare nectare li cherubini d’argento”, quelli realizzati da Giovanni da Caravaggio nel 1522. ( b.110,f.88v)

Per le cerimonie solenni dell’Anno Santo gli agostiniani devono prendere in prestito “panni” ed argenterie dalle chiese di S.Rocco, S.Gregorio, S.Giovanni dei Fiorentini, S. Croce in Gerusalemme e da numerosi privati vicini all’Ordine: Maestro Heronimo da Gubbio, Messer Marchionne Baldassini, Don Paolo spagnolo, Signora Elena spagnola, il vescovo di Cosenza, il vescovo di Volterra, Don Francesco Mendoza, Gabriello Cassadoro, Messer Bartolomeo de Bibiena, Cardinal Ridolfi, Signor Hyeronimo penna rossa,  confraternita dei macellari e molti altri.

Alcuni dei personaggi citati sono figure importanti nella Roma del Cinquecento: il primo è Girolamo Accoramboni (1469-1537), archiatra di Leone X, abitante nel Rione di S. Eustachio con la sepoltura in S. Agostino.   Melchiorre Baldassini, originario di Jesi, era avvocato concistoriale (1523); aveva un elegante palazzo in via delle Coppelle costruito da Antonio da Sangallo jr e affrescato da Perin del Vaga (1513-1520). Alla sua morte la vedova lo affitta a Monsignor della Casa per passare poi a Pietro Bembo.(Oggi è sede dell’Istituto Don Luigi Sturzo) Risulta che nel 1587 la famiglia avesse una cappella in S.Agostino, intitolata al Presepe.

Si arriva quindi al fatidico 1527, l’anno del Sacco; nell’ Exitus mensis Junii, a lettere cubitali, è scritto NIHIL “quia ecclesia fuit clausa propter bella et propter mortalitatis pestilentia”. A maggio i frati avevano cercato di salvare i loro beni preziosi pagando la soldataglia, ma senza esito. Annota il sacrista:” Item e più dedi per mano de Maestro Theophilo a certi soldati spagnoli al tempo del sacho che fu adì 7 de magio, quali erano compagni de li tre spagnoli che hanno avuti li sei cento et tre ducati d’oro per suplemento et per contentarli che molto dubitavamo non ci facesse qualche male, gli fu dato ducati quarantadoi de carlini, come sa il padre priore. A novembre 1527 si fa aggiustare la porta della chiesa dalla parte di S. Monicha e la serratura e si fanno mettere “dui cadenaci” alla porta della sacrestia  “per fortifichare” gli sportelli degli armadi” qualli fracassò li lanzichinechi al tempo del Sacho”. (B. 110, f 115r)

La ripresa è lenta e faticosa: ad aprile 1528 si fa fare “una capsella de stagno per metere li olii delli sacramenti”; ad ottobre il falegname Lorenzo deve rifare la cassa con coperchio dove si conservavano i candelieri “de Zuan Goritio la quale fu rotta da li soldati al tempo del Sacho”; a dicembre i frati sono costretti a vendere un prezioso giacinto:” Item a dì 28 recepi per un giacinto ligato in oro vinduto per mano de messer Pompeo [de Capitaneis] orefice, (8) col quale giacinto li dette maestro Tobia quando era priore… ducati otto de carlini”. (B.110, f.99r) Ed ancora pochi bolognini sono necessari a maggio 1529 “per fare raconciare lo reliquiario de argento”. (B.110,ff.118r-122v,128r) La conferma che la chiesa è stata spogliata di tutte le argenterie e dei paramenti sacri si ha dall’inventario del 1550, molto ridotto rispetto ai precedenti. Dopo diversi anni in cui si registrano spese, nel 1544 si pagano quattordici scudi a mastro Alessandro da Viterbo orefice, attivo dal 1538 al 1551 (9) “per uno incensiero et una navicella de rame inargentato”; come si vede le commissioni per gli arredi di sacrestia sono ancora pittosto modeste. (b.112, Esito, f.137v;) Finalmente nel 1559 si danno 26:45 scudi “a mastro Paulo orefice per manifattura di un turibolo d’argento, purtroppo non identificato. (b.115 Esito, f.12v)

Nell’ Esito di sacrestia del 1571 è annotato:” Item dedi a M.o Silvio de Giovan Battista fiorentino orefice al Pellegrino per una custodia per tenere il SS. sacramento, fatta parte de argento et parte de rame, tutto indorato, con uno scatolino di argento indorato, fatta ogni cosa a sue spese scudi quattordici et baiocchi sessantacinque”;  allo stesso si danno scudi dieci “a bon conto de otto calici che lui acconcia di novo et indoratura”, lavoro che gli viene pagato in più volte. L’anno successivo lo si paga “per avere ragiostato molti anelletti nelle catene dell’incensiere d’argento”. Purtroppo il nome di questo orefice non è noto al Bulgari. (b.116, ff. 39r, 41r,42v,43v,50v,51r)

Nel 1583 Maestro Giovan Battista da Gubbio è pagato” bajocchi settanta e giulij diciotto… per racconciare un calice quale era rotto”. (B. 116,f.130v)

Nel 1596 il Maestro Cosimo ottonaro in Borgo esegue una muta di candelieri di ottone per l’altare maggiore, per la considerevole somma di scudi 114; tre anni dopo il convento gli paga balocchi quindici “per comprare uno scozo de polvere di mattoni e melangoli guasti per fare nettare li candelieri grandi e piccoli de ottone”. (B. 117,f.24r) A settembre del 1598 l’argentiere Maestro Battista fiorentino è pagato “per nettare 14 calici e 14 patene con la croce de rame inargentata”. (B.117,41v,43) Tutti i citati argentieri sono sconosciuti al Bulgari.

