Argenti perduti nella chiesa di S. Agostino in Roma

Il capillare spoglio delle carte d’archivio degli Agostiniani in S. Agostino conservate nell’Archivio di Stato di Roma (si citano soltanto i numeri dei faldoni) ha permesso di conoscere i nomi di orafi ed argentieri che lavorarono per la chiesa o che comunque ebbero contatti a vario titolo col convento fino dal  XV secolo. Nulla resta purtroppo delle opere da loro realizzate, ma i documenti ne danno dettagliate descrizioni che fanno intendere la preziosità degli oggetti e la maestria degli artisti. A tal fine è di fondamentale importanza il primo inventario di sacrestia a noi noto, redatto negli anni 1432-1433. (1)
Il lungo elenco dimostra che la nuova chiesa di S. Agostino, ancora in costruzione, e la parrocchia di S. Trifone, officiata dall’Ordine, erano ricchissime di paramenti preziosi ed argenterie, minuziosamente descritte ma, come di consueto, senza la citazione del nome dell’autore. Le opere più belle erano state donate da ricchi parrochiani, molti dei quali avevano la loro cappella gentilizia o in S. Trifone o in S. Agostino. Già nel 1395 Maria, moglie di Poncello Orsini regalava un palio di seta ed un calice d’argento per la sua cappella in S. Trifone, intitolata ai Ss. Andrea e Stefano; Poncello morì nel 1440 e la vedova prese l’abito delle monache agostiniane. Entrambi furono sepolti in S. Trifone.

Durante il Quattrocento donarono argenti Giovanni de Montanis, ancora ignoto allo stato attuale delle ricerche, e Matuzzo della Riccia, famiglia che aveva una cappella, dedicata a S. Giovanni Battista, nel transetto destro. Il contratto per la cappella, rogato dal notaio Giovanni Scalibastri l’8 dicembre 1475, costituisce il termine post quem per la donazione degli arredi. Matuzzo fu un personaggio piuttosto importante durante il pontificato di Alessandro VI Borgia: nel 1483 ne aveva sposato la figlia Ysabetta (1470-1541) che gli aveva portato in dote 2000 scudi: la famiglia abitava in Parione in via dei Leutari, palazzo che fu invaso alla morte del papa, facendo prigioniere la moglie e la figlia Laura. La cappella rimase di proprietà dei Matuzzi della Riccia fino a metà Seicento, quando la famiglia si estinse.

Tra i doni è elencato un tabernacolo in argento, cioè un ostensorio, con piede smaltato, dato da fra’ Pietro da Roma, lettore del convento. Una stauroteca in argento con figure a smalto sul piede dorato, lasciata dal  convento francescano di Boscoli.

L’oggetto più prezioso era comunque una testa d’argento di S. Monica, fatta fare da “Bona de Florentia”, che nel tempo venne più volte restaurata, come si vedrà, da valenti argentieri. Meglio descritta nell’inventario del 1479: “In primis una pars parva cuppole capite sanctae Monicae inclusa in infrascripto et magno ornamento valde pulcro, diviso in duas partes videlicet a parte superiori tota de argento cum triginta quinque seraphini parvis relevatis circumdata cum fili retprto supra ipsos seraphini totum de argento. Alia vero aperte inferiori… tota de ere deaurata cum capitibus parvis puerorum et foliae de argento smaltatis diversorum colorum numero viginti cum rosis ereis deauratis habentibus in medio lapides vitreos diversorumcolorum numero viginti… cum decem seraphini magnis smaltatis de argento… Et in gutture supradicti capitis est tabula argentea affixa in parte deaurata cum figura sancti Nicolai episcopi relevata in medio. …Itam corona seu diadems supradicti capitis sancte Monice tota de argento magna et pulcra  ab una parte tamen deaurata cum litteris de argento dicentibus” Questo diadema la fatta fare le donne che so in Roma ad honore de sancta Monacha”. Segue la descrizione del diadema ornata con paste vitree policrome, coralli e perle. Un primo restauro la testa di S. Monica lo ebbe già nel 1480. (2) Segue nell’inventario l’elenco dei gioielli dati come ex-voto. Due di queste corone furono donate da Giovanni Serra, cardinale Alborense, nel 1440. Esisteva anche una statuetta di S. Nicola da Tolentino in argento. Una navicella dava Matteo de Baroncelli, fratello di Giovanni, familiare del cardinale d’Estouteville.