A fine secolo troviamo nei libri delle spese il nome di Fabrizio Cristiani che per oltre venti anni sarà l’argentiere di fiducia degli Agostiniani.” Exito de gennaro 1595-Orefice-Adì dodeci pagai a M.o fabritio orefice scudi sei e bajocchi novanta quali sono per havere acconciata la croce grande d’argento, nella quale andò otto giulij d’argento e undici d’oro escudi tre per la sua manifattura e di più uno scudo e bajocchi novanta per la acconciatura di quattro candelieri d’argento”; a maggio 1595:” Item feci racconciare due calici e feci rifare due patene d’argento da M.o Fabritio Cristiani orefice, cioè feci rifare una coppa a un calice et indorarla come si deve, e ad una altra coppa feci ritacare il suo piede perchè era stacato e anco feci racconciare una patena di rame e spesi in tutto scudi nove e bajocchi quarantacinque, de quali denari ha avuto uno scudo e bajocchi venti in tanti testoni et il restante in tanti argenti rotti e vecchi”; ad ottobre 1595 il sacrista annota:” Adì 11 feci racconciare la lampada d’argento della sacrestia da M.o Fabritio orefice e spesi bajocchi 60 tra l’argento che vi mette e la sua manifattura”; ad agosto 1596 “Adì 14 ho speso uno scudo e bajocchi venti per acconciatura delli due candelieri maggiori d’argento”; a gennaio 1598:” Ad’ 5 feci risaldare un candeliere di quelli piccoli de argento da M.o Fabritio orefice et ho speso bajocchi quindici; ad’ 12 feci racconciare le catenelle all’incensiere d’argento e lo feci imbiancare da M.o Fabritio orefice e spesi bajocchi trenta”; a settembre l’argentiere “racconcia la navicella d’argento”. A novembre del 1602″ Adì 8 dedi a M.o Fabritio Cristiani nostro orefice per finale ed ultimo pagamento per havere fatto un incensiere nuovo et una navicella de argento messovi et fatto et indorato la coppa de argento del calice che lasciò la b.m. del Padre Cristiano, scudi 16:70; eodem die dedi al sopradetto per havere indorato quattro patene fra oro e manifattura, scudi 3:50. A dicembre 1603 lo si paga bajocchi sessanta” per avermi fatti tre chiodetti de argento che mancavano alla nostra Croce e per rimettere lo diadema al Cristo e saldare doi campanelli al incensiero, per argento e fattura”. A dicembre 1610 il convento gli commissiona “l’adornamento d’argento che se fa alla Madonna all’altare maggiore”; l’anno successivo l’argentiere ha ricevuto 80 scudi. “l’adornamento” viene conservato in una cassetta. Il saldo di 96 scudi lo riceve a fine anno. Durante il 1612 l’argentiere è impegnato in diversi restauri. L’ultimo lavoro si data al 1619:” Esito di ottobre- Adì 3 si è dato a M.o Fabrizio orefice per havere accomodato et ripulito una custodia vecchia che già serviva per il SS.Sacramento, scudi 2:50″(B.117,ff.6v,9v,15r,22r32v,41v,83r,97v;B.118,ff.31v,56v,58r,59r61v,68v,115r,123v,125v. B.119,ff.20r,21r,23v,26r).Fabrizio Cristiani, attivo negli anni 1566-1623, oltre ai lavori di oggetti nuovi ed ai tanti restauri, intorno al 1590 aveva realizzato una preziosa croce astile in argento, oro ,lapislazzuli e diaspri, su commissione del cardinale Gregorio Petrocchini da Montelparo. L’opera è stata pubblicata dalla scrivente, insieme ad altri argenti dei secoli successivi.  (10)

Conosciamo inoltre i nomi di altri orafi e argentieri  che ebbero la loro sepoltura in S. Agostino. Nelle carte dell’archivio tuttavia non risulta alcun pagamento per lavori da loro eseguiti per i frati. Nel 1498 è inumato il grande orefice e gioielliere fiorentino Giacomo del Magnolino, attivo dal 1485 al 1522. Sappiamo che lavorò per i Sacri Palazzi Apostolici e fu gioielliere di fiducia del papa. (11) Nel 1505 fu sepolta in chiesa la figlia “de mastro Antonio fiorentino che fa la Zecca”; potrebbe essere l’argentiere Antonio Fabbri, attivo dal 1485 al 1522, in società col Magnolino dal 1492. (B. 108,f.132v) Nel 1518 il convento riceve un ducato per la sepoltura di “Maestro Domenico de Sutre che stava in Banchi, el quale fu messo in una tomba inanzi a sancto Claudio”. (B. 109, f. 104r) Al 1571 risale il sepolcro dell’argentiere Vincenzo Verzelli, attivo dal 1552, con bottega al Pellegrino, posto dalla moglie Antonia,nella cappella di S.Monica. (12)

Un’ altra fonte di notizie sono le case di proprietà del convento affittate a vari argentieri. Il primo che si incontra è Pompeo de Capitaneis, attivo dal 1511 al 1534, come orafo e argentiere; dal 1512 è registrato nella parrocchia di S. Trifone, poi dal 1521 tiene in affitto due case di proprietà di S. Agostino. Non risulta aver lavorato per i frati, ma è molto attivo per i Sacri Palazzi Apostolici e per Clemente VII. Muore assassinato, per rivalità, da Benvenuto Cellini il 26 settembre 1534, nei pressi di S.Lucia della Chiavica, dove abita. Nella parrocchia di san Trifone, negli anni 1509-1511, è registrato orafo milanese Gaspare de Aprano. (13)

Nel Libro degli Stabili è registrato nel 1584 il grande orafo Antonio Gentili da Faenza, attivo dal 1561 al 1609:” Augusti 1584-Itam adì 18 ho ricevuto da maestro Antonio de Faenza refice scuti sette per il censo  della nostra casa e botecha alla Scrofa”; risulta pagare ancora nel 1590. (14)

Altro grande argentiere pigionante dei frati è Curzio Vanni attivo dal 1588 al 1614; ancora prima di prendere la patente, possiede una casa del convento che terrà fino alla morte; nelle carte è scritto “per canone della casa al Popolo”; dal momento che risulta abitare ed avere bottega con i fratelli “al pellegrino”, quella al Popolo deve essere considerata una seconda casa. Già nel 1574 risulta avere “un fondo di alcune case al Popolo”; nel 1592 si trova scritto:” fu dato il consenso alla vendita della casa fatta da Curzio Vanni e Chintia sua moglie a M.o Vincenzo Stella pittore”; nel 1598 ancora:” fu prestato il consenso a M.o Vincenzo Stella pittore di poter pigliare a censo 120 scudi sopra la casa ch’egli ha nel nostro fondo al Popolo, che comprò da Curzio Vanni”. (Archivio S. Marta, A 10, ff. 11r,43v,49r) Dopo la sua morte gli eredi continuano a pagare fino al 1636. È molto singolare il lascito di ben 4000 scudi al P. Maestro Giovan Battista Gori “da darli a chi sa lui, conforme la sua intenzione dettatagli in confessione”. (15)

Nel 1602 l’argentiere fiorentino Raffaele Gallestruzzi, tra i più celebri a Roma, paga tre scudi “per il canone” di una casa fino al 1628; risulta abitare alla chiavica di S.Lucia. (B.196,ff. 29r,67v) Fu attivo dal 1601 al 1641 con bottega in via del Pellegrino, appartenuta a Lorenzo Drusolino, in collaborazione con altri due maestri. (16)

Questa lunga indagine sulle carte dell’archivio agostiniano ci ha permesso di conoscere i nomi di diversi orafi e argentieri attivi a Roma nei secoli XV e XVI, le cui opere sono andate per la maggior parte perdute; tuttavia accrescono le notizie già pubblicate dal Bulgari nel suo Corpus, delineando, con materiale inedito il grande mondo dell’oreficeria romana del Rinascimento.

NOTE

1- per tutti gli altri artisti e artigiani attivi per la chiesa di S.Agostino si veda A.M.Pedrocchi, Artisti, artigiani e maestranze pigionanti e non del convento di S. Agostino in Roma, in AAVV. Il complesso di Sant’Agostino in Campo Marzio, Roma 2009,pp. 373-422.

2- S.Vasco Rocca-B-Montevecchi, Dizionari terminologici-Suppellettile ecclesiastica, I, Firenze 1987, pp. 439-449.

3- vedi nota 2; per notizie generali sulla cappella di S. Monica cfr. A.M.Pedrocchi, La Cappella di Santa Monica in Sant’Agostino a Roma:da Maffeo Vegio al cardinale Montelparo, in Bollettino d’Arte, 11, 1022, pp.106-122

4- C. Bulgari, Argentieri, Gemmari e Orafi di Roma, Roma ed. 1980,Roma I,p. 54

5- Bulgari, Roma I, p.541; Roma II, p. 57

6- Bulgari,Roma I, pp.337-338

7- B. Montevecchi, Sant’Agostino, Roma 1985, pp.76-79

8- Bulgari, Roma I, p.362

9- Bulgari, Roma I,p. 46

10- A.M.Pedrocchi, Argenti sacri nelle chiese di Roma dal XV al XIX secolo, Roma 2010, n.26, p. 47