Un secondo inventario di sacrestia stilato nel 1479 (3) durante il generalato di Ambrogio Massari da Cori, elenca numerosi calici donati da Cristoforo della Rovere, cardinale di Taranto (1477-1478) e protettore dell’Ordine, da Maffeo Vegio, canonico di S. Pietro e scrittore apostolico e da Geronima de Tostis, l’amante del cardinale d’Estouteville. Un calice donava anche il cardinale genovese Giorgio Fieschi, vescovo di Mariana (Corsica) nel 1433, arcivescovo di Genova (1436-1439), cardinale col titolo di S. Anastasia nel 1449; nel 1459 tornò definitivamente a Genova dove morì nel 1461, quindi il calice deve datarsi ante 1459. Un altro calice recava il nome del donatore G. DE CALLIO, non è escluso tuttavia che si tratti della firma dell’argentiere perchè negli anni 1511-1556 in Parione, è registrato un orefice francese di nome Gaspare de Gallio; le date di questo sono di molto posteriori ma è ipotizzabile che un vecchio membro della famiglia  lavorasse a Roma già nella seconda metà del Quattrocento. Un vaso sacro  recava incisa la firma dell’argentiere “Pavolo de Johanni Jacomo de Senis me fecit”. Allo stato attuale delle ricerche non è stato possibile reperire notizie su questo artigiano. Tra i donatori scorrono i nomi di tanti personaggi famosi o completamente sconociuti:  la famiglia Boccamazzi, il principe Paolo de Massimi, Agostino Maffei veronese insieme a Solimano Solimani di Padova (1420-1478), dottore in legge e prefetto dell’Erario sotto Sisto IV. Seguono ancora un calice da parte di Paolo de Mattabuffi romano, agostiniano, penitenziere apostolico (1464), dottore e teologo, cappellano di Niccolò V e Callisto III; quando morì nel 1477 lasciò i suoi beni a S. Agostino; fu sepolto davanti alla cappella di S. Chiara da Montefalco. Un calice veniva anche da parte  dei fratelli fiorentini Biagio e Giovanni de Scatensibus “aromatari” abitanti presso S. Celso (1478). Infine il Patriarca di Costantinopoli, sepolto in S. Agostino, davanti all’altare maggiore, lasciava un turibolo ed una navicella. Il patriarca citato era Biagio Molin agostiniano (1380-1447) juris utriusque doctor famosissimus, patriarca di Grado e primate di Venezia e Dalmazia che nel 1430 aveva lasciato agli Agostiniani i beni del defunto patriarca di Grado e poi di Gerusalemme, Pietro Amely, confessore di Bonifacio IX e arcivescovo di Taranto (1387-1400); questi era morto senza testamento  ed era stato sepolto a S.Agostino.

Nell’ Introitus martiis 1519 (B.110,f.3r) il sacrista annota:” In primis in nel secondo dì ho riceputo…ducati quindeci e bb.55 per once deci septe de argento…il quale ha donato alla chiesa Madonna Polinora per l’anima sua e de Misser Sano suo marito ad honore de Dio e della sua cappella el convento li ha adsignato…, uno calice con l’arme de Misser Sano. La cappella o piuttosto l’altare addossato all’ultimo pilastro di sinistra della navata centrale, dedicato a S. Ansano, gli era stato concesso nel 1502 (fu rimosso nel 1582). È probabile che i frati avessero fatto fare il calice al De Amicis che allora era l’argentiere di fiducia del convento. A luglio 1519 (B. 110,f.6r); il De Amicis pagava per una messa cantata nella cappella dell’Annunziata (quarta a destra): questo dimostra la sua frequentazione della chiesa.  Il De Amicis, romano, fu tra i fondatori dell’Università degli Orafi e Argentieri (1508) e risulta attivo fino al 1527; abitava in Campo Marzio nella parrocchia di S. Lorenzo in Lucina. (4)