11- Bulgari, Roma II, p.72

12- Bulgari, Roma I, p.46

13- Bulgari,  Bulgari, Roma I, pp. 360-362; Roma II, p.531

14- Bulgari, Roma I, pp.509-510

15- Bulgari, Roma II, p.512; per il pittore Vincenzo Stella si rimanda a Pedrocchi, cit., 2009, pp-373-422

16- Bulgari, Roma I, p.488

La “SS. Trinità dei Pellegrini”: un’ipotesi per Livio Agresti

Sullo scalone del Palazzo del Commendatore dell’Ospedale di Santo Spirito in Saxia, è esposta una grande pala raffigurante la SS. Trinità adorata dai confratelli e dai pellegrini, qui trasferita negli anni Trenta del XX secolo, dai dismessi ambienti dell’Arciconfraternita della SS. Trinità dei Pellegrini, insieme ad altre opere. La tela era stata individuata, come opera di anonimo, durante la schedatura delle opere d’arte conservate al Santo Spirito, da parte della allora Soprintendenza alle Gallerie di Roma e del Lazio; successivamente (1998) il dipinto è stato pubblicato[1] come opera di un anonimo pittore settentrionale della seconda metà del Cinquecento. Se la datazione è calzante, non esatta è l’attribuzione alla cultura pittorica nord – europea. Come si deduce da tutti gli inventari citati in nota, in diversi ambienti del complesso ospedaliero, si trovavano raffigurazioni della SS.Trinità, di varie tipologie e formati; la pala in questione, quasi certamente tra quelle elencate,deve aver cambiato luogo attraverso i secoli, fino al 1838 quando sembra presente nel <<dormitorio di S.Filippo>>. [2].
La grande pala, sottoposta a restauro diretto dalla scrivente, per conto della Soprintendenza (2007,) ha rivelato una discreta qualità pittorica e vivaci impasti cromatici, propri della pittura manieristica romana della seconda metà del XVI secolo. Da qui, a risalire al nome dell’artista che l’ aveva eseguita, la ricerca si è presentata particolarmente impervia. Nessuno dei tanti nomi di pittori citati nel <<Libro delle Uscite>>della Compagnia in questi anni, può essere preso in considerazione, trattandosi in prevalenza di artigiani-decoratori[3]. (Fig.1)

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Fig.1 Logo del frontespizio degli Statuti della Confraternita, 1548.

A soccorrerci  sono stati individuati due disegni che possiamo ritenere preparatori, specialmente il primo, segnalatomi gentilmente da Giovanna Sapori; l’opera, in collezione privata in Svizzera (fig.2) è attribuita ad un anonimo artista dell’Italia Centrale della seconda metà del XVI secolo, a confronto con un disegno del marchigiano Filippo Bellini (Monaco di Baviera Staatliche Graphische Sammlung,inv.n.2602), raffigurante Cristo crocifisso adorato dai sodali della Confraternita di S. Rocco, schizzo preparatorio per uno stendardo processionale (fig.3).

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Fig.2 M. Venusti Trinità con i Confratelli e i Pellegrini

Fig.3 F. Bellini, Schizzo per lo stendardo di S. Rocco

Oggi invece il primo disegno può essere dato,per evidenti riscontri stilistici  a Marcello Venusti (1512-1579) databile al 1573 circa, ipotesi confortata da Francesca Parrilla, che ha in preparazione la monografia sull’artista. Già Laura Russo, nel suo studio sul pittore, aveva pubblicato un disegno affine raffigurante la SS. Trinità (fig.4) (Darmstadt ,Hessisches Landesmuseum, ponendolo giustamente a confronto con l’altorilievo di uguale soggetto, di Jacopo del Duca nella chiesa di S. Maria in Aracoeli[4]. A questo punto i due disegni di Venusti costituiscono un termine ante quem per la tela in oggetto che riteniamo eseguita per l’Anno Santo del 1575[5].

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Fig.4 M.Venusti, SS. Trinità