Nei Libri delle Uscite della Sacrestia da inizio Cinquecento, si trovano di frequente spese per il restauro degli arredi liturgici,  da queste si vengono a conoscere diversi nomi di argentieri attivi per gli agostiniani, sia per restauri che per oggetti nuovi. A settembre del 1510 (B.109, Exitus, f. 61r) il sacrista paga un argentiere “per far cunzare uno calice el quale era despiccato… e per far cunzare la coppa la quale era rotta de sopra… a quel maestro che sta fora lì denanzi alla chiesa. Purtroppo il documento non cita il nome dell’artigiano, ma era piuttosto consueto avvalersi di argentieri vicini al convento e che magari abitavano una casa di proprietà dell’Ordine; questo deponeva a favore di un rapporto di fiducia con  maestranze note ai frati. Nel maggio 1511 (B.109, f.69v) si davano bb. (bolognini) 12 “per far acconciare una punta de un candeliere de quelli de Ascanio [Sforza]. Qui deve aprirsi una parentesi riguardante i prestiti in argenterie e paramenti sacri fatti da prelati vicini alla chiesa in occasione di festività solenni; spesso accadeva che gli oggetti, portati in processione, subissero danni così il convento, prima di restituirli, provvedeva a farli aggiustare. Si veda anche il prossimo esempio: a marzo del 1515 (B. 109, f.101v) si fa “acconciare lo apostolo de San Pietro qual tolse in prestito el Padre Priore per la stazione de S.to Triphone e quando fu armandato, per la via caschò le chiavi qual erano a vite, così l’ho fatto arrefare alle spese della sacrestia… qual a’ conciato Maestro Francesco orefice, ducati uno”. A maggio dello stesso anno (B 109,f.103v) si fanno aggiustare quattro reliquiari d’argento e si spendono “carlini otto per acconciatura del coronamento de la testa di S.ta Monicha e per le pietre e rame e oro e per magistero, …bb.60; e per acconciatura de lo diadema, carlini cinque… e per acconciare uno calice”. A luglio 1519 (B. 110, f.9v) si paga il “compagno de Maestro Giovan Battista [De Amicis] orefice per racconciatura dello diadema de S.ta Monicha che se ne era cascata una pietra”. Il compagno o socio di Giovan Battista De Amicis, argentiere che rincontreremo in seguito, doveva essere Francesco Valentini al quale presumibilmente si devono questi piccoli interventi di restauro citati. A dicembre del 1518 (B 110,f.1v) troviamo nelle uscite della sacrestia:” Dedi a M.o Johi Baptiste orefice ducatos quatuor per indoratione duobus calices”; “Item die sexta… dedi a M.o Johani Baptiste per residuo inaurandi et risarcinandi duos calices, carlenos quatuor”. A maggio 1522 (B 110, f.37v) si legge nell’ Introito della Sacrestia:” Metallo venduto – Item ad’ 21 recepi per la vendita de mille et vintiocto libre de metallo venduto a mezo carlino la libra, el quale metallo fu la sepoltura de Monsignor Rev.mo Cardinale Roano [Guglielmo Estouteville], se ne ricavarono denari 51″. Non sappiamo come fosse la tomba del cardinale, morto nel 1483, ma probabilmente doveva avere una transenna in metallo attorno, rimossa forse per far posto ad altre sepolture. Ad ottobre 1522 (B 110,f.48r) si legge:” In primis adì primo dedi a M.o Joani Baptista de Amicho orefice per libre tre e once dieci de argento de carlino… e per calo per fare sette seraphini del sopradicto argento et per manifattura… a dui julii l’oncia et per una stampa de bronzo per stampare dicti seraphini; l’argento costò julii ottantasei la libra, la manifattura julii novantadue, la stampa julii dodeci, el calo del fondere dicto argento julii otto, li quali seraphini furno faccti per ornamento de la Madonna de consensu de tutto el capitulo, le quali cose  summano in tutto ducati cinquanta otto et bb. 65″. Il costo di quest’opera è identico al ricavato della vendita del metallo della tomba del cardinale Estouteville quindi si potrebbe ipotizzare che il metallo fu venduto per  coprire l’alto costo dei  serafini in argento fuso.  Si tratta della cornice attorno all’icona mariana dell’altare maggiore donata da Clemente Gelasio di Giovanni Toscanella, Maestro delle Strade, nobile romano, nel 1482. Questo lungo documento testimonia l’attenzione particolare che veniva data all’argento, metallo molto caro, considerando tutto il procedimento della manifattura.