Dal 1562 e fino alla morte nel 1573, il cardinale protettore della Arciconfraternita della SS. Trinità dei Pellegrini era stato Otto Truchsess von Waldburg di Augusta (1514- 1573), personaggio molto vicino a San Filippo Neri e all’ambiente dell’Oratorio, vicinanza che gli era valsa il “protettorato” della SS. Trinità[6]. Il prelato tedesco aveva preso molto a cuore il suo incarico, come si evince da un decreto da lui emanato il 9 luglio 1562:<< Volemo et dechiaramo che s’occorrerà far spesa alcuna in resarcire, refare, et mantenere niun tetti e mattonati di detta chiesa, che si faccia a spese comuni di detta Compagnia et Rettore, ma facendosi fabrica nova o ampliatione di chiesa, le elemosine debbono essere utilizzate a tal fine>>.[7] Questo documento ci introduce immediatamente nel grosso problema finanziario in cui si dibatteva la Compagnia in questi anni avendo dovuto affrontare enormi spese per la costruzione del nosocomio, indispensabile a svolgere le attività caritative che si era prefissa[8]. Il cardinale di Augusta, uomo di vasta cultura, fu anche un grande collezionista e mecenate sostenendo economicamente numerose confraternite e pagando di tasca propria opere d’arte, commissionate anche per il suo titolo cardinalizio; a lui, ad esempio si deve la realizzazione dell’affresco del catino absidale della chiesa di S. Sabina, suo titolo dal 1550 al 1561, affidato a Taddeo Zuccari (1559-1560).  l’artista doveva riproporre l’antico mosaico paleocristiano (IV sec. d.C.) ormai fatiscente. Gli studi del Baronio che aveva iniziato le sue “ letture” nel 1559, sulla Chiesa delle origini, stavano facendo proseliti a favore di un revival tanto sostenuto dalla Controriforma; sembra addirittura che il cardinale di Augusta sia stato il primo a mettere in pratica l’insegnamento dello storico oratoriano[9. E’ ipotizzabile che il prelato si fosse assunto l’onere di sostenere la spesa della grande pala per la Trinità dei Pellegrini, chiedendone il disegno al Venusti, al quale aveva commissionato il suo ritratto, opera perduta ma citata nel suo inventario post mortem.[10] E’notorio che l’artista, in questi primi anni dell’ottavo decennio, era preso da molti incarichi ufficiali: Cappella Mutini in S. Agostino (post 1565), Cappella Torres in S. Caterina dei Funari ( 1570-1572); l’Adorazione dei pastori in S. Silvestro al Quirinale (1573) e diverse altre opere alla Minerva (1570-1573). Si trattava di tutte prestigiose commissioni pubbliche, tanto da dover procrastinare la realizzazione della pala per la SS. Trinità dei Pellegrini, un’opera praticamente “privata“, in quanto destinata agli ambienti interni di un ospizio, probabilmente l’oratorio, dove già nel 1570 si trovava, sulla parete di fondo, un altare in legno dipinto. Da una lunga e capillare ricerca nelle carte dell’archivio della Confraternita non è emersa alcuna notizia relativa al nostro quadro se non la citazione inventariale;ciò confermerebbe che non fu pagato dalla confraternita ma da un benefattore. Nel 1600 in un Breve compendio del modo che si teneva nell’Hospedale della Ss.ma Trinità di Roma è descritto l’ambiente in cui si tenevano le varie attività della Confraternita; alle pareti erano appesi alcune immagini sacre tra cui <<una immagine della SS.ma Trinità che quivi in un quadro era dipinta>>:potrebbe trattarsi della tela in questione anche se non se ne ha la certezza. [11]

Probabilmente i molti lavori e poi la malattia, che porterà il Venusti alla tomba nel 1579, costrinsero i confratelli a rivolgersi ad un altro pittore per la realizzazione della loro pala. Niente di più ovvio supporre, a questo punto, che la scelta cadesse su Livio Agresti (1508- 1579 c.) “protetto” del cardinale di Augusta. L’artista aveva iniziato l’ attività a Forlì, sua città natale; alla fine degli anni Quaranta era a Roma, dove risulta presente nel cantiere farnesiano di Castel Sant’Angelo; nel 1553 è iscritto alla Compagnia dei Pittori di San Luca; nel 1554 e poi fino al 1578 lavora in tre cappelle nella chiesa di S. Spirito in Saxia. Per il cardinale tedesco lavora a Narni , ad Amelia e a Terni; nel 1569 è attivo nel cantiere dell’Oratorio del Gonfalone dove dipinge L’Ultima Cena e, nel 1571 la Salita al Calvario, dove, non a caso, il prelato è “guardiano” del sodalizio, figura che, insieme al camerlengo, aveva un ruolo sostanziale nelle scelte artistiche per le decorazioni del luogo. Infine nel 1575 dipinge la Pala Pelucchi in S. Maria della Consolazione. L’Agresti negli ultimi anni si era ritirato all’Ospedale di S. Spirito dove poi moriva: un luogo che gli era familiare per avervi lavorato a lungo ed inoltre legato strettamente sia all’ Oratorio Filippino sia alla Trinità dei Pellegrini, come scrive il Baglione :<< prima di accomodarsi in questo luogo di Santo Spirito dove trascorse li ultimi anni e morì>>.

Nella quadreria dell’ospedale si conserva una tavola raffigurante la Sacra Famiglia, s. Giovannino, Tobiolo e l’angelo, attribuita dalla Cardilli all’Agresti che potrebbe averla dipinta, a mio avviso, negli ultimi anni quando si trovava al Santo Spirito, in ringraziamento dell’ospitalità ricevuta dal nosocomio, e non a metà secolo come detto dalla studiosa.[12]

Nei primi due decenni della permanenza a Roma la cifra stilistica dell’Agresti non è ancora del tutto autonoma, aperto come è alle tante suggestioni dell’ambiente romano, cui si aggiungevano quelle tangenze con l’arte nordica apprese durante il viaggio in Germania al seguito del cardinale ( 1564-1565).[13] Le opere al Gonfalone mostrano un pittore ormai affermato, con un suo stile ricettivo dei dettami michelangioleschi,  recepiti in particolare tramite il Venusti: si noti ad esempio la figura del Cristo crocifisso che vide larga diffusione ad opera della stampa di Giulio Bonasone[14].