Contemporaneamente (B 110, f.49r), allo stesso de Amicis gli agostiniani commissionavano  delle stelle d’argento da porre tra i serafini:” Detti per manifattura de undeci stelle de argento et per indorale ducati dui et bb.47 per meter a la Madonna fra li Seraphini le quali stelle furno facte de alchuni argenti rotti che erano in sagrestia”. (B.110 Esito, f.49r) La perdita di tante argenterie sacre si deve, come in questo caso, all’indiscriminata fusione di argenti vecchi per risparmiare sull’acquisto del prezioso metallo.

Lo stesso ottobre 1522 il sacrista scrive:” Item fu in più giorni et in più volte, dedi in tre libre e mezo de argento de carlini per fare due angeli et una corona a Nostra Donna a julii ottanta sei la libra, dedi de carlini ducati quaranta et bb. 10… Item dedi a l’orefice Maestro Joani de Caravaggio per manifactura de dicti angeli ducati sei et bb. 60… li quali angeli pesano tutti due oncie venticinque… Itam dedi a l’orefice Maestro Lucangiolo, sta appresso a Banchi, per manifactura de la corona de pacto facto con lui, ducati cinque… Item dedi per indorare dicta corona ducati dui et bb.60, la quale pesa oncie quindici. Item dedi in sette zoie per mettere a la corona, bb.52. Item dedi  in certe pietre zoie, perchè cinque de le sopra scripte remasero in botega de Maestro Joane orefice el quale morse de peste et bisognò trovarne tre altre le quale costò bb.30″. (B.110,f.49r) In questo documentano sono citati due maestri orafi: Giovanni da Caravaggio è noto soltanto per aver realizzato i due angeli (perduti) mentre  di Lucangiolo di Jesi, sappiamo che fu attivo dal 1522 al 1527, anche se risulta a Roma dal 1512, con bottega in Banchi; in realtà la bottega è di Maestro Santi di Cola Saba Gargani, diretta da Lucangiolo che nel 1524, insieme a Benvenuto Cellini esegue un acquamanile, su disegno del Fattore, per il vescovo di Salamanca Francesco Bobadilla (1510-1529) (5) Doveva trattarsi di un oggetto particolarmente prezioso se per esso aveva prodotto il disegno il Fattore, cioè Giovan Francesco Penni (1488c.-1528), collaboratore di Raffaello in Vaticano. Lucangiolo fece anche un grande vaso per servire in tavola di P. Clemente VII. Una committenza così importante testimonia del suo prestigio nella Roma di quegli anni.

Continuando nelle spese per la suppellettile sacra, ormai alla vigilia dell’Anno Santo, nell’Exitus della sacrestia si legge:” Addì 28 recepi ducatos sex de carlini et bb.15 de alcuni pezzi de argento venduti… quali erano già stati donati alla Madonna… et quali erano così minuti et rotti… et dua rotoli de seta con loro capi d’argento et de alcuni anelli de argento quali erano de argento basso… quali furono prezzati et pesati”. Si recupera quel poco argento degli ex-voto che la pietà dei fedeli usava donare alla Madonna dell’altare maggiore, ritenuta miracolosa. (B.110, f.62v)

Un calice, offerto nel 1501 dal penitenziere Claudio Catellini agostiniano alla sua cappella di S. Claudio, nel 1506 fu dato a “Maestro Jacobo Pietro de Mediolano pro conficiendis candelabris Rev.Magistri Claudii”. Si tratta dell’argentiere Giovanni Pietro Crivelli milanese attivo dal 1506 al 1552, abitante nel palazzo dei Pupazzi in Banchi, sepolto insieme alla moglie Elisabetta, morta nel 1511, in S. Agostino. (6) L’argentiere lavorava anche per il convento che, nel 1508, lo paga “per parte de pagamento de lavoriero che fece allo convento, per la sacrrestia” . (B.109, f.29r) Nel 1509 la cappella ricevette una dote di duecento ducati di capitale dal canonico Cecco di Palombara; figlio di Andrea, fece il suo testamento nel 1509 nel quale espresse il desiderio di essere sepolto in S. Agostino “inanzi la cappella dello Spirito Santo, che volle da’ suoi eredi si comprasse et si dotasse” (B.15,f.366r; B.23, foglio sciolto).

A febbraio 1523 si dovette “far aconciare la Croce d’argento de maestro Claudio” (B 110, f.51v) La croce era stata commissionata dall’agostiniano Claudio Catellini nel 1501;  apparteneva ad un’antica famiglia romana già nota a metà Quattrocento: al 1453 è datato il Trittico opera di Leonardo de Roma per la chiesa di S. Barbara dei Librari con l’iscrizione commemorativa dettata da Francesco Barberini per l’anima del fratello Giovanni, morto nel 1431 e sepolto in detta chiesa, canonico di S. Pietro e scrittore apostolico. Nel 1479 il cardinale Estouteville aveva comprato “domus in Regione Parionis… a nobili viro Benedicto de Barberini de Catellinis de Regione Arenula”, per costruire il suo palazzo. È noto che l’attuale cappella di S. Chiara da Montefalco nel 1501 era intitolata a S. Claudio, come documenta la lapide tuttora murata sulla parete destra; il Padre Claudio l’aveva fatta ornare con pitture, probabilmente ancora quelle esistenti, sotto le attuali, divise in piccoli riquadri di stucco raffiguranti oggi le Storie di S. Chiara da Montefalco, di mano di Girolamo Nanni, come documenta la sua firma, rinvenuta da chi scrive durante il restauri degli anni 1998-1999,  eseguiti probabilmente quando la cappella cambiò nome  e jus patronato., tra il 1587 e il 1600. Nel settembre del 1586  infatti passava alla famiglia di Ilario Mauri, che la dotava di 500 scudi, come appare per istromento rogato da Felice Romauli (B.22,f.12r); costui  si obbligava inoltre di ornarla; il Mauri aveva un’ altra cappella in S. Giovanni in Laterano dove fu sepolto, così gli agostiniani nel 1601 rescissero il contratto. Successivamente, un altro membro della famiglia, Bernardo lasciò al convento per questa cappella 2000 scudi. (B.21, foglio sciolto; B.2, f.117v) (7)

Nell’ambito degli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria degli oggetti di sacrestia, ad agosto del 1525 si paga un’orefice “per sapone per fare nectare li cherubini d’argento”, quelli realizzati da Giovanni da Caravaggio nel 1522. ( b.110,f.88v)

Per le cerimonie solenni dell’Anno Santo gli agostiniani devono prendere in prestito “panni” ed argenterie dalle chiese di S.Rocco, S.Gregorio, S.Giovanni dei Fiorentini, S. Croce in Gerusalemme e da numerosi privati vicini all’Ordine: Maestro Heronimo da Gubbio, Messer Marchionne Baldassini, Don Paolo spagnolo, Signora Elena spagnola, il vescovo di Cosenza, il vescovo di Volterra, Don Francesco Mendoza, Gabriello Cassadoro, Messer Bartolomeo de Bibiena, Cardinal Ridolfi, Signor Hyeronimo penna rossa,  confraternita dei macellari e molti altri.

Alcuni dei personaggi citati sono figure importanti nella Roma del Cinquecento: il primo è Girolamo Accoramboni (1469-1537), archiatra di Leone X, abitante nel Rione di S. Eustachio con la sepoltura in S. Agostino.   Melchiorre Baldassini, originario di Jesi, era avvocato concistoriale (1523); aveva un elegante palazzo in via delle Coppelle costruito da Antonio da Sangallo jr e affrescato da Perin del Vaga (1513-1520). Alla sua morte la vedova lo affitta a Monsignor della Casa per passare poi a Pietro Bembo.(Oggi è sede dell’Istituto Don Luigi Sturzo) Risulta che nel 1587 la famiglia avesse una cappella in S.Agostino, intitolata al Presepe.

Si arriva quindi al fatidico 1527, l’anno del Sacco; nell’ Exitus mensis Junii, a lettere cubitali, è scritto NIHIL “quia ecclesia fuit clausa propter bella et propter mortalitatis pestilentia”. A maggio i frati avevano cercato di salvare i loro beni preziosi pagando la soldataglia, ma senza esito. Annota il sacrista:” Item e più dedi per mano de Maestro Theophilo a certi soldati spagnoli al tempo del sacho che fu adì 7 de magio, quali erano compagni de li tre spagnoli che hanno avuti li sei cento et tre ducati d’oro per suplemento et per contentarli che molto dubitavamo non ci facesse qualche male, gli fu dato ducati quarantadoi de carlini, come sa il padre priore. A novembre 1527 si fa aggiustare la porta della chiesa dalla parte di S. Monicha e la serratura e si fanno mettere “dui cadenaci” alla porta della sacrestia  “per fortifichare” gli sportelli degli armadi” qualli fracassò li lanzichinechi al tempo del Sacho”. (B. 110, f 115r)