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Fig.5 L. Agresti, SS. Trinità dei Pellegrini

Il confronto stilistico tra i disegni citati di Venusti e il dipinto in questione denota, per quest’ultimo, una mano più modesta. L’apparato iconografico del quadro, desunto dai numerosi stendardi processionali, purtroppo perduti, deriva direttamente dal “logo” della Arciconfraternita presente sul frontespizio degli Statuti, che ebbero una prima stampa nel 1548 ed una ristampa nel 1578. (fig.1)  Al centro è raffigurata la SS. Trinità, adorata dai pellegrini, a sinistra, e dai sodali in veste rossa, a destra. Sullo sfondo si intravede una città, probabilmente una veduta ideale di Roma, mentre a destra, dietro il gruppo di figure in primo piano, si nota un edificio romano in rovina posto nella campagna romana, forse allusivo al percorso dei pellegrini per raggiungere  Roma. In alto infine, a riempire lo spazio vuoto del cielo, troviamo due coppie di angeli in volo, assenti nel disegno del Venusti e quindi forse richiesti dall’Arciconfraternita. E’ più che certo che la scelta del soggetto fu imposta dai confratelli: si doveva raffigurare il Thronum Gratiae, con il Cristo ancora sulla croce sostenuta dalle braccia aperte dell’Eterno; questa tipologia era piuttosto diffusa nella pittura manieristica dell’epoca: si veda ad esempio la pregevole Trinità che Durante Alberti, di lì a poco, avrebbe dipinto per la chiesa di S. Tommaso di Canterbury (1583). Nella seconda metà del Cinquecento anche G. Siciolante da Sermoneta raffigurava la SS. Trinità, nel quadro con il Martirio di S. Caterina d’Alessandria, nella cappella Cesi in S. Maria Maggiore (1567 c.), Nicolò Circignani affrescava una Trinità nella chiesa di S. Maria di Loreto e Matteo da Lecce,nel catino absidale di S. Eligio degli Orefici. E’ interessante osservare che anche Guido Reni, cinquanta anni dopo, avrebbe dovuto adottare ancora l’antica iconografia per la superba pala dell’altare maggiore della chiesa della SS. Trinità dei Pellegrini (1625). [15] Se quello del Thronum Gratiae è un tema abbastanza diffuso nella pittura,  non così la presenza di figure ai lati del soggetto centrale.

È noto che i membri di un sodalizio potevano far pesare in misura determinante i loro gusti artistici e le loro idee e ancora di più i confratelli religiosi come gli Oratoriani, sicuramente i più influenti nel contesto culturale dell’arte religiosa a Roma nella seconda metà del Cinquecento, con varianti talvolta radicali sia sul piano stilistico che iconografico, influendo anche all’interno della produzione di uno stesso artista.    Questo potrebbe spiegare la severità post-tridentina del dipinto, poco incline al manierismo “profano” di Agresti. A questo punto, è necessario, chiedersi se stilisticamente il nostro dipinto trovi qualche tangenza probante con le sue opere note.Sono evidenti infatti quell’aria nordica, che emerge dal contesto pittorico della tela suddetta, l’impostazione generale della struttura compositiva, la costruzione verticale, la mancanza della resa prospettica, faccia parte di quel bagaglio insito nell’arte dell’Agresti, rafforzato dall’andata in Germania; si aggiunga poi la grande esperienza acquisita nel cantiere del Gonfalone, cultura da cui deriva il già ricordato Cristo di maniera michelangiolesca. Il Padre Eterno ricalca quasi pedissequamente, nella postura del corpo e nel panneggio, il disegno del Venusti, mentre quella strana capigliatura canuta a grosse ciocche lanose è confrontabile con figure di vecchi e profeti affrescate spesso dall’Agresti. Le fisionomie fortemente caratterizzate dei tre confratelli, e forse anche quelle dei pellegrini, possono considerarsi sicuramente dei ritratti. I sodali indossano la veste rossa della Compagnia, come era stato stabilito già in un decreto del 1550:” che il sacco sia di tela rossa con bottoni uguali (…), dovranno i confratelli portare i capelli sciolti tanto se siano naturali quanto fittizi ed avere il collo decentemente coperto di roba bianca o nera con calzette e fibbie alle scarpe”[16].  Il confronto stilistico più probante è , da una parte,tra i putti sulle nubi intorno alla Trinità , con quelli della Pala Pelucchi in S. Maria della Consolazione, dipinta dall’Agresti poco prima del 1575, quindi coeva al nostro quadro, e dall’altra con il Bambino Gesù della pala con la Circoncisione ed i SS. Monica ed Agostino realizzata nel 1560 per il Duomo di Terni (ora nella Pinacoteca Comunale). Questi putti hanno tutti la fronte eccessivamente spaziosa e bombata, con i riccioli disegnati in punta di pennello, che li fanno sembrare di mano di un artista tedesco. D’altronde durante il lungo soggiorno in Germania l’artista doveva aver visto tante opere e aver acquistato delle incisioni che potevano tornargli utili al suo rientro in Italia. Giustamente Strinati ha visto nella pala Pelucchi “movenze fiorentine amalgamate a citazioni esplicite di una tradizione nord-europea”. Dietro l’opera c’è l’esperienza di Perin del Vaga, suo primo maestro, dei pittori di Orvieto e della pittura fiorentina, appresa attraverso la cordiale collaborazione col Vasari. Sembra che in queste opere della piena maturità, l’artista compisse “una vera e propria revisione delle sue esperienze, verso un rigoroso e astratto revival classicistico” [17].

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Fig.6 L. Agresti, Sacra Famiglia Pelucchi

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Fig.7 L. Agresti, SS. Trinità dei Pellegrini (partic.)

Concludendo, in mancanza di documenti e di altre fonti , il nome di Livio Agresti quale autore della grande pala, resta un’ipotesi attributiva.

[1]  C. Cancellieri in Il palazzo del Commendatore del Santo Spirito, cura di L. Cardilli, Roma 1998, p.96,n.21.

[2] Nell’inventario dei beni dell’arciconfraternita del 1564 sono citati <<Uno stendardo della SS. Trinità>> e <<Una Trinità dipinta allo Spedale delle donne>> che potrebbero essere affreschi. In Archivio di Stato di Roma, Trinità dei Pellegrini, b. 440); nell’inv. del 1576 <<Robbe in guardaroba: un quadro della SS. Trinità>> e << nella corsia della SS. Trinità […] un quadro grande con la SS. Trinità, senza cornice e un quadro grande di altare con la SS. Trinità con cornice tinta di noce profilata d’oro>>; ed infine <<due stendardi intorno all’altare dell’infermeria con l’immagine della SS. Trinità da portarsi in processione>>; nell’inv. del 1585 è ricordata <<una Trinità in camera di Ms. Antonio dispensiero>> e <<un ottangolo con la SS. Trinità, con cornice dorata>>. Nel 1620 (ibidem, b.118,ff.23ss)nell’<<Inventario delli beni nelle stanze dell’Arciconfraternita. Nel primo refettorio […] Una Trinità grande in tela […]; all’altare c’è un Crocifisso e due portiere con l’immagine della SS. Trinità>>. Nell’inv. del 1650 la pala è ricordata allo stesso modo; poi <<nella stanza del lavatoio delle donne: un quadro in tela d’imperatore con la SS. Trinità, con cornice negra profilata d’oro; un quadro con la SS. Trinità con cornice come sopra>>. Nel Refettorio di S. Filippo Neri si trova <<un altare di legno, un quadro con la SS. Trinità con S. Filippo e fratelli, con cornice dorata; baldacchino sopra detto quadro di tela dipinta>>. Di questa tela perduta esiste un’incisione, da datarsi post 1622, per la presenza del santo. Ancora <<nel refettorio grande: un quadro tondo con la SS. Trinità fratelli e pellegrini>>. Nell’inv del 1828 <<Provveditoria di Chiesa>> si legge:<<n. 11 un quadro grande della SS. Trinità con sua cornice colorata […] n. 50 camera inferiore – un quadro grande della SS. Trinità con cornice d’oro falso>>. Infine nell’elenco del 1838 (ibidem, b. 1271) è annotato:<< Dormitorio di S. Filippo – in mezzo del dormitorio un altare di legno con due gradini[…] un quadro rappresentante la SS. Trinità con fratelli e pellegrini>>.

[3]Negli anni che ci interessano si trovano pagamenti a Fedele Vannicelli pittore alla Chiavica di S. Lucia <<per tante crocette et vasetti et mazze>> (dal 1570); a Ottavio pittore per <<arme>> (1572-1573); a Giovanni Gigli <<per aver messo a oro e depinto la Trinità ne la cornice della tavola dove si hanno da scrivere li oblighi della Compagnia>> (1573) a Pandolfo pittore per <<arme>> (1573); a Vincenzo Stella per lo stendardo dei pellegrini, per quello dei convalescenti e per la pittura del cataletto (1574-1575); ad Antonio Tronfarello per la manifattura delle <<pitture et arme fatte nella festa della Trinità>> (1575); in ASR, TP, b.1066, Uscite, ff. 29r, 36r, 77r, 95r, 100r; b. 1189, Uscite, f. 8r)

[4]L. Russo, Marcello Venusti pittore lombardo, in Bollettino d’Arte LXXXV, 1990, pp. 1-26 ed in particolare p. 18, fig. 22.

[5] Il Giubileo del 1575 fu il più importante nella storia dell’Arciconfraternita, ormai in grado di accogliere al meglio pellegrini e convalescenti, sotto la guida costante ed amorevole di Filippo Neri. Nel giro di pochi anni la fama ed i riconoscimenti, tra cui quelli elargiti da papa Gregorio XIII, erano aumentati. Narra il Muratori che per questo anno santo l’ospizio aveva alloggiato circa 100.000 uomini, 20.000 donne e 60.000 convalescenti, oltre a numerose congregazioni associate italiane e straniere. Cfr. V. Prinzivalli, Gli Anni Santi, Roma 1899, p. 74.