La ripresa è lenta e faticosa: ad aprile 1528 si fa fare “una capsella de stagno per metere li olii delli sacramenti”; ad ottobre il falegname Lorenzo deve rifare la cassa con coperchio dove si conservavano i candelieri “de Zuan Goritio la quale fu rotta da li soldati al tempo del Sacho”; a dicembre i frati sono costretti a vendere un prezioso giacinto:” Item a dì 28 recepi per un giacinto ligato in oro vinduto per mano de messer Pompeo [de Capitaneis] orefice, (8) col quale giacinto li dette maestro Tobia quando era priore… ducati otto de carlini”. (B.110, f.99r) Ed ancora pochi bolognini sono necessari a maggio 1529 “per fare raconciare lo reliquiario de argento”. (B.110,ff.118r-122v,128r) La conferma che la chiesa è stata spogliata di tutte le argenterie e dei paramenti sacri si ha dall’inventario del 1550, molto ridotto rispetto ai precedenti. Dopo diversi anni in cui si registrano spese, nel 1544 si pagano quattordici scudi a mastro Alessandro da Viterbo orefice, attivo dal 1538 al 1551 (9) “per uno incensiero et una navicella de rame inargentato”; come si vede le commissioni per gli arredi di sacrestia sono ancora pittosto modeste. (b.112, Esito, f.137v;) Finalmente nel 1559 si danno 26:45 scudi “a mastro Paulo orefice per manifattura di un turibolo d’argento, purtroppo non identificato. (b.115 Esito, f.12v)

Nell’ Esito di sacrestia del 1571 è annotato:” Item dedi a M.o Silvio de Giovan Battista fiorentino orefice al Pellegrino per una custodia per tenere il SS. sacramento, fatta parte de argento et parte de rame, tutto indorato, con uno scatolino di argento indorato, fatta ogni cosa a sue spese scudi quattordici et baiocchi sessantacinque”;  allo stesso si danno scudi dieci “a bon conto de otto calici che lui acconcia di novo et indoratura”, lavoro che gli viene pagato in più volte. L’anno successivo lo si paga “per avere ragiostato molti anelletti nelle catene dell’incensiere d’argento”. Purtroppo il nome di questo orefice non è noto al Bulgari. (b.116, ff. 39r, 41r,42v,43v,50v,51r)

Nel 1583 Maestro Giovan Battista da Gubbio è pagato” bajocchi settanta e giulij diciotto… per racconciare un calice quale era rotto”. (B. 116,f.130v)

Nel 1596 il Maestro Cosimo ottonaro in Borgo esegue una muta di candelieri di ottone per l’altare maggiore, per la considerevole somma di scudi 114; tre anni dopo il convento gli paga balocchi quindici “per comprare uno scozo de polvere di mattoni e melangoli guasti per fare nettare li candelieri grandi e piccoli de ottone”. (B. 117,f.24r) A settembre del 1598 l’argentiere Maestro Battista fiorentino è pagato “per nettare 14 calici e 14 patene con la croce de rame inargentata”. (B.117,41v,43) Tutti i citati argentieri sono sconosciuti al Bulgari.