[6] Nel 1537, dopo gli studi condotti all’Università di Bologna, dove aveva stretto amicizia con Alessandro Farnese, il Truchsess era venuto a Roma per ricevere da papa Paolo III Farnese l’ambito titolo di camerarius secretus ; nel 1542 veniva inviato come nunzio alla corte di Carlo V ,nell’ambito dei contatti politici in previsione del Concilio di Trento . In seguito al successo ottenuto, il pontefice lo nominava vescovo di Augusta ( 1543) e, l’anno successivo, cardinale. A sua volta l’imperatore lo eleggeva mediatore tra l’Impero ed il Papato e, nel 1558, lo dichiarava cardinale protettore di Germania. Assai vicino spiritualmente al pensiero di S. Ignazio di Loyola,nel 1552 partecipava a Roma alla fondazione del Collegio Germanico.

[7] ASR, TP,b. 87, Decreti 1552-1573, ff. 21v-22r. Per il Cardinale di Augusta si veda M.Nicolaci, Il cardinale d’Augusta Otto Truchsess von Aldburg ( Mecenate della Controriforma, in Principi di S.R.C.. I Cardinali e l’Arte, a cura di M.gGllo, Roma 2013, pp. 31-42, con bibliografia precedente.1514-1573)

[8] Nei primi decenni di esistenza la compagnia, avendo avuto come scopo precipuo quello di creare dei luoghi idonei alla svolgimento dei compiti, di certo non avrebbe potuto stornare dei fondi per un quadro. Per conoscere le ingenti somme spese per la costruzione e l’adattamento dei vecchi locali, realizzati durante tutta la seconda metà del XVI secolo, si veda A.M.Pedrocchi, La SS. Trinità dei Pellegrini in Roma. Maestranze artigiane attive dal 1550 al 1630: novità e precisazioni, Roma, gennaio 2016, pubblicato nel sito annamariapedrocchi.it.

[9] G.Balass, Taddeo Zuccaro’s fresco in the apse-conch in S. Sabina, Rome, Assaph, IV, 1999, pp. 105-124

[10] Principi di S.R.C.. I cardinali e l’arte, a cura di M. Gallo, Roma 2013, p

[11] M. Pupillo, La SS. Trinità dei Pellegrini di Roma. Artisti e committenti al tempo di Caravaggio, Roma 2001, pp. 102-103.

[12] G. Baglione, Le Vite, Roma 1642, pp.19-20; successivamente parla di lui lo Scannelli citando anche le sue opere realizzate durante il soggiorno in Germania, per il cardinale di Augusta:<< dove lasciò l’opere della migliore età, come a noi promettono, anco di lontano, i rari intagli delle stampe e di tal sorte sono l’Historie dell’inventioni delle croci, della resurrezione di Christo, et altri simili pensieri veramente straordinari degni d’osservatione e di lode>> in Il microcosmo della pittura, Cesena 1657, pp. 189-19; Il Palazzo del Commendatore di Santo Spirito, op. cit., 1998,pag.89, n. 12.

[13] Per il cardinale realizzava la decorazione ad affresco della cappella nella Torre di Dillingen, sede vescovile della città di Augusta.

[14] Il Vasari, che lo aveva diretto nel cantiere di Palazzo Vecchio a Firenze nel 1565, al rientro dalla Germania, ne da un giudizio benevolo: “buono e fiero disegnatore, pratico coloritore, copioso ne’ componimenti delle storie e di maniera universale”, in riferimento alla sua disponibilità ad adeguarsi alle richieste dei più diversi committenti, cosa che dimostra talvolta i limiti dei suoi risultati artistici; in G. Vasari, Le Vite, ed. Milanesi, VII, Firenze1881, I, pp. 421-422.

[15] I precedenti iconografici di ascendenza medioevale erano numerosi: Mariotto di Nardo, fine XIV sec.; Masaccio, 1426-1428; Andrea del Castagno, 1453; Dürer, 1511; Andrea Previtali, 1517; Jacopo Bassano, 1547; e molti altri esempi.

[16] M. Moroni Lumbroso -A.Martini, Le confraternite romane nelle loro chiese, Roma 1963, p. 426; S. Vasco Rocca, La SS. Trinità dei Pellegrini, Roma 1979, pp. 7-12

[17] C. Strinati, La tavola Pelucchi di Livio Agresti, in Prospettiva 1977, pp. 69-72. Per l’attività dell’Agresti si veda M.G.Bernardini, Livio Agresti detto il Ricciutino, in L’Oratorio del Gonfalone a Roma, a cura di M.G. Bernardini, Cinisello Balsamo, 2002, pp. 66-73; per i lavori a Tivoli ed al Gonfalone si veda P.Tosini, Presenze e compresenze tra Villa d’Este e il Gonfalone, in Bollettino d’Arte, 132,2005, pp.43-58; S. Macioce,” L’Ultima Cena” di Livio Agresti e Gaspare Loarte. Ideazione e diffusione di un tema iconografico, ibidem, pp.59-72.