A fine secolo troviamo nei libri delle spese il nome di Fabrizio Cristiani che per oltre venti anni sarà l’argentiere di fiducia degli Agostiniani.” Exito de gennaro 1595-Orefice-Adì dodeci pagai a M.o fabritio orefice scudi sei e bajocchi novanta quali sono per havere acconciata la croce grande d’argento, nella quale andò otto giulij d’argento e undici d’oro escudi tre per la sua manifattura e di più uno scudo e bajocchi novanta per la acconciatura di quattro candelieri d’argento”; a maggio 1595:” Item feci racconciare due calici e feci rifare due patene d’argento da M.o Fabritio Cristiani orefice, cioè feci rifare una coppa a un calice et indorarla come si deve, e ad una altra coppa feci ritacare il suo piede perchè era stacato e anco feci racconciare una patena di rame e spesi in tutto scudi nove e bajocchi quarantacinque, de quali denari ha avuto uno scudo e bajocchi venti in tanti testoni et il restante in tanti argenti rotti e vecchi”; ad ottobre 1595 il sacrista annota:” Adì 11 feci racconciare la lampada d’argento della sacrestia da M.o Fabritio orefice e spesi bajocchi 60 tra l’argento che vi mette e la sua manifattura”; ad agosto 1596 “Adì 14 ho speso uno scudo e bajocchi venti per acconciatura delli due candelieri maggiori d’argento”; a gennaio 1598:” Ad’ 5 feci risaldare un candeliere di quelli piccoli de argento da M.o Fabritio orefice et ho speso bajocchi quindici; ad’ 12 feci racconciare le catenelle all’incensiere d’argento e lo feci imbiancare da M.o Fabritio orefice e spesi bajocchi trenta”; a settembre l’argentiere “racconcia la navicella d’argento”. A novembre del 1602″ Adì 8 dedi a M.o Fabritio Cristiani nostro orefice per finale ed ultimo pagamento per havere fatto un incensiere nuovo et una navicella de argento messovi et fatto et indorato la coppa de argento del calice che lasciò la b.m. del Padre Cristiano, scudi 16:70; eodem die dedi al sopradetto per havere indorato quattro patene fra oro e manifattura, scudi 3:50. A dicembre 1603 lo si paga bajocchi sessanta” per avermi fatti tre chiodetti de argento che mancavano alla nostra Croce e per rimettere lo diadema al Cristo e saldare doi campanelli al incensiero, per argento e fattura”. A dicembre 1610 il convento gli commissiona “l’adornamento d’argento che se fa alla Madonna all’altare maggiore”; l’anno successivo l’argentiere ha ricevuto 80 scudi. “l’adornamento” viene conservato in una cassetta. Il saldo di 96 scudi lo riceve a fine anno. Durante il 1612 l’argentiere è impegnato in diversi restauri. L’ultimo lavoro si data al 1619:” Esito di ottobre- Adì 3 si è dato a M.o Fabrizio orefice per havere accomodato et ripulito una custodia vecchia che già serviva per il SS.Sacramento, scudi 2:50″(B.117,ff.6v,9v,15r,22r32v,41v,83r,97v;B.118,ff.31v,56v,58r,59r61v,68v,115r,123v,125v. B.119,ff.20r,21r,23v,26r).Fabrizio Cristiani, attivo negli anni 1566-1623, oltre ai lavori di oggetti nuovi ed ai tanti restauri, intorno al 1590 aveva realizzato una preziosa croce astile in argento, oro ,lapislazzuli e diaspri, su commissione del cardinale Gregorio Petrocchini da Montelparo. L’opera è stata pubblicata dalla scrivente, insieme ad altri argenti dei secoli successivi.  (10)

Conosciamo inoltre i nomi di altri orafi e argentieri  che ebbero la loro sepoltura in S. Agostino. Nelle carte dell’archivio tuttavia non risulta alcun pagamento per lavori da loro eseguiti per i frati. Nel 1498 è inumato il grande orefice e gioielliere fiorentino Giacomo del Magnolino, attivo dal 1485 al 1522. Sappiamo che lavorò per i Sacri Palazzi Apostolici e fu gioielliere di fiducia del papa. (11) Nel 1505 fu sepolta in chiesa la figlia “de mastro Antonio fiorentino che fa la Zecca”; potrebbe essere l’argentiere Antonio Fabbri, attivo dal 1485 al 1522, in società col Magnolino dal 1492. (B. 108,f.132v) Nel 1518 il convento riceve un ducato per la sepoltura di “Maestro Domenico de Sutre che stava in Banchi, el quale fu messo in una tomba inanzi a sancto Claudio”. (B. 109, f. 104r) Al 1571 risale il sepolcro dell’argentiere Vincenzo Verzelli, attivo dal 1552, con bottega al Pellegrino, posto dalla moglie Antonia,nella cappella di S.Monica. (12)

Un’ altra fonte di notizie sono le case di proprietà del convento affittate a vari argentieri. Il primo che si incontra è Pompeo de Capitaneis, attivo dal 1511 al 1534, come orafo e argentiere; dal 1512 è registrato nella parrocchia di S. Trifone, poi dal 1521 tiene in affitto due case di proprietà di S. Agostino. Non risulta aver lavorato per i frati, ma è molto attivo per i Sacri Palazzi Apostolici e per Clemente VII. Muore assassinato, per rivalità, da Benvenuto Cellini il 26 settembre 1534, nei pressi di S.Lucia della Chiavica, dove abita. Nella parrocchia di san Trifone, negli anni 1509-1511, è registrato orafo milanese Gaspare de Aprano. (13)

Nel Libro degli Stabili è registrato nel 1584 il grande orafo Antonio Gentili da Faenza, attivo dal 1561 al 1609:” Augusti 1584-Itam adì 18 ho ricevuto da maestro Antonio de Faenza refice scuti sette per il censo  della nostra casa e botecha alla Scrofa”; risulta pagare ancora nel 1590. (14)

Altro grande argentiere pigionante dei frati è Curzio Vanni attivo dal 1588 al 1614; ancora prima di prendere la patente, possiede una casa del convento che terrà fino alla morte; nelle carte è scritto “per canone della casa al Popolo”; dal momento che risulta abitare ed avere bottega con i fratelli “al pellegrino”, quella al Popolo deve essere considerata una seconda casa. Già nel 1574 risulta avere “un fondo di alcune case al Popolo”; nel 1592 si trova scritto:” fu dato il consenso alla vendita della casa fatta da Curzio Vanni e Chintia sua moglie a M.o Vincenzo Stella pittore”; nel 1598 ancora:” fu prestato il consenso a M.o Vincenzo Stella pittore di poter pigliare a censo 120 scudi sopra la casa ch’egli ha nel nostro fondo al Popolo, che comprò da Curzio Vanni”. (Archivio S. Marta, A 10, ff. 11r,43v,49r) Dopo la sua morte gli eredi continuano a pagare fino al 1636. È molto singolare il lascito di ben 4000 scudi al P. Maestro Giovan Battista Gori “da darli a chi sa lui, conforme la sua intenzione dettatagli in confessione”. (15)

Nel 1602 l’argentiere fiorentino Raffaele Gallestruzzi, tra i più celebri a Roma, paga tre scudi “per il canone” di una casa fino al 1628; risulta abitare alla chiavica di S.Lucia. (B.196,ff. 29r,67v) Fu attivo dal 1601 al 1641 con bottega in via del Pellegrino, appartenuta a Lorenzo Drusolino, in collaborazione con altri due maestri. (16)

Questa lunga indagine sulle carte dell’archivio agostiniano ci ha permesso di conoscere i nomi di diversi orafi e argentieri attivi a Roma nei secoli XV e XVI, le cui opere sono andate per la maggior parte perdute; tuttavia accrescono le notizie già pubblicate dal Bulgari nel suo Corpus, delineando, con materiale inedito il grande mondo dell’oreficeria romana del Rinascimento.

NOTE

1- per tutti gli altri artisti e artigiani attivi per la chiesa di S.Agostino si veda A.M.Pedrocchi, Artisti, artigiani e maestranze pigionanti e non del convento di S. Agostino in Roma, in AAVV. Il complesso di Sant’Agostino in Campo Marzio, Roma 2009,pp. 373-422.

2- S.Vasco Rocca-B-Montevecchi, Dizionari terminologici-Suppellettile ecclesiastica, I, Firenze 1987, pp. 439-449.

3- vedi nota 2; per notizie generali sulla cappella di S. Monica cfr. A.M.Pedrocchi, La Cappella di Santa Monica in Sant’Agostino a Roma:da Maffeo Vegio al cardinale Montelparo, in Bollettino d’Arte, 11, 1022, pp.106-122

4- C. Bulgari, Argentieri, Gemmari e Orafi di Roma, Roma ed. 1980,Roma I,p. 54

5- Bulgari, Roma I, p.541; Roma II, p. 57

6- Bulgari,Roma I, pp.337-338

7- B. Montevecchi, Sant’Agostino, Roma 1985, pp.76-79

8- Bulgari, Roma I, p.362

9- Bulgari, Roma I,p. 46

10- A.M.Pedrocchi, Argenti sacri nelle chiese di Roma dal XV al XIX secolo, Roma 2010, n.26, p. 47

11- Bulgari, Roma II, p.72

12- Bulgari, Roma I, p.46

13- Bulgari,  Bulgari, Roma I, pp. 360-362; Roma II, p.531

14- Bulgari, Roma I, pp.509-510

15- Bulgari, Roma II, p.512; per il pittore Vincenzo Stella si rimanda a Pedrocchi, cit., 2009, pp-373-422

16- Bulgari, Roma I, p.488

